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(foto ap)

mercoledì 3 ottobre 2018

Rabbia, eresia di un'emozione

Pupazzi con rabbia e sentimento, Dario Fo e Franca Rame
Politica, social, media, rapporti personali: non ti aspetti reazioni così ispirate alla rabbia: suscitano paure, e risposte aggressive. Ma esiste anche il pericolo della rassegnazione. La possibilità di utilizzare la rabbia in modo positivo

(ap *) L’emozione della “rabbia”? La riconosci innanzi tutto dallo sguardo accesso e feroce, dalle labbra serrate, dal linguaggio eccitato e frenetico. Solo dopo, dai giudizi sommari che non colgono la complessità dei problemi, dai gesti perentori che aggravano, piuttosto che migliorare, le situazioni. Certo, percepiamo uno stato di minaccia, avvertiamo un senso di frustrazione dei nostri bisogni, percepiamo un’ingiustizia. Accade nella dimensione sociale o politica, ma anche negli ambiti più intimi della vita privata.
C’è un uso politico spregiudicato della rabbia, nelle elezioni, nella vita pubblica quotidiana, nelle proposte. Accanto ai contenuti comunque “emozionali” (per esempio ispirati alla “fiducia”, alla “speranza”, alla “prudenza”), compaiono annunci che mirano ad avere una forte presa sul pubblico e a riscuotere immediati consensi. Post, tweet, interventi pubblici alimentano paure (che pure hanno un loro fondamento), suscitano moti di rivolta (che peraltro non sono immotivati).
Ma è il linguaggio, più che i temi affrontati, che alla fine innesca una reazione di rabbia nella gente. Le parole sono spesso più importanti del contenuto di un testo. Come affrontare un problema è molte volte più decisivo della soluzione stessa, perché questa è condizionata dall’approccio usato.
Quale che sia la causa, e l’origine delle nostre percezioni della realtà, si verifica poi uno scarto. E’ un salto oltre il confine, una reazione che sa di eccessivo e irrazionale, persino priva di senso. Perdita di autocontrollo, gesti pericolosi non solo verso gli altri, ma contro noi stessi. Azioni sconnesse ed avventurose.
Un boomerang, che provoca danni tanto tremendi quanto inconsapevoli. E spinge a proiettare un radicale senso di negatività anche sulle cose future. Tutto ci appare così perverso e minaccioso, anche quando non lo è affatto. Lo scenario è inquietante, per diversi motivi. Il sorriso è frainteso in gesto provocatorio. La presenza è avvertita come insopprimibile minaccia esistenziale. Non c’è lenimento delle sofferenze, né correzione delle storture. Nessun ravvedimento.
Il pensiero è smarrito oltre la concretezza dei fatti, delle cifre, della cruda ma così limpida realtà. Accanto alle percezioni che hanno senso perché gli avvenimenti le suggeriscono, matura un processo di travisamento inarrestabile: escalation di sensazioni sempre più avvolgenti e frustranti. Persino dirompenti e catastrofiche quando sfuggono le origini della rabbia e si inseguono solo i propri fantasmi.
Più difficile allora recuperare il buono di quell’emozione, che pure non mancherebbe, perché anche il negativo ha il suo verso contrario. E’ la forza di reagire alle avversità, la spinta a cambiare il corso delle cose, piuttosto che a fuggirne, rifugiandosi nel limbo del pessimismo rancoroso.
La percezione sbagliata può trasformarsi in un disegno ragionevole. Sentirsi defraudati, aver subito un’ingiustizia potrebbe far scattare la molla della reazione costruttiva, quindi utile. Come l’avversione alle storture, lo sdegno di fronte alle inefficienze.
Addirittura indispensabile, quella tensione etica, quando si tratti di abbattere gli ostacoli che impediscono la realizzazione di un desiderio, l’appagamento di un bisogno, la realizzazione di un diritto.
E’ il modo di far valere le proprie ragioni senza negare quelle degli altri. Di trovare strade ragionevoli per l’avvenire di tutti, piccoli passi con il contenuto della concretezza e il gusto del buon senso. Soprattutto senza alcun disprezzo, o proposito di vendetta. Perché non è solo questione di buone maniere, ma di giuste misure nella percezione della realtà e nella progettazione di soluzioni. E di un pizzico in più di fiducia. Perdere il controllo va anche bene se aiuta a ritrovarlo.


* Leggi anche La Voce di New York:

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