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(Bènèdicte de Perthuis, Affiches Parisiennes) |
(Angelo Perrone) La giustizia sul banco degli imputati. L’estrema destra attacca i giudici, rei di aver condannato Marine Le Pen, leader del Rassemblement national, e, per conseguenza, di averla dichiarata ineleggibile per le prossime elezioni presidenziali come impone la legge anticorruzione del 2016: «La dittatura dei giudici vuole impedire al popolo di esprimersi».
Nel rumore assordante dell’attacco allo Stato di diritto, si compie un rovesciamo di valori, e si trascura di parlare del reato da cui tutto ha avuto origine e che ha comportato un’indagine di anni, la frode di circa 7 milioni di euro di fondi pubblici europei, utilizzati invece per finanziare le attività di partito. Si scatena invece la caccia alle persone.
È presa di mira soprattutto la presidente di quel Collegio che ha pronunciato la sentenza, Bénédicte de Perthuis, indicata con l’appellativo di “giudice rossa”. Viene pubblicata la sua foto e accanto la minaccia “Ecco l’indirizzo, andiamola a trovare”. Era stata già presa di mira quando nei mesi scorsi, prima della sentenza e di fronte alle strumentalizzazioni della destra, aveva pacatamente ricordato alla stessa Le Pen «In tribunale non si fa politica, cerchiamo di appurare fatti e ottenere giustizia».
Ora Bénédicte de Perthuis è sotto scorta, la sua abitazione, come quella di altri magistrati interessati al processo, è sorvegliata dalla polizia. C’è da chiedersi se non sia piuttosto questo lo “scandalo democratico”, denunciato a sproposito da Jordan Bardella, giovane e veemente delfino della Le Pen. Che l’applicazione della legge scateni l’offensiva di una parte della politica e che il giudice sia personalmente minacciato.