Pagine Letterarie

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(foto ap)

martedì 16 ottobre 2018

Matilde (Il senso di impotenza)

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(ap) Racconti dedicati alle emozioni. Ci vuole poco perché ci coinvolgano, scuotendo il tran tran quotidiano, rompendo abitudini, cambiando il ritmo della vita. Nulla come prima. Una selva di sensazioni che solo dopo, forse, potranno diventare altro, mettere radici e trasformarsi in sentimenti, magari duraturi e costanti. E allora orientare scelte e percorsi in modo sicuro. Non subito.
Sul momento non accade, manca la lucidità, c’è uno stato di inquietudine rispetto alle emozioni, ne avvertiamo la fragilità, eppure non possiamo nasconderci che sono importanti. Si accompagnano talvolta a silenzi, vuoti di relazioni, assenza di parole.
Vorremmo dire tante cose ma non riusciamo a farlo. Dovremmo agire, prendere delle decisioni, affrontare con schiettezza l’amico, il coniuge, il collega di lavoro. Magari dirgli solo che vorremmo parlargli un po’. Qualcosa ci blocca.
Eppure avremmo tanto da dire: denunciare un torto, reagire al dolore. Chiarire delle situazioni. Tendere una mano a qualcuno in difficoltà. Non ci riusciamo. Ci sentiamo inadeguati. Impossibile affrontare quello sforzo, piccolo o grande, che la vita esigerebbe.
Ci mancano proprio le forze. E’ allora che il viso si irrigidisce, non ha più espressioni per manifestare lo sdegno, la ribellione, magari solo per dare o forse chiedere una carezza. Diventiamo maschere di noi stessi.
Dopo Sabrina, dedicato all’invidia, Ilaria sulla rabbia, Rosa, incentrato sulla malinconia, Giacomo sul senso di colpa, ecco il “senso d’impotenza”.

(Quando la notte impedisce ai pensieri di aprirsi, e rimangono chiusi al buio, non si può, non si deve, è meglio non fare, quando si resta immobili, frustrazione latente, senso di malinconia, impedimento, ecco che una parola appare, forte nell’esprimere ciò che non si muove, che fa soffrire: l’impotenza.)

Ho 44 anni e un buon lavoro. Non posso lamentarmi, di questi tempi. Ho una situazione familiare un po’ complicata, nel senso che sono una donna separata e il mio ex marito ha una nuova compagna e appare sereno, molto sereno, ha dei progetti, fra cui quello di avere un figlio da lei.
Come l’ho saputo? Mia figlia di 11 anni me l’ha detto, un giorno. “Mamma, papà mi ha chiesto se mi farebbe piacere avere un fratellino…” e io ho abbozzato un sorriso, avevo una nota dentro un po’ strana, triste direi, ma le labbra hanno sorriso, perché mi sono imposta di affrontare la separazione con coraggio, rendendo la faccenda a mia figlia il meno traumatica possibile.
Credo di esserci riuscita, credo che mia figlia viva serenamente, e quindi un fratellino le è sembrata una cosa ovvia, dato la nuova vita del padre. Ho sorriso. Dovevo sorridere, e non mostrarmi fredda, sarcastica, ostile. Ho deciso così, lo ripeto, devo salvaguardare la serenità di mia figlia prima di tutto, e quindi evito discussioni con suo padre, cerco di avere un buon rapporto con lui nonostante le cose non siano andate così bene fra noi…
Ma questo è un altro discorso, è un’altra storia. Ci sono delle mattine in cui invece vorrei gridare, ed abbandonare il mio atteggiamento garbato, vorrei potere dire delle cose, delle cose che mi hanno ferito, fatto male, io credevo in questa storia, io credevo in alcune persone, io credevo che la lealtà fosse un valore, fosse qualcosa che rendeva le persone speciali.
Mi ritrovo a piangere in macchina, delle volte. Quando non c’è nessuno con me, certo, né mia madre né mia figlia. E’ il momento dei conti che si fanno in silenzio con se stessi, e il passato appare come un insieme di pagine di cui si comprende gli errori di scrittura, adesso li capisci, adesso comprendi che dovevi fare, intervenire, dire subito alcune cose, affrontare, combattere, cercare con la dolcezza di rendere tutto più sereno. E invece no, quelle pagine appaiono pagine di un libro crudele, spesso. Ora ti chiedi come hai potuto non capire, come gli occhi siano stati bendati, come non si sia data importanza allora al tempo per sé, per l’altro, alle relazioni.
Quando ci si separa si fanno queste considerazioni, ti guardi indietro e vedi che se tu avessi, o non avessi… forse quella persona non sarebbe mai entrata nella tua vita, portando tanta devastazione. Per il tuo compagno un’esplosione di emozioni, per te il suggello del tuo fallimento. Di persona, di donna, di compagna.
Non puoi cambiare più niente ad un certo punto, la trasformazione è diventata inarrestabile, non ci si riconosce più, non si riesce a comunicare serenamente, c’è rabbia accumulata e non si sa per cosa, per eventi dal di fuori che interferiscono e modificano in profondità, anche. Alla fine non ci si riconosce più, e uno dei due soffre più dell’altro e si sente impotente, di fronte ad una nuova realtà che deve affrontare. Poi ci sono i figli, e il buon senso fa decidere di apparire civili, superiori, di considerare  la loro serenità prima di tutto, e si prende la decisione di non usare le armi.
Ma qualcuno dentro non è d’accordo, qualcuno vorrebbe dire delle parole, vorrebbe rompere anche qualche piatto, farebbe bene romperlo, e smettiamo di fare le persone sempre civili, sottovoce, che cercano il giusto in ogni cosa!
Pensieri che esplodono in macchina, o quando cammino sola, e vedo coppie innamorate. Poi mi passa. Penso a mia figlia, a come è cresciuta, alla sua allegria e vivacità, al suo essere positiva. E penso che ho fatto un buon lavoro, nonostante tutto.

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