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(foto ap)

mercoledì 5 agosto 2015

Quartetto d’archi: l’impeto sui fili sottili

 di Marina Zinzani
(con un commento di Angelo Perrone)

(Una fragile armonia, A Late Quartet, è un film del 2012 diretto da Yaron Zilberman e interpretato da  Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Catherine Keener e Mark Ivanir)

Un quartetto d’archi si appresta a portare in scena l’Opera 131 di Beethoven. E’ un brano particolare, perché non prevede pause. E senza pause, i suoni diventano vorticosi, si rischia di perdere l’accordatura degli strumenti. Così ha voluto Beethoven.
Ma prima dell’inizio della stagione musicale, uno di loro, Peter, si ammala gravemente. Gli diagnosticano il morbo di Parkinson, le sue mani non dominano più il violoncello. E’ un personaggio malinconico, Peter, ha negli occhi il ricordo ancora fresco della moglie, morta un anno prima, ha la consapevolezza di una vita vuota, senza di lei. Ma non basta questo: il suo corpo mostra  i segni della malattia, il dolore della perdita si somma ora alla paura. Sa cosa l’attenderà, cosa spetterà al suo corpo.
Decide il ritiro dalle scene, trova una violoncellista degna di sostituirlo. Lo farà dopo il primo concerto, dice.
Nel frattempo la notizia lascia ammutoliti i suoi compagni. Ma dura poco questo stupore. Come se fosse calata una coltre di nebbia nelle loro menti, l’armonia fra di loro si spezza, tutto sembra esplodere, e quello che divampa sono le ambizioni represse, le gelosie,  la sensazione di non essere mai contati abbastanza all’interno del quartetto.
I cavalli senza sosta della musica di Beethoven corrono, in un vortice di rivendicazioni e di perdita: non c’è più la bellezza della musica che li accomuna, i venticinque anni insieme che li hanno resi famosi in tutto il mondo. Ognuno dei tre gira attorno al proprio piccolo mondo. Senza accorgersi della grande sofferenza di Peter.
Beethoven costringe chi suona l’Opera 131 a non fare pause, e allora la corsa forsennata dei suoni sembra diventare la corsa della vita. Nulla si vede più: né la vera sofferenza, né la vera gioia.
Solo Peter vede. Sente. Gli manca la moglie, che quasi vede apparire come un fantasma mentre intona un brano struggente che lei, cantante lirica, cantava, “Die tote stadt”, la città morta…
Ci sarà l’addio alle scene di Peter. Ma sarà una sorpresa per i compagni. Fermerà nel bel mezzo del concerto, con il teatro gremito, le sue mani. Appoggerà il violoncello, si alzerà e parlerà al pubblico.
“Signori e signore, io mi devo fermare, i miei amici sono troppo veloci per me,  non riesco a tenere il passo. E’ di Beethoven la colpa, vuole che suoniamo l’Opera 131 con la tacca, senza pause. A me serve una pausa...”
C’è nella voce di Peter, nella sua figura in piedi sul palco, l’improvvisa capacità di cambiare le cose, tutte le cose: mentre il pubblico ascolta rapito le sue parole, i tre compagni si risvegliano, lo guardano, si guardano, i loro occhi  si velano di lacrime. Cominciano a vedere, dopo mesi di oscuramento.  Le lacrime agli occhi e la decisione di chiudere lo spartito, di suonare in libertà.
Allora cavalcheranno i cavalli tormentati di Beethoven, mentre un’emozione nuova cade sui loro volti, e ogni cosa sembra ritrovare pace, armonia. Ci voleva il viaggio all’inferno dell’amico, il vero dolore, per arrivare a questo.


(ap) In un quartetto d’archi, l’armonia è molto rara. I musicisti devono mostrare le loro individualità ma anche ottenere un’unica voce. Un precario equilibrio, a prezzo di rinunce e di compromessi, nel groviglio sorprendente e pericoloso tra vita e lavoro. Gli imprevisti possono metterlo a repentaglio, mostrando la fragilità del singolo, rendendolo nudo a se stesso, ponendolo in conflitto con il gruppo.
Eppure l’umanità di ciascuno non può essere un drammatico inciampo, uno scoglio catastrofico da superare comunque, la negazione di sé. Piuttosto, può diventare una risorsa nella ricomposizione delle relazioni, che si alimenta dell’incontro-scontro con l’altro, e dell’accettazione dei propri limiti.
Se uno solo è l’autore della musica, servono diversi interpreti per suonarla secondo il suo spirito. Abilità e cuore, tecnica e trasporto, si tengono per mano, secondo un intreccio misterioso, nella musica. E nella vita. Le note allora ritrovano la loro singolare armonia e risuonano liberamente, non più guidate da uno spartito. Travolgenti ed emozionanti. Come quel do diesis minore dell’opera 131 di Beethoven, l’ultima, si dice, che Franz Schubert volle ascoltare prima di morire.

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