Pagine Letterarie

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(foto ap)

domenica 18 dicembre 2016

L'aquilone caduto dal cielo

racconto di
Angelo Perrone

Era un giovedì di dicembre, e quel giorno sarebbe stato difficile immaginare, in circonvallazione Clodia, che mancavano pochi giorni alle vacanze natalizie. I negozi che sorgevano in quella strada erano in ritardo nella preparazione degli addobbi. Le vetrine della zona erano ancora spoglie, mancavano alle finestre i colori della festa, la gente si aggirava distratta tra i banchi del vicino mercato all’aperto e non mostrava curiosità per i prodotti esposti.
Faceva freddo nella tarda mattina ed Ernesto era già per strada ad attendere Gioia che doveva uscire dalle elementari al termine delle lezioni del suo secondo anno di scuola. Fermo sul marciapiede, le mani in tasca, il bavero del cappotto alzato sul collo per ripararsi dalle folate improvvise di vento. Aveva preso l’abitudine, uscendo dall’ufficio al ministero, dove lavorava, di attendere Gioia con molto anticipo, non gli importava aspettare.
Per un po’, si guardava attorno, osservava curioso il via vai intenso sui marciapiedi, incrociava lo sguardo con i passanti, con gli altri genitori che piano piano arrivavano lentamente, salutava qualcuno che conosceva. Talvolta poi, nell’attesa, lo sguardo diventava assorto, spesso gli capitava di fissare dei punti lontani nel vuoto, preso nei suoi pensieri, incurante del rumore provocato dal traffico romano, già intenso e caotico in quegli anni lontani.


Gioia frequentava allora le elementari in un istituto di suore che si trovava non molto lontano da casa, alcune centinaia di metri soltanto, eppure un po’ per la distanza e un po’ perché il tragitto richiedeva l’attraversamento di alcune strade di grande scorrimento usate soprattutto dai pendolari, non le era consentito tornare a casa da sola al termine delle lezioni.
L’edificio, costruito nel dopoguerra, era piuttosto grande, a cinque piani, ospitava molte classi, ed era circondato da un giardino dove si raccoglievano gli studenti per l’intervallo della ricreazione. In maggioranza, l’istituto era frequentato da bambine, pochi erano i maschietti, solo un’eccezione nella composizione delle classi.
Gli alunni indossavano un grembiule, che era, per tutti, dello stesso colore bianco, ma con dei grandi fiocchi intorno al collo, diversi a seconda del sesso. I maschi si distinguevano per i loro nastri a piccoli quadretti bianchi e celesti, mentre la scolaresca femminile li aveva bianchi e rosa. Il cortile dell’istituto, un grande giardino accanto al palazzo, verso le 11 di tutte le mattine, era invaso dal vociare allegro dei bambini per la pausa della ricreazione. I bambini si rincorrevano con in mano il panino confezionato in casa, la “pagnottella” romana, ripiena di prosciutto o di mortadella. Il gioco era animato dagli scherzi tra i pochi maschi che frequentavano l’istituto e le tante femminucce che spesso si approfittavano del numero soverchiante.
La divisa, pur comune a tutti salvo il colore del fiocco, poteva avere un altro segno colorato, che dava un’indicazione inequivocabile del merito e della bravura del bambino. Una fascia con lo stemma dell’istituto, l’ “Immacolata”, portata al braccio sinistro, segnalava il rendimento scolastico dell’alunno nel corso dell’anno scolastico. Blu, al primo trimestre, verde al secondo, rossa al terzo ed ultimo. Il segno distintivo non era molto frequente a dimostrazione del rigore cui si ispirava l’insegnamento in quegli anni.


Ciò accadeva naturalmente a condizione che il rendimento fosse stato costante e progressivo, perché erano possibili “retrocessioni” improvvise in caso di insuccessi scolastici o di comportamenti non improntati a “buona condotta”, come sempre veniva allora definito l’atteggiamento verso i compagni e di fronte alle suore che gestivano l’istituto e che erano anche le maestre. In questo caso, si tornava indietro, avveniva la temuta retrocessione, e veniva tolta la fascia posseduta: da lì poteva iniziare allora un percorso nuovo e si doveva ripartire dalla iniziale fascia blu, se il comportamento tornava a farsi meritevole.
Gioia guardava sempre le fasce consegnate ai più bravi con ammirazione e un pizzico di invidia: nonostante andasse abbastanza bene negli studi, e non ci fosse nulla di grave da rimproverarle per la condotta, non le sarebbe mai riuscito, anche negli anni a venire, di andare oltre la fascia verde: quella rossa  rimase sempre tra le ambizioni scolastiche non esaudite di quegli anni. Forse era troppo scapestrata fuori dell’orario delle lezioni, e qualche suora aveva probabilmente notato che le piaceva fare da capo-banda per le femmine nei giochi verso i maschi e nelle battaglie che si intrecciavano tra loro durante la  ricreazione.
All’uscita di scuola, verso le 13,30, Gioia vide subito suo padre tra i genitori che aspettavano in strada, era proprio vicino alla grata del cancello e lei riconobbe da lontano la sua figura, gli andò incontro sorridendo. Quando gli fu vicino, lui le prese la cartella, allora non c’erano gli zaini d’oggi portati in spalla, e poi tese verso di lei  l’altra mano per tenerla accanto a sé durante il tragitto di ritorno.


Gioia vide quella mano che si protendeva verso di lei. Era un gesto che si ripeteva come sempre ogni giorno, ma quella volta le sembrò quasi di vederla per la prima volta, si sorprese a constatare che era grande, rassicurante, così indugiò ad osservarla, a immaginarne il calore prima ancora di sentirlo, in quella rigida giornata di inverno.
Gioia conosceva a mena dito il tragitto per tornare a casa, avrebbe potuto fare da sola quel pezzo di strada, sicura che, nonostante il percorso non lineare, avrebbe raggiunto la sua abitazione.
Anni dopo, Gioia ricordava bene che quel giorno lei e suo padre non erano tornati a casa in fretta né immediatamente.  Fecero un giro più largo fino alla piazza che sorgeva al termine del vialone, nella quale non aveva motivo di andare durante l’anno. Da grande, dopo gli studi universitari di giurisprudenza, quando aveva cominciato a frequentare il Tribunale che avrebbero costruito proprio lì, aveva constatato che, diversamente dai suoi ricordi, quella grande piazza era diventata un immenso parcheggio per le auto di avvocati, loro clienti, utenti indaffarati della giustizia.
Però, a quel tempo, le macchine non erano così frequenti in quella piazza e soprattutto, per i notevoli spazi che offriva, c’era l’usanza di adibirla ai festeggiamenti natalizi: lo spazio era concesso ai venditori ambulanti di oggetti natalizi, alle bancarelle dove si preparavano “bombe” alle crema, oppure “mele stregate”, ricoperte di cioccolato, oppure si confezionava lo zucchero filato.
Il padre non era di molte parole e, quando la portava in quel luogo, si limitava a far notare a Gioia una presenza insolita in prossimità delle feste natalizie, quella degli “zampognari” che scendevano nell’occasione dall’Abruzzo, con i loro strumenti rudimentali e con i loro strani abbigliamenti costruiti sempre con le pelli di animali, e soprattutto con le loro musiche di altri tempi.


Ma Gioia, nonostante le poche parole del padre, era certa che, in quella piazza, ci fosse un’altra presenza importante, anche se non le era mai riuscito di averne qualche conferma. Non si vedeva mai, certo, ma di sicuro era proprio lì che la befana bazzicava sin dai primi del mese per rifornirsi dei giocattoli che poi, quella notte del 6 gennaio, portava ai bimbi, buoni come lei. Del resto, le era parso, seppure solo qualche anno dopo, di averne una prova certa, quando ebbe l’impressione che una bambola, portatale dalla befana nella notte dei regali, fosse la stessa che aveva visto esposta su una bancarella di quella piazza non lontana.
Ernesto teneva Gioia per mano, mentre la accompagnava tra le bancarelle, timoroso che si allontanasse da lui e magari si perdesse tra la gente indaffarata, e la bimba ne approfittava per osservare in silenzio le leccornie, i pupazzi, gli addobbi con cui avrebbe voluto confezionare a casa l’albero. Dai tendoni posti sulle bancarelle, pendevano pupazzi raffiguranti la befana, tante piccole scope, ma anche statuine di natale, palloncini azzurri e gialli, mentre intorno si sentiva un profumo di ciambelle fritte.
Negli anni a venire, per quanto durante le feste di natale la piazza fosse sempre destinata almeno in parte ad ospitare bancarelle e zampognari, non avrebbe mai detto che si trattava dello stesso luogo che aveva attraversato da bambina, quando indugiava a guardare lo zucchero filante che si scioglieva sui visi di alcuni bambini e quando altri, pure più piccoli di lei, lasciavano la presa dei loro genitori e giravano di corsa, tenendo in mano palloncini a forma di babbo natale.


Gioia, da grande, non dimenticò che quel giorno, mentre era ferma davanti ad una bancarella, si era sentita tirare per mano da suo padre. Senza una precisa ragione, guardò in cielo e notò una macchia colorata a forma di rombo che scendeva di colpo a terra, portandosi dietro una lunga coda di piccoli anelli di carta. Un bambino aveva forse perso quell’aquilone che, privo di guida, sbandava di qua e di là tra gli edifici, e stava precipitando a terra.
La bimba sentì allora suo padre stringerle più forte la mano, e non ne capì subito il motivo; poi Ernesto prese a correre all’improvviso senza dirle nulla quasi trascinando la piccola nella direzione in cui stava precipitando l’aquilone: non si dissero praticamente  nulla mentre correvano insieme, ma si scambiarono un gran sorriso di intesa.
Gioia, con le sue piccole gambe, faceva fatica a seguire il padre ma ci metteva tutta la forza possibile, tre passi piccoli ogni passo grande, perché non voleva rimanere indietro per nulla al mondo. Le venne un grande fiatone, e quasi le mancava il respiro, sobbalzò infine per un istante quando giunsero a destinazione, nel punto in cui l’aquilone era caduto. Era ormai distante la piazza con le bancarelle, e non si sentiva più il rumore della calca.
Ernesto si chinò a raccogliere il povero aquilone. A Gioia sembrò che avesse  l’aspetto di un gabbiano ferito e stanco, le sue ali erano spezzate e incapaci di sostenerne il volo. Vide che suo padre lo toccava con cura quasi a saggiarne le ferite e dal suo sguardo rassicurante comprese che poteva tornare a volare. Poi rientrarono a casa in gran fetta e non le parve di aver mai fatto quel tragitto così di buona lena e in breve tempo.
Ernesto condusse Gioia nel suo ripostiglio dove aveva raccolto degli arnesi con cui si dedicava a piccoli lavori casalinghi di restauro: il pomeriggio trascorse intenso a riparare l’aquilone ferito. Gioia, seguendone le pazienti indicazioni, porgeva al padre la colla, le stecche di canna, i pezzi di cartone, che lui richiedeva: il padre armeggiava con perizia compiva gesti da esperto chirurgo, curando le ferite, riparando i danni dell’aquilone rovinatosi nella caduta. Quello stesso pomeriggio, in poco tempo il ferito poteva dirsi guarito e l’aquilone era pronto per una nuova esaltante impresa di volo.


Fu allora che Ernesto porse a Gioia l’aquilone restaurato, glielo affidò nelle piccole manine e la condusse nuovamente in strada, davanti alla loro casa, entrando nel cortile adiacente all’abitazione. La piccola Gioia si sentì la madrina di quell’evento. Il padre era stato davvero bravo, aveva riparato le ferite in poco tempo, ed ora l’aquilone era più possente che mai, non le era mai capitato di vederne uno così bello ed agile, sarebbe stato capace di volare per sempre.
Bastò tenerlo sollevato un attimo, perché il vento della sera lo alzasse rapidamente in cielo, sempre più in alto. In un attimo, si sollevò rapidamente, prese quota, si diresse al di sopra di tutti i palazzi, diritto verso le poche nuvole che, nelle silenziose ore della sera, offuscavano il cielo.
Allora suo padre passò a Gioia il lungo filo che legava l’aquilone e lei sentì un brivido, per un attimo temette di perdere la presa, di lasciarsi scappare il piccolo oggetto, ormai dotato di forza propria, e si sforzò di stringerlo forte con la piccola mano. Tenuto stretto, attraverso il lungo filo di nylon, ormai completamente teso, Gioia si accorse che  l'aquilone, silenzioso, così in alto, si era fermato in cielo, mentre solo la coda di anelli di carta colorata scodinzolava allegramente. Il rosso e il blu fluttuavano sorridenti e felici in aria. Non poté mai dimenticare che, quel giorno, rimase accanto al padre per un tempo che non seppe calcolare, con il naso all'insù, a osservare il suo aquilone. 

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