Pagine Letterarie

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(foto ap)

domenica 21 settembre 2014

Passione visionaria


di Laura Bonfigli


Il Demonio in sagrestia (Pagine Letterarie, 3/9/14), breve, ma intenso racconto di Paolo Brondi rientra a pieno titolo nel genere noir: che la morte di fra Martino si risolva in un suicidio piuttosto che in un omicidio, a mio avviso, è del tutto ininfluente.

Del giallo ci sono tutti gli ingredienti essenziali: una morte violenta e misteriosa, un luogo sacro, profanato dall' oscura presenza di un cadavere, un ispettore inizialmente un po' scettico e distratto, ma attento ai dettagli che, seppur minimi, lo portano a seguire la pista giusta, una serie di personaggi, apparentemente secondari, in realtà compartecipi e presenti sulla scena al momento giusto e nel posto giusto.

La struttura narrativa funziona, perché è perfettamente congegnata: i fatti scorrono veloci, sono felicemente concatenati e suscitano suspence nel lettore di turno. Ma l'aspetto più avvincente di questo testo agile e dinamico è l'impronta introspettiva che gli conferisce l'autore, osservatore attento e raffinato conoscitore della psiche umana. Paolo Brondi, infatti, non rinuncia a scavare nei meandri dell'animo umano in cui, "quando l'inaspettato che aspettavamo accade" l'amore esplode in tutta la sua virulenza. Del resto, come scrive Sthendal "la passione non è cieca, è visionaria".

Questa è esattamente la condizione psicologica del povero fra Martino che, attratto da Elvira, una giovane laureata in lettere classiche e sua collaboratrice nel lavoro di traduzione dei testi sacri, ne è ammaliato in modo irresistibile al punto da scivolare nel delirio, ben evidenziato nel testo da un linguaggio sempre più frantumato e disarticolato.
La pulsione naturale che fra Martino identifica col possesso diabolico, repressa da una vita di dure regole ed imposizioni, esplode in tutta la sua forza incontenibile ed assume i contorni della passione più aggressiva. Ma se la passione, in senso etimologico significa "patire l'altro", questa è la condizione di chi non possiede più se stesso, ma è spodestato da se stesso e posseduto dall'altro. E' in fondo la felicità o ebbrezza che tutti inseguiamo nel corso della vita, perché ci porti fuori da noi stessi anche per un breve attimo; ma quando arriva ci scuote e ci sconquassa fino alla radice perché, come sottolinea Umberto Galimberti nei suoi saggi, è una forza che non dipende da noi, ma dall'altro a cui abbiamo consegnato l'anima. 



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