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(foto ap)

martedì 10 novembre 2015

Steve Jobs, un garage nella storia



(ap) Un garage è patrimonio storico dello Stato, “historic lanmark”, secondo la decisione presa all’unanimità dalla Los Altos Historical Commission in California. Può accadere una cosa del genere, quando si tratta di un garage speciale, quello annesso alla villetta monofamiliare al numero 2066 di Crist Drive, a Los Altos, in California, dove Steve Jobs, nel lontano 1976, creando i primi cento pezzi del suo Apple I, ha dato origine ad un’avventura, umana ed imprenditoriale, indimenticabile.

L’azienda di Cupertino nella Silicon Valley, dal simbolo della mela morsicata, è stata protagonista esaltante, negli ultimi decenni, dell’innovazione tecnologica. Ha creato il primo personal computer, mettendo poi a segno una linea di prodotti (a cominciare dal leggendario Macintosh da tavolo), che, rispetto ai giganti del settore, ha saputo affermare la propria differenza in termini di design e di seduzione culturale. Rendendoli oggetti rivoluzionari. E’ il caso del ripensamento del modo di ascoltare la musica con l’accoppiata ITunes-Ipod, della ridefinizione del telefono con l’IPhone, della costruzione di nuove modalità di utilizzazione di contenuti digitali con l’IPad.

Tutto ciò lo si deve a lui, Steve Jobs, fondatore dell’azienda, e tutto è iniziato in quel piccolo garage dalla porta bianca, sulla collina ricoperta da verdi prati ben curati, accanto alla casa dove è cresciuto. Non solo ha creato una compagnia di successo, ma ha permesso che la rivoluzione dell’informazione fosse accessibile a tutti in maniera intuitiva e divertente. Ha messo a frutto il suo talento nel raccontare storie e nell’inventare soluzioni nuove, persino – disse Barak Obama nel 2011 al momento della sua morte  - cambiando il modo in cui tutti noi vediamo il mondo: “Steve è stato fra i più grandi innovatori americani, tanto coraggioso da pensare in maniera differente, forte abbastanza da credere di poter cambiare il mondo, e con un talento sufficiente da permetterglielo”.

Definito un genio, un tiranno, un prestigiatore capace di tirare fuori dal cappello nuove meraviglie, Jobs ha diviso il pubblico. Tra gli ammiratori entusiasti, che vedevano in lui un uomo capace sempre di pensare diversamente (“Think different” fu il motto di una delle più celebri campagne pubblicitarie) e i critici acerrimi, secondo i quali egli non inventava nulla di realmente nuovo.


Un uomo che lo conosceva bene,  essendone stato collaboratore e persino biografo, Jay Elliot, non ha esitato a considerarlo un artista. C’era in effetti, nel tratto umano, nelle apparizioni ieratiche, nel rapporto con l’azienda, nei prodotti, qualcosa di visionario, in cui si racchiudeva tutta la sua passione per la vita e per il lavoro, e in definitiva la sua visione delle cose. Forse era persino un esaltato, ma certo anche un uomo stupefacente, un creatore d’eccezione, un artista del nostro tempo.
Era inevitabile vedere nei suoi prodotti non solo degli ottimi apparecchi, ma delle vere e proprie rivelazioni, anticipazioni del futuro fino a quel momento oscuro e misterioso, acquisizioni del senso nuovo dell’avvenire, meraviglie che facevano superare il limite del possibile. Gli utenti rimanevano appagati e gratificati per l’uso non solo funzionale ma estetico degli oggetti. Non sorprende che gli appassionati Apple siano stati descritti come seguaci di un vero e proprio guru, appartenenti ad una sorta di clan, elitario e un po’ snob, anche irridente verso gli acquirenti di altre marche, e gli utilizzatori di windows, orgoglioso in fondo della propria originalità di stile.


Si capiva che, al centro di questa esperienza lavorativa esaltante, vi fosse, per Jobs, il senso di una ricerca continua di qualcosa da amare e da conquistare. Come nella vita privata. Il suo più grande amore fu la moglie, Laurene, e la famiglia. Ma Apple, nell’annunciare la morte del suo fondatore, osservò che “il mondo è incommensurabilmente migliore grazie a Steve” e che tutti i cuori di coloro che lo hanno conosciuto “sono stati coinvolti dai suoi straordinari doni”.
Con uno come Jobs, non vi era distanza tra economia e cultura, tra vita personale e lavoro. Coltivava la sua azienda come un artista lavora alla sua opera, con un attaccamento che gli ha permesso di superare momenti molto difficili, come quando fu addirittura licenziato dall’azienda che aveva creato, e seppe trovare l’orgoglio e la passione per riprenderla in mano subito dopo per farle raggiungere nuovi traguardi.

Jobs parlava poco di sé, e si è soprattutto raccontato attraverso le sue opere in cui ha proiettato la passione per la vita, per l’intraprendenza, e la generosità nei rapporti umani; le stesse risorse con le quali ha affrontato dal 2003 la battaglia più dura, quella contro il cancro. Sempre con senso di dignità verso il male che l’aveva colpito, e non tirandosi indietro in azienda sino a pochi mesi prima della morte.
Eppure, il più straordinario momento di autobiografia che ha voluto condividere con tutti e in specie con i giovani è contenuto nel suo celeberrimo e commovente discorso all’università di Stanford nel 2005, elogio della determinazione e del coraggio, dell’amore per la vita e della forza morale nel superare le più aspre difficoltà. Disse tra sguardi sorpresi: “Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi”; e concluse davanti alla platea ammirata: “Solo amando quello che fate, farete grandi cose”.

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