(Introduzione a Giorgia Deidda). Spesso la figura materna viene idealizzata, privata delle sue fragilità e costretta in un ruolo di perfezione irreale. I versi dell’autrice fanno l'esatto contrario. La poetessa guarda la propria madre negli occhi, riconoscendola prima di tutto come essere umano — una "bambina impaurita in mezzo a giganti" — per poi celebrarne la straordinaria metamorfosi in forza curatrice e generatrice. (Giorgia Deidda) Mamma, non importa cosa tu sia stata - Eri solo una bambina impaurita in mezzo a giganti – Ma hai creato dal nulla e sei diventata artefice di poesia, e tu stessa poeta e hai lavorato per tramutarti in cura e fiele dolce senza remore mi hai accolta e la carne è diventata uno, fondendosi in fuoco eterno.
(Introduzione a Vespina Fortuna). In quest’altro capitolo delle “Donne maledette”, storie immaginarie di donne che hanno vissuto sulla loro pelle un orrore, l’autrice ci porta dentro le mura domestiche di un matrimonio forzato, trasformato in un calvario quotidiano di percosse e sottomissione. Questa volta l'orrore non si consuma nel silenzio della rassegnazione, ma si trasforma in una lucida e spietata ribellione nel momento stesso in cui si accende la scintilla della maternità. Il corpo martoriato della protagonista diventa lo scudo per proteggere una nuova vita non ancora nata, spezzando con un gesto estremo la catena generazionale della violenza. (Vespina Fortuna). La razione quotidiana Maleditemi pure, se volete, non m’importa! Ho dovuto fare ciò che ho fatto, l’ho dovuto fare, secondo coscienza. Era un uomo spregevole il mio. Mi picchiava prima di andare al lavoro, ogni mattina, perché diceva che almeno era sicuro che non sarei uscita a fare la smorfiosa con altri uomi...