lunedì 1 giugno 2020

Le foto del nostro passato

Malinconia, gioia, nostalgia: sfogliando vecchie foto durante un temporale


di Cristina Podestà

Certe giornate sembrano prenderti in giro. Arrivano all’improvviso, senza avvisarti che è il momento di agire anche se per te è l’occasione meno opportuna. Tu sei lì, sei tutta concentrata a cucire gli strappi e i brandelli rimasti della tua vita, stai tenendo a bada la nostalgia, speri che smetta di piovere e di grandinare.

Covid-19: tutti in maschera

Con la mascherina, obbligatoria per Covid-19, tutto cambia: non siamo più quelli di primi


di Laura Maria Di Forti

Portarla è imperativo, come il punto che, in grammatica, sancisce un pensiero che sbalordisce. Ed infatti la mascherina ci sorprende, o meglio ci colpisce, ci sconvolge e ci stravolge. Siamo tutti senza fiato, ansimiamo se facciamo un passo in salita, sbaviamo come neonati senza bavaglino o come il bovaro bernese e il bulldog. Insomma, camminare con questa museruola ci fa sentire persino dei malviventi che stanno rapinando una banca.

domenica 31 maggio 2020

Le strane giornate Covid, una pizza stasera?

Non siamo ancora abituati alle giornate Covid-19, e anche l’estate sarà diversa: per stasera ci facciamo una pizza?


di Cristina Podestà

Ginestre di un giallo intenso e bellissimo attirano la mia attenzione, mentre tento una improbabile uscita post quarantena. Il lungomare è già troppo frequentato, accalcato, affollato, persone senza dispositivi di sicurezza e in gruppi mi si parano davanti e mi fanno innervosire.

Cosa ci riserva il destino?

Il perché delle cose della vita, le domande che rimangono senza risposta


di Davide Morelli


Io non so che simboleggia una rosa.
Non so neanche chi sono davvero.
Non so cosa vuole dirmi ogni cosa.
Non so chi sono, chi sarò, chi ero.

sabato 30 maggio 2020

Il nostro ritratto durante l'emergenza Covid-19


Il Covid-19 ha modificato i modelli di comunicazione. Le immagini ritraggono gesti di impegno, di tenacia, di solidarietà. Dal narcisismo dei social al senso di appartenenza ad una comunità


(Angelo Perrone) Anche loro, i selfie, sono scesi in campo contro il coronavirus. In aggiunta a mascherine, guanti, distanziamento sociale, reparti di terapia intensiva, e quant’altro. La potenza delle immagini per contrastare la pandemia. Muta di senso un simbolo della società contemporanea? Se ne scopre una funzione sociale? Cambia in generale il nostro modo di comunicare?
Proprio gli autoscatti, per esempio, sono diventati un fenomeno social a sostegno dell’appello di tante donne, e uomini, per rivendicare una maggiore presenza femminile nella gestione del contrasto al virus. «Abbiamo lottato, sopportato. Subìto, sperato e disperato. In questa crisi ci siamo sempre state, eccoci ancora qui: in prima linea, come e forse più di voi uomini. Vi abbiamo dato ascolto, ora basta: dateci voce», hanno spiegato i promotori, nella lettera al presidente Conte e a Vittorio Colao, responsabile della task force governativa.
Immagini di infermiere, medici, personale ausiliario, negli ospedali, in corsia, o nei momenti di riposo. Volti singoli o di gruppo, rigorosamente in camice e con la mascherina, la divisa di chi oggi è più impegnato a contrastare il virus. Un messaggio condiviso da tanti, che a loro volta hanno diffuso altre immagini analoghe con l’hastag #datecivoce. Per inciso, è preannunciato, in risposta a questa mobilitazione, un rafforzamento della presenza femminile sia nella task force di Colao che presso la Protezione civile.
Si assiste in questo caso all’uso del selfie per uno scopo collettivo, com’è la valorizzazione del ruolo pubblico delle donne, nell’interesse di tutta la società. Non è certamente l’unico caso, solo il più recente, perché, per rimanere alla sanità, l’intero tragitto del Covid-19, dallo scoppio della pandemia alla attuale fase-2 di convivenza forzata, è contrassegnato da immagini dello stesso tipo, scattate da tutti, sanitari e cittadini qualsiasi. Ciascuno di noi ha fermato così qualche istante della sua esperienza. L’isolamento nelle case, il cambiamento delle abitudini, l’allegria tenace manifestata sui balconi, la cura e l’assistenza verso i più deboli o bisognosi, in famiglia e fuori.
Un movimento trasversale e globale, incentrato sul coinvolgimento nel Covid-19 e sull’impegno comune a sconfiggerlo. Le immagini raccontano la trasformazione repentina della realtà italiana e le implicazioni personali. Non manca infatti, nelle fotografie, la storia dei singoli e delle loro emozioni. La fatica nel lavoro, il lutto per la perdita dei cari, la dedizione nella cura, la continuità nello svolgimento dei servizi essenziali.
Le vicende non hanno il sapore dell’esibizione narcisistica, della rappresentazione solitaria di eventi che non interessano a nessuno, sono pezzi di un racconto più ampio che ci riguarda da vicino. Un’immagine rimanda all’altra, quasi vi fosse un filo a collegarle in un mosaico di piccole tessere. Tanti sono i volti privi di nome che diventano familiari perché ne riconosciamo (e condividiamo) le emozioni.
L’immagine al tempo del Covid-19 in gran parte cambia di contenuti, e si direbbe che persegua altri scopi. D’istinto, senza un calcolo preciso. Perché è spontaneo concentrarsi su questi momenti. E proviamo esitazione a scegliere, come facevamo una volta, qualcosa di “leggero“, distraente. Di cui magari avremmo anche bisogno. C’è qui una diversa rappresentazione della persona e delle azioni che sovverte i canoni abituali, e si riflette in tutti i campi. A cominciare dalla comunicazione politica. I più sorpresi e confusi sono quei politici che maggiormente hanno fatto leva sul contatto diretto con le persone, sulla presenza fisica, per ricercare consensi. Si avverte una frattura, che sottolinea l’incapacità dei populisti di ogni parte del mondo, da Donald Trump al Boris Johnson, al nostro Matteo Salvini, di intercettare gli umori sollecitati dal virus.
Ma tutto ciò non dipende solo dal fatto che è venuto a mancare, a causa della pandemia, il contatto diretto con la gente su cui si è sempre basato il populismo di ogni colore. Anche se i divieti antipandemia hanno certo vanificato il cardine di quel messaggio. Conta anche, ed è determinante, il significato che, in quel contesto, è attribuito al rapporto con la folla.
Un politico come Matteo Salvini, onnipresente tra la gente e sugli schermi, alla costante ricerca di occasioni, anche le più banali, per il bagno di folla, si trova irrimediabilmente lontano dal circuito delle emozioni odierne, quasi corpo estraneo. Sono di altra natura quelle da lui coltivate.
In quel metodo, non è tanto opinabile il luogo dove fare politica, la piazza piuttosto che la sede istituzionale (ché anzi il rapporto con le persone è connaturato alla nozione di democrazia), ma il modo. L’immersione continua nei riti della quotidianità più banale ed insignificante, la nutella da spalmare, gli svaghi al Papeete, le ubriacature da selfie al centro di ogni comizio, diventa alla fine stordente e alienante. Si comprende come questo personale politico sia fuori registro in un mondo che mostra altre sensibilità.
Un solco profondo separa le vecchie rappresentazioni da quelle odierne, così drammatiche. Le immagini che accompagnano il Covid-19, i selfie di oggi, raccontano la fatica, l’impegno, la sofferenza, non l’euforia autocelebrativa, l’esaltazione fuorviante dell’incontro eccitante con il politico famoso da condividere orgogliosamente sui social.
Frana di colpo, nella dimensione pubblica e in quella privatissima, il mito della rappresentazione di sé secondo canoni esteriori, siano essi la fama di un istante o la bellezza esteriore, gli elementi dell’irresistibile fascino sociale. Cala il richiamo degli influencer, che infatti per sopravvivere si riciclano in (lodevoli) battaglie di solidarietà con i più deboli e fragili. Anche loro sollecitati ad una necessaria conversione, imposta dal Covid. Negli scatti del coronavirus, non c’è ossessione della propria immagine, o culto dell’apparenza, fragili ancoraggi del tempo che fu, ormai sovvertito dal virus.
Le immagini che ci rappresentano durante l’epidemia documentano il distanziamento sociale a cui siamo sottoposti, ma ne capovolgono il senso mostrandoci una diversa dimensione del rapporto con gli altri. Non più segnata dalle misure che ci separano, ma dagli scopi che perseguiamo. C’è una distanza che ci allontana ed un’altra che ci fa sentire vicini e uniti. C’è soprattutto un modo di stare accanto che si riempie di significati e di scopi condivisi.
Si moltiplicano fotografie di uomini, donne, bambini, ma anche collettive: gruppi di soggetti, vicini tra loro, nonostante i divieti. Eppure non percepiamo il senso di trasgressione, la disobbedienza rispetto alle regole anti-pandemia. Ci rassicura il fatto che ritraggano membri della stessa famiglia, colleghi di lavoro, vicini di casa, magari sconosciuti che scoprono quanto hanno in comune.
L’essere insieme da parte di chi si impegna contro la pandemia (ciascuno a suo modo e senza trascurare le cautele) ci appare plausibile, giustificato dagli intenti perseguiti, perché prevale lo scopo collettivo, non puramente individualistico, a differenza delle situazioni, pur legittime e necessarie, di svago o ricreative. Questi ritratti ci raccontano che il contatto diretto con le persone è sempre preziosissimo; ma più grave della mancanza della presenza fisica è la sua banalizzazione, il suo essere priva di senso e di prospettive.

La solitudine dei pensieri

Rimaniamo da soli con i nostri pensieri


di Davide Morelli

Resto solo con i miei pensieri.
Sono sempre i soliti sentieri.
Tutto può essere in questa mente,
che se ne infischia dell’essere e dell’ente.

venerdì 29 maggio 2020

L'avvenire delle figlie femmine, senza amore

Un matrimonio senza amore, quello tra Giovanni e Lucia: il profondo Sud, l’infinita solitudine di una donna, l’avvenire dei figli


di Cristina Podestà

Un incontro casuale, un frettoloso corteggiamento e, quasi immediato, l’altare. Lui era già avanti con gli anni, cercava moglie e lei era quella giusta per accasarsi. Di famiglia bigotta e seria, timida e silenziosa, pareva fatta apposta per lui. Non si era opposta: lo aveva accolto come un fatto necessario per dare un senso alla sua vita di donna.

La poesia al femminile

Versi rabberciati e sghembi, sussulto di vita. Troppo grande per essere racchiusa nel singolo grembo: è la poesia al femminile?


di Bianca Mannu

Non v’indignate se spesso l’impuntura
d’un mio verso
conserva i segni dell’imbastitura
Se, doppiando l’apice d’una cesura,
incalzo maldestra oltre la costura
per traverso

giovedì 28 maggio 2020

Covid-19, in fila indiana davanti ai negozi?

La solita storia anche durante questo periodo di Covid-19: la “fila indiana” la facciamo come ci pare. In ordine sparso


di Laura Maria Di Forti

L’enciclopedia insegna che la fila indiana è il procedere uno di seguito all’altro in fila unica, come le formiche. Pare che i guerrieri pellerossa avanzassero in tal modo in battaglia, ognuno ricalcando le orme di colui che lo precedeva, in modo da confondere il nemico e fargli credere di essere numericamente inferiori.

Gli irriducibili della movida

Al tempo del Covid-19, la tentazione della movida


di Marina Zinzani

Fame di vita
di sole, di mare, di gente
il riappropriarsi del tempo perduto
anche superficialità
e chi se ne frega.