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(foto ap)

domenica 11 marzo 2018

Storie, in una bottiglia da gin

Tonya Illman ritrova la bottiglia

Ritrovato un messaggio in bottiglia lanciato 132 anni fa. Un metodo antico per comunicare, persino per custodire dei segreti. Il fascino di ciò che viene da lontano

(ap) Mille miglia marine sono un bel tragitto, anche 132 anni sono un lasso di tempo ragguardevole, quasi un’eternità ai tempi d’oggi, con la velocità di internet. Eppure è quanto accaduto ad una piccola bottiglia da gin.
Gettata in mare il 12 giugno 1886 dal bastimento tedesco Paula, impegnato in una traversata da Cardiff sino all’Indonesia, è approdata finalmente, solo in questi giorni, tra le sabbie di Wedge Island, Australia occidentale. In fondo, era la costa antistante il punto nel quale si era venuto a trovare, nel secolo scorso, l’anonimo lanciatore, ma c’è voluto tutto questo tempo.
L’ha trovata una certa signora Tonya Illman, incuriosita e inconsapevole d’essere partecipe, in qualche modo, di un evento da Guinness dei primati: si tratta del messaggio in bottiglia più vecchio mai recuperato, il precedente aveva impiegato 109 anni per raggiungere la terra ferma. Nulla di romantico o trascendentale, il biglietto che vi era inserito raccomandava soltanto di avvisare del fatto l’Osservatorio navale tedesco, per conto del quale quel bastimento stava effettuando il viaggio e svolgeva ricerche sulla direzione delle correnti marine. Troppo tardi.
I tempi, le emergenze o soltanto l’illusione eterna di raggiungere mondi sconosciuti hanno attribuito ai flutti del mare il compito impossibile di trasmettere comunicazioni di ogni tipo. Anche poesie, riflessioni, resoconti, esortazioni pedagogiche. I testi consegnati alle onde hanno avuto infatti i contenuti più diversi: espressioni d’amore per la donna amata, racconti di amicizia, invocazioni di aiuto, lasciti morali alle future generazioni, informazioni sulla navigazione, notizie sulle avventure vissute in mare. Al modo, si direbbe, in cui oggi sul web si posta un messaggio che non si sa se qualcuno leggerà mai. Il mare, come ufficio postale o moderna bacheca virtuale.
Il primo ad averci pensato, dice la tradizione, pare sia stato nel 310 a. C il filosofo greco Teofrasto impegnato a dimostrare che il mar Mediterraneo fosse parte dell’Oceano atlantico. Da allora l’uomo non ha più smesso di lanciare in mare bottiglie (di vetro, prima dell’invasione della plastica) per i più diversi scopi. Un metodo diffusosi con l’aumento dei viaggi in nave in ogni parte del mondo.
Cristoforo Colombo, preoccupato per una pericolosa tempesta, affidò alle onde un messaggio in cui raccontava le sue scoperte, quasi un testamento, esortando chi l’avesse trovato ad informare la regina di Spagna. Non ce ne fu bisogno, Colombo tornò a casa e non si sa che fine abbia fatto quella bottiglia.
Ma un’altra regina, Elisabetta I d’Inghilterra, considerò pericolosissima per il suo regno questa strana usanza di gettare bottiglie in mare, temendo che potessero contenere informazioni utili ai suoi nemici, e la condannò con un apposito decreto. Le correnti marine – ben prima del viaggio del Paula - ritornarono però al centro dell’interesse dei naviganti perché influivano sulla velocità delle navi e indussero nel 1786 l’americano Benjamin Franklin, studioso delle rotte tra l’America e il vecchio mondo, a riprendere la pratica del lancio delle bottiglie a scopi scientifici.
Nel Novecento l’usanza accompagnò gli eventi delle due guerre mondiali, il destino di molti soldati, lo sterminio degli ebrei. Nel 1914, pochi giorni prima della morte, il soldato inglese Thomar Hughes scrisse l’ultimo messaggio d’amore alla moglie e lo affidò al mare, non senza inserire però una strana avvertenza, più propria di un postino, recante l’invito alla moglie di mettere, alla ricezione della missiva, la propria firma in fondo al testo, lì dove lui aveva segnato lo spazio per la “ricevuta”, prima di conservarla.
Non una ma tante furono invece le bottiglie con invocazioni di aiuto («Aiutateci, altrimenti saremo perduti») lanciate in mare da un gruppo di ebrei che nel 1939 per scampare allo sterminio nazista cercava di approdare a Cuba, bloccato dal presidente dell’epoca, Frederico Bru: erano tante le bottiglie che finirono sia sulla costa americana che su quella europea.
Per venire all’Italia, nel 1952, vicino Cagliari, fu rinvenuta una bottiglia accuratamente sigillata con cera lacca, che conteneva un messaggio, scritto su una tela di bordo, di un marinaio italiano, Francesco Chirico, imbarcato sulla Regia Nave Fiume, coinvolta con altre nella tragica battaglia di capo Matapan, 231 marinai morti. Chiedeva («mentre io muoio») che venissero date sue notizie alla «cara mamma»: medaglia di bronzo per “l’amor patrio“ dimostrato in quella occasione.
Un medico italiano di Termoli, appassionato pescatore, Roberto Regnoli, ha creato un sito “Messaggi dal mare” raccogliendo e pubblicando oltre 700 lettere, messaggi, biglietti, rinvenuti in bottiglie sulle spiagge italiane. Esoterici ed ironici, malinconici e strazianti.
La via del mare è praticata nella normalità della vita o in casi di emergenza, è ultima chance nel pericolo o espediente romantico di comunicazione. Si accompagna a speranze, aspettative, desideri, e qualche timore. Un’alternativa rispetto ad altri mezzi di comunicazione ugualmente originali, dai piccioni viaggiatori ai palloncini gonfiati di idrogeno.
Il vetro è impermeabile e refrattario agli agenti atmosferici, per questo è il materiale ideale in cui riporre un messaggio lanciato tra le onde. Lo custodisce nel tempo mantenendone l’integrità e preservandone il contenuto. Scrivere un messaggio in bottiglia è un gesto dal significato spesso misterioso e complesso. Per chi scrive il testo e per chi lo legge.
La comunicazione è espressione della propria intimità più profonda, ma al riparo dallo sguardo dell’altro e proprio nel timore del suo giudizio inconoscibile. Nei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, il colpevole riesce a trovare il coraggio di confessare il delitto soltanto scrivendo le sue colpe in un messaggio inserito in una bottiglia. La colpa è esteriorizzata, dunque dichiarata, ma non pubblicamente, è racchiusa in un involucro ben sigillato, isolata dal mondo, non vuole essere detta agli altri, né accetta di confrontarsi con la virtù. La segretezza è il prezzo della confessione stessa.
Il messaggio che viene da lontano, con un’origine avventurosa ed inquietante e dal contenuto accorato, anche se da parte di uno sconosciuto, sorprende comunque il destinatario. E lo coinvolge. Certo quella bottiglia poteva essere trovata da chiunque, non c’è un indirizzo, eppure è come se si trattasse di una domanda rivolta proprio a chi la ritrova e a nessun altro, richiamandolo quasi ad una responsabilità. Il solo ritrovamento di un messaggio in bottiglia, in cui si chiede aiuto, induce i protagonisti, ne I figli del capitano Grant di Jules Verne, a partire in soccorso, intraprendendo un lungo viaggio sino all’isola di Tabor. Sulla base di quell’interpello, l’uomo esce dall’anonimato per assumere una nuova identità.
Il naufragio, durante il quale si compiono gesti disperati o struggenti, è la condizione più temuta di chi affronta il mare, così simile allo sperdimento che a volte ci coglie anche sulla terra ferma e al riparo dalle onde, fluttuanti e prive di direzione. Non c’è da sorprendersi che il senso di angoscia si mescoli alla speranza che qualcuno ascolti la nostra voce, la raccolga e faccia propria. «I’ll send an sos to the word.. in a bottle», invierò un sos al mondo in una bottiglia, canta Sting. Un semplice involucro di vetro può racchiudere più di una richiesta di aiuto.

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