Pagine Letterarie

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(foto ap)

martedì 11 agosto 2015

New York, il sogno

di Lucia Bolognani

Quando il sogno di un viaggio è rimasto per anni in un cassetto, non è facile spiegarsene le ragioni. La partenza è sempre una grande agitazione, mescolata ad una buona dose di vero e proprio panico. Finalmente il giorno arriva e, mentre sali sull’aereo, ti chiedi se è tutto vero, oppure ancora un sogno.
Seduta comodamente al mio posto, vicino al finestrino, mi lascio invadere da mille domande: sarà come mi aspetto? O sarò delusa perché la mia immaginazione ha superato ciò che troverò? I preparativi frenetici che hanno preceduto la partenza ed il super lavoro quotidiano hanno un po’ confuso il valore che avevo dato a questo viaggio.
Le ore di volo sono state molte, ma non sono sembrate così pesanti. Improvvisamente il comandante di bordo annuncia che stiamo per atterrare e mi sto dando un pizzicotto per rassicurarmi che è tutto reale.... questa volta. Concentratissima a captare tutte le sensazioni che può darmi questo viaggio, quasi non realizzo che sono finalmente a New York, la Big Apple.
Il mio primo pensiero è sempre stato: che odore avrà l’aria di New York? Perché deve per forza avere un odore particolare, non necessariamente cattivo, ma diverso, inconfondibile. Uscita dall’aeroporto, è quasi buio, l’aria non è particolare e mi chiedo il perché, in tutti questi anni, mi sono fissata con questa cosa.
Il tratto percorso con il taxi, per raggiungere la casa dei miei amici che mi ospiteranno, sembra più che altro un inseguimento da servizi segreti, alla 007. Le luci così in alto, sopra i numerosi bridge di Manhattan, sono un flash che mi rimette subito nell’assetto di attenzione, nonostante il jet lag stia per produrre i suoi effetti.
Ci siamo! Finalmente le valigie si possono abbandonare in un lato della stanza, ma non riesco a sedermi per ora; i miei amici insistono per farmi salire sul tetto del loro palazzo di quattordici piani, per mostrarmi una cosa. Non comprendo la necessità di salire sul tetto, dopo il viaggio interminabile e la corsa in taxi, ma dopo tutto non voglio sembrare sgarbata, dunque, li seguo.
Quando improvvisamente la porticina sul terrazzo si apre, capisco che ciò che avevo immaginato non era nulla in confronto a quello che ho davanti agli occhi. Ora la parola “skyline” non è una semplice espressione, quasi astratta, è molto di più. L’atmosfera che si respira da lassù lascia davvero senza fiato. Incollata al parapetto, con il naso all’insù, trattengo il fiato. Il ponte di Brooklyn, maestoso, riflette le sue luci sull’Hudson River, e tutti attorno i grattacieli illuminati di Manhattan, l’Empire State Building, nella notte sembrano essere incollati su una carta crespa di colore arancio acceso.
 Mi lascio accarezzare dalla leggera brezza che da lassù mi avvolge le guance e piacevolmente mi coccola, mentre ammiro quel panorama da favola.
Che dire, come prima serata, nulla di ciò che avevo immaginato è accaduto; ma molto di ciò che non pensavo ha scosso il mio animo.


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