Pagine Letterarie

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(foto ap)

giovedì 3 settembre 2015

Ritorno in Africa

di Paolo Brondi

Daniel, in aereo di ritorno a Roma, guardava il tramonto e immergeva nei suoi rosei colori la speranza di ritrovare l’amore così bruscamente spezzato. Certo, Laura non aveva risposto alla sua lettera, ma era sicuro che a casa lo stava attendendo. Le avrebbe spiegato che la sua non era stata una fuga... Tutto era precipitato: la morte della moglie, la convocazione dell’Unicef, l’urgente trasferimento in Africa e il tempo si era impadronito di lui senza dargli posa alcuna.
Aveva fortemente patito la mancanza di lei, appena giunto nelle terre africane, venuto meno l’entusiasmo di essere stato nominato dall’Unicef responsabile di un ospedale nella capitale del Mozambico, Maputo, per affrontare i bisogni dei bambini e delle bambine, vittime dei conflitti armati, e promuovere interventi di sostegno psico-sociale e di formazione professionale. Nel susseguirsi incessante del confronto con il dolore dei bambini, veniva cancellato in lui ogni ricordo di normalità. Ogni giorno gli si ripeteva la stessa impellente necessità di trasformarsi in chirurgo, infermiere, servitore, amministratore. E la sua specialità di psicologo si riduceva alle carezze, all’affettività dello sguardo che rivolgeva ai suoi piccoli e sfortunati degenti. Tutti coinvolti e vittime, senza volerlo né saperlo, nei mali, le sofferenze, la fame, dei loro genitori, trascinati in quella lotta di liberazione anticomunista, detta Renamo, che dagli anni 80 fino al 1994, aveva trascinato il Mozambico in un guerra civile colpendo anche le scuole.
Negli ultimi anni, verso il 2000, Il paese aveva raggiunto un discreto equilibrio sociopolitico e si poteva godere delle sue bellezze, ma Daniel non aveva mai tempo di abbandonarsi a pause rilassanti in seno alla straordinaria atmosfera del tramonto, o nel passeggiare sulla spiaggia di un mare cristallino o perdersi nel profondo degli occhi scuri e nel mistero dei volti ricoperti di Musiro delle donne locali. Giungeva alla sera disfatto e piombava in un sonno tanto profondo che oscurava ogni sogno. Sapeva che dopo di allora nulla sarebbe stato più paragonabile al servizio prestato in ospedale e all’aiuto dato a quei bambini e quando l’Unicef gli comunicò che la sua missione, trascorso l’anno, era terminata, mescolò a un sospiro di sollievo sentimenti di sincera nostalgia. Da Roma trasvolò a Milano, ove aveva casa e studio e una volta arrivato telefonò a Laura. Nessuna risposta. Il suo orologio segnava le venti e un quarto e si rassicurava dicendosi che lei magari era uscita per far spesa e aveva spento il cellulare. Fece passare il tempo ascoltando musica e cenando. Alle ventuno e trenta riprese a telefonare. Ancora nessuna risposta. Poi il trillo del fax. Lo estrasse e nel leggere il messaggio di Laura, tutte le sue speranze svanirono.
“Ciao... non mi telefonare più. Non voglio più soffrire, voglio stare tranquilla, voglio tornare a vivere. Il mio mare è in tempesta ma oramai non lo contrasto più. Il vento non dipende da me. Galleggiare sulle onde sì. Ho bisogno di un uomo che mi comprenda ma che soprattutto mi voglia bene e capisca le mie difficoltà venendomi incontro e non chiudendosi dietro un muro di silenzio e di bugie. Hai tradito la mia fiducia... per quel tuo dichiararti innamorato e voglioso di progettualità... e poi il gelo. E’ stato per me umiliante, mi ha di fatto allontanato da me stessa, dalla vita, da altro...dalla tranquillità, dalla serenità... Insomma... È come se avessi visto una Laura che aveva preso ad amare una persona che è fondamentalmente diversa da lei... E poi oggi ho accanto a me l’uomo di cui ho bisogno e che mi ama ed io stesso, a poco a poco, sto imparando ad amare... Ciao. Laura“.
E a Daniel non restava altro che rimpiangere la perdita di una così bella creatura e dolersi per la sua assenza di un intero anno, sia pur per una profonda causa, che aveva determinato quella separazione. Ma la sua personalità era forte e non poteva correre il rischio di perdere il sonno o cadere in varie somatizzazioni e nella depressione. Meglio tornare in Africa e guarire le sue nostalgie curando i piccoli pazienti di cui già sentiva dentro le voci imploranti...

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