Pagine Letterarie

Pagine Letterarie
(foto ap)

venerdì 25 maggio 2018

Oltre la stanza

Harmony in red, di H. Matisse
Piccoli spazi, uno sguardo lontano

di Marina Zinzani

Immaginare mari
e partire con la mente
si colora il mondo
insenature di oro, blu,
si espande il colore
e cade una pioggia di gioia
perle dorate
ah cosa può fare la mente
in una piccola stanza!

Un ramo teso

Fregene (foto ap)
Un volto, una storia, pensieri che diventano sinfonia

di Lorenzo Mullon

Le guance hanno radici profonde
il profilo è un albero caduto e rialzatosi tante volte nel vento
le labbra sono inumidite di onde
la lingua è una terra salmastra uscita dalla bocca di un vulcano
gli occhi sono spuntati dalle fessure dei sassi
rubando il luccichio notturno alla rugiada
le rocce hanno sgretolato i denti che ti afferravano da una vita precedente
siamo scoppiati come il temporale
un lampo ha incendiato i capelli
eravamo neri di cenere
il sangue si è scavato un solco nella corteccia
la pioggia ha irrorato il dolore di un lungo passato
siamo riusciti a dimenticare tutto
ogni rinascita è necessaria
bisogna sotterrare la vecchia mente
ritornano i pensieri
ma tu li percepisci come suoni di una sinfonia immortale
non fanno più paura
sai riconoscere gli odori familiari
appartieni a un ramo teso da una stella all'altra
sei un seme che non teme il buio
l'oscurità ti fortifica
è lì dove riprende a lanciare i suoi strali di luce
il sole che non si spegne

giovedì 24 maggio 2018

Senza perdersi

Waiting, di E. Degas
Storie di donne, la strada fatta, l’attesa di qualcosa

di Marina Zinzani

Quella volta in cui ti eri perduta
fra scatole vuote, i tuoi giorni
la lentezza crudele del tempo
non succedeva niente
ogni giorno uguale ad un altro
nessun passero sul davanzale
a svelare la vita
nessuna briciola richiesta
stavi male
implorazione segreta
ma nessuno ascoltava.
Quanta strada hai fatto
tela creata ogni giorno
il divenire di un volto
la voce che usciva
timidi passi
per ricominciare.

mercoledì 23 maggio 2018

Il sorriso di due uomini

Il 23 maggio 1992, la strage di Capaci. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la lezione civile del coraggio e della speranza

(ap *) Il sorriso di due uomini accompagna da anni la nostra vita, quella pubblica delle istituzioni, quella individuale dei cittadini e infine quella intima di noi uomini del nostro tempo. 
Fu colto da un fotografo attento in un istante che precedette la tragedia, prima che il vento folle della violenza spazzasse via le due vite. Non servono oggi ricorrenze particolari, ed anniversari, per ricordare quei due uomini, né occorre menzionarne i nomi, perché già scritti per sempre nel nostro cuore e nelle nostre menti.
Nei primi tempi, quell’immagine fu ritagliata dai giornali dell’epoca in modo spontaneo e diffuso. Fu fatto con attenzione, rispetto, persino timore di profanare qualcosa di sacro, quasi fosse una preziosa reliquia. C’era del pudore in tutti quelli che si avvicinavano a quell’immagine, che la ritagliavano, che la prendevano in mano per guardarla.
Essa venne incorniciata con mezzi di fortuna, approssimativamente, ed esposta negli uffici, nei luoghi di lavoro, in qualche casa. Comparve sulle pareti, sulle scrivanie, sulle porte. Si diffuse ovunque. Ancora è possibile vederla in molti luoghi.
Le mani che lo fecero erano mosse da intenti diversi. Il ricordo affettuoso di colleghi, operatori della giustizia, amici, cittadini qualsiasi; il monito civico della collettività; talvolta solo la consolazione privata di alcuni rispetto a costumi pubblici e privati di ben diverso segno rispetto al senso del dovere collettivo, alla moralità dei comportamenti, alla prassi della serietà pubblica. Ideali apparsi a molti traditi, ma anche ritrovati, comunque mai smarriti. 
Quel sorriso, dopo tanti anni, non si è spento, ha continuato a far vivere l’utopia della buona giustizia, a trasmettere il messaggio interiore per cui la viltà ha perso la sua battaglia, non ha più spazio nelle coscienze, è destinata a cedere il passo alle buone maniere, al rigore irrinunciabile dell’etica individuale e comune. 
Quel sorriso non solo è sopravvissuto alla tragedia (Falcone, 23 maggio 1992 – Borsellino, 19 luglio 1992), ma ha cominciato ad illuminare di luce nuova le coscienze e il loro modo di operare. Esso trasmette una sensazione di serenità nell’affrontare impegni gravosi, di leggerezza di fronte alla serietà del dovere, e soprattutto di fraternità tra persone unite da ideali comuni.
Scrisse Italo Svevo: “Si piange quando si grida all’ingiustizia”. Gli ha simbolicamente risposto uno dei due uomini: “L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa”. Non dunque atteggiamento spavaldo ed incosciente, ma gioia di vivere, serena consapevolezza del proprio dovere, traendone persino il desiderio di una pacata allegria per un momento vissuto con un amico fraterno.
Quell’immagine insegna come il sorriso possa vincere il tempo e l’oblio, l’indifferenza dei pavidi, sorreggere ogni sogno, raccontare parole vive e senza tempo ad ognuno di noi. Da allora, possiamo entrare serenamente nel bosco oscuro e freddo, pieno di sterpi e animali selvatici. Non abbiamo più paura.

* Leggi su La Voce di New York:

Dove sei?

Lavandaia, di E. Degas
Il lavoro domestico e i pensieri di una donna

di Marina Zinzani

Quali pensieri arrivano
fra le mani che si muovono in fretta
la cura della casa
vestiti da stirare
figli da seguire
correre, correre
dove sei, anima mia?

Nuvole in chiaroscuro

Giovinezza, di Gioele Provenzano
L’eco di canzoni lontane; esperienze ed incontri di altre stagioni

di Paolo Brondi

Rincorrere stagioni felici e il prosaico divenire. Nell’aria quiete e serena della campagna di tanto tempo fa, era tutta una festa di voli, di luci, di strilli. Costretto per lunghi mesi a star chiuso in un’aula, non resistevo più alla voglia di correre folleggiando libero per i campi, di fare scorpacciate di frutti e poi, quando mi sentivo stanco, di distendermi lungo gli argini di un fiumicello dove l’erba discendeva verde, disseminata di fiori, fino al pelo dell’acqua.
Al mattino mi svegliavo al coro gioioso dei passeri che levavano nell’azzurro terso del cielo i loro gorgheggi, agili, modulati, tutti cadenze e riprese, tutti sonorità argentine, soste improvvise, ritorni melodiosi. Pareva allora che una forza magica mi spingesse a saltare giù dal letto, per spalancare la finestra e respirare l’aria sana di vita che si sprigionava da ogni zolla feconda, da ogni ciuffo d’erba scintillante di rugiada, da ogni ramo che sfoggiava, proteso al sole, la pompa delle sue foglie lucenti e dei frutti vellutati.
Quante volte sgusciavo via dal letto appena i galli, da un pollaio all’altro, facevano a gara nell’emettere i loro chicchirichì! Poi via, ad assistere all’opera lenta e laboriosa dei buoi condotti al lavoro dal vecchio fattore, Nicola, e alla sudata fatica dei suoi figli che strappavano tesori immensi alla terra. “Vieni, vieni a provare - mi diceva Nicola - come si scava la terra e si getta il seme!”. Mi aiutava ad afferrare la vanga, ad affondarla per formare solchi e tutte quelle operazioni mi rendevano assai più felice di quelle scoperte sui libri di scuola.
Spesso, in giornate ventose, salivo fin quasi sulla cima del mio albero preferito, un grande noce, affidando allo stormir del vento i miei sogni. Le gote rosse, capelli scompigliati, calzoni rattoppati, mi facevano un monello e ogni mio pensiero era sciolto nel chiaroscuro delle nuvole o affidato alla culla delle foglie scosse dal vento. Talvolta mi divertivo a catturare una fremente cicala. Taceva di colpo quando la portavo giù, per meglio osservarla, per accarezzarne la coda in attesa di un rinnovato canto. Rimanevo deluso e la malinconia di un suono non più appagante mi spingeva a riappoggiare la cicala al tronco. Se non cantava, la riportavo in alto verso un poco più di azzurro. La cicala, in questo turbinio di movimenti, non riusciva a riporsi subito in sintonia con le compagne e se ne stava immobile e muta. Allora, seguivo altri impulsi, altri giochi.
Nel tepore della sera mi ritrovavo ad osservare l’immensa volta celeste, soffusa tutta di un manto di stelle, palpitanti e tremule, mentre il blando candore lunare pioveva sui monti lontani inondando la pianura e avvolgendo carezzevole tutta la natura. In queste scorribande mi era vicino Silvano, un buon contadinello, bruno e forte, che conosceva tanti segreti sugli orti e sugli animali, ma non sapeva distinguere un congiuntivo da un condizionale. Era nipote di un agricoltore benestante, proprietario di terre confinanti con il podere di mio zio ed aveva una madre ancora giovane e bella. Spesso lo correggevo perché, compagno di scuola fin dalle elementari, ancora alla vigilia del quarto ginnasio, ricadeva negli stessi errori.
Nella quinta cambiammo maestra. Castigava i negligenti, ma premiava i buoni e ben presto tutta la classe si trasformò qualitativamente: non c’era più un negligente ma tutti, più o meno faticosamente, erano diventati buoni. Allora la maestra portò in classe tanti libri belli e interessanti fra cui “La capanna dello zio Tom”: leggendo queste pagine non ce la faceva a contenere le lacrime e in classe non volava una mosca. La commozione prendeva ciascun alunno e, senza parole né sforzo, la loro mente imparava la differenza fra il bene e il male.
Silvano faticava nel raggiungere la promozione da una classe all’altra, ma la sua volontà e il desiderio di non staccarsi dall’amico, da me, gli permettevano sempre di ribaltare insufficienze negli ultimi mesi di scuola e di ottenere gli sperati giudizi positivi. In quelle estati vivevamo le stesse esperienze e le varie suggestioni offerte dalla natura e dai viventi. Talvolta ci trovavamo ad ammirare, con pari sentimenti, i vezzi e la vocina della piccola Giovanna, figlia minore dello zio, che non si stancava di cinguettare con note armoniose, trotterellando nella vasta aia, di fronte alla masseria, e verso la quale Silvano nutriva un nascente sentimento, non solo amicale.
Quante corse a rimpiattino, quante capriole insieme facevamo nella stagione della mietitura, quando il grano steso sull’aia diventava un tappeto dorato, lucente sotto il sole del giorno e illuminato all’imbrunire dalla luce rosseggiante del tramonto! Ci giocavamo intorno e sopra mentre i contadini ballavano al suono struggente delle fisarmoniche. Quando si faceva notte, il divertimento era quello di rincorrere le lucciole che brillavano qua e là sopra le erbe del giardino fino a catturarle, chiudendole un poco nel pugno per poi rimetterle in libertà. “Giorgio, Giorgio – ripeteva Giovanna – guarda, ho due lucciole nella mia mano e tu quante? Corriamo, ne prenderemo tante altre!”.
Silvano, un po’ immusonito, perché non veniva così spesso invocato, aggiungeva “Ne ho anch’io tante, vieni a vedere, Giovanna”. Poi, quando la brezza di quasi mezzanotte lieve accarezzava il nostro volto, scompigliava un poco i capelli, sembrava dicesse, col soffio leggero, grandi cose: portava l’eco di canzoni lontane, di ninna nanna, dolci e piane che, udite da bambini e custodite in fondo al cuore, affioravano tutte le volte che l’immensità del creato ci affascinava rendendoci straordinariamente silenziosi.

martedì 22 maggio 2018

Le mele di Cézanne

Sette mele, di P. Cézanne
Conquistare una città, il mondo, con la magia dei colori

di Marina Zinzani

“Conquisterò Parigi con una mela”: c’è riuscito Paul Cezanne a conquistare Parigi, e anche il mondo, perché ancora oggi ammiriamo le sue mele dipinte, quelle loro sfumature che sembrano catturare la luce, la brillantezza dei colori, quasi riusciamo a sentirne il sapore.

lunedì 21 maggio 2018

Tigri

Sorpresa (o Tigre in una tempesta tropicale), di H. Rousseau
Le paure che ci inseguono nel quotidiano

di Marina Zinzani

Le tigri erano dietro i cespugli, il sangue si gelava all’idea di essere attaccati.
Ma non lo fecero mai.
Purtroppo abbiamo vissuto anni nella paura.

L'ultimo lembo di sonno

Levar del sole, di C. Monet
Ritornando indietro, i tempi nascosti del passato

di Maria Cristina Capitoni

All’inizio è solo un fischio
Ovatta nella testa

E solitudine 

Poi il passaggio si restringe

E l’aria si tinge di opaco

La stanza conduce ad un tempo

Interni

Interno con fonografo, di H. Matisse
La ricerca delle piccole felicità

di Marina Zinzani

Il calore di una casa
il divenire di una storia
di una persona
trasformazione:
questo ci si aspetta
e le stagioni passano
giorni luminosi e giorni sbiaditi
passi incerti
cammino veloce

sabato 19 maggio 2018

Angoli di Palaia


Il cielo in una stanza

Una ricetta per unire cielo e terra

di Giovanna Vannini

Soffiate sulla fantasia, lasciate che si depositi sulle pareti della stanza. Prendete dieci once di forza del pensiero e penetrate con quelle il soffitto, in modo da aprire una breccia, larga quanto basta perché gli occhi al di là possano guardare. 

Attesa

The Cliff walk at Pourville, di E. Degas
Uno sguardo verso l’orizzonte

di Marina Zinzani

Guarda, guarda,
si intravede qualcosa
E’ la nostra nave?
Stanotte ho fatto un bel sogno, chissà
S’increspano le nubi a volte
ma lo sguardo è sempre fisso all’orizzonte
in attesa

Confidenze

At the café, di E. Degas
Rari momenti per i ricordi e i progetti

di Marina Zinzani

Si conserva memoria
di momenti
di confidenze
salvataggi
parole come zattere
per riparare il dolore.

venerdì 18 maggio 2018

Mentre il cielo trascolora

Laguna di Grado, di Claudio Bonanni
Il calore di te, e tutto cambia

di Paolo Brondi

Mentre il cielo trascolora
di nubi rossastre
mentre il tempo corre
lungo le nebbie
del mare lontano
qualcosa di te scalda
il mio freddo silenzio
arando lievi parole d’amore

La ricerca della bellezza

Allo specchio, di Cagnaccio di San Pietro
Affidarsi ad altro, per trasformare se stessi

di Marina Zinzani

Ci si affida al colore
il rosso, il blu, l’arancio
vieni colore e trasforma
prova a trasformare
ci si affida alle mani
possono pettinare, modellare
ci si affida ai profumi
tanti, intensi, dolci
quante cose
amici, alleati
per chiedere di essere trasformati
la bellezza del volto, del corpo
di cui si va alla ricerca ogni giorno.

giovedì 17 maggio 2018

Serpenti

Luncheon of the Boating Party Analysis, di P.A. Renoir
Sul lavoro, in famiglia, nella società: i volti insidiosi dei vicini

di Marina Zinzani

I serpenti si insinuano, approfittano di debolezze, si avviluppano, invisibili.
Sono pensieri, a volte. Sono persone anche. Sono paure che prendono ed impediscono la liberazione di energie, il fare i passi giusti, il dinamismo.

Piccola luce accesa

Sentiero tra le erbe alte, di P. A. Renoir
I fantasmi che accompagnano il passare dei giorni

di Marina Zinzani

Cosa volevi diventare?
Dov’è lo spirito di allora?
Stai diventando vecchio, vecchio
idee vecchie
dormi, occhi aperti e dormi.
Il mondo ti era davanti
come un balcone da cui si vedeva il mare

mercoledì 16 maggio 2018

Essere padre

Ritratto del Principe Barjantinskij di H. Vernet
I rapporti tra padre e figlio: la storia così complessa dei sentimenti

di Marina Zinzani

Io non so essere padre
ma non volevo essere come mio padre
volevo complicità, confidenza
la suadente lentezza dei giorni
e la gioia di un figlio
a cui insegnare le cose che amo.

lunedì 14 maggio 2018

Miracoli

Julian, 8 anni, Gran Bretagna
Qualcosa di sovrannaturale nella vita di tutti i giorni: lo sguardo che cerca altrove

di Marina Zinzani

Un bambino a cui hanno interrotto le cure, malato senza speranza, comincia a guarire da solo. E’ un miracolo, il primo pensiero.

domenica 13 maggio 2018

Perdersi nel vuoto

La fine di un amore, di Graziano Bassan
I sentimenti che accompagnano la fine di un amore

di Paolo Brondi

Perché mi hai amato
Perché mi hai odiato
Perché, perché, non so
So invece che mai
Ti perderai nel vuoto
del niente di noi
Perché nel tempo che va
Odio e amore non so
Se ancor si proverà
In opposta diversità

Il sole che non riscalda

Room in New York, di E. Hopper
Le storie d’amore quando finiscono: il passato che rende così difficile il nuovo inizio

di Marina Zinzani

Come si racconta una storia che finisce? Precarietà, terreno che cede sotto i piedi, lutto. Le parole che si usano in realtà sono altre, ma il senso che si respira è questo.

sabato 12 maggio 2018

Il piroscafo è nostro

Le diseguaglianze negano il diritto di tutti alla felicità. Nessuno può girarsi dall’altra parte

di Mariagrazia Passamano *

Cinque anni fa, nel 2012, le Nazioni Unite hanno individuato 6 indici fondamentali per definire il grado di felicità dei cittadini di un Paese: Pil procapite, aspettativa di vita, libertà, generosità, sostegno sociale e assenza di corruzione; dunque sarebbero questi i criteri di valutazione della nostra felicità e il World Happiness Report 2017 – pubblicato dal Sustainable Development Solutions Network– posiziona l’Italia solo al 48° posto.

Oltre la siepe

A Coign of Vantage, di L. Alma-Tadema
Fuori di testa? Solo desiderio di immaginazione e fantasia

di Marina Zinzani

Immaginazione, speranza, sogno, fiducia in qualcosa che avverrà: le parole sono tante, per descrivere ciò che accompagna da sempre l’uomo, qualcosa di inafferrabile che confina nella magia, in colori sfumati che sembrano così accattivanti, in sequenze della mente che diventano gradevole stampella.

venerdì 11 maggio 2018

Pomeriggio

Il sogno sul mare, di C. Monet
Poesia
di Marina Zinzani

Brevi momenti sul lago
dolce malinconia di pensieri
lo sguardo all’orizzonte
fa quasi freddo
mi ha illuminato il giorno
cercando.