Pagine Letterarie

Pagine Letterarie
(foto ap)

domenica 25 giugno 2017

Erano storie lontane

Racconti pieni di suggestione, sul ritmo di altri suoni

di Paolo Brondi

Erano storie vissute
Che raccontavo leggero
Nel flettersi di ore solari
Verso visi e occhi rapiti
Sul ritmo dell’antico sapere
Erano storie che ricordo oggi
Nell’incanto barbaro
Che ci avvolge in veli

Ali

Volare alto, quando tutto sembra così difficile

di Marina Zinzani

Ci sono ali di plastica, artificiali.
Ci sono anche ali di cartone, che non reggono alla pioggia, al vento, si bagnano, si piegano.
Ci sono ali di ferro battuto, che portano ancora più in basso, in precipizi e fango.
Ci sono ali che qualcuno indossa: dopo avere fatto una salita irta di ostacoli, prova a mettersi queste ali bianche fatte solo di piume, è il pensiero che viaggia e il pensiero è leggero. Ogni cosa ora, là sotto, appare piccola piccola, piccola piccola. E’ questa la forza dei sogni.

sabato 24 giugno 2017

Una storia, tra le altre

La tua professionalità? Grazie, meglio un 18 enne con un account FB

di un lettore di PL
(Commento a Un po’ di pulizia per la giustizia italiana, PL, 23/6/17)

Vi racconto la mia storia. Ogni tanto mi chiedo cosa giri nella testa dei direttori delle grandi aziende multinazionali, soldi a parte. Il mondo del lavoro ormai gira solo intorno al concetto “dobbiamo fare più soldi”, ignorando deliberatamente tutto il resto.
E cos’è questo “resto”?
E’ la stabilità psicofisica del lavoratore, compresa una piccola dose di felicità (basta poco, anche solo un grazie quando una cosa è stata fatta bene) durante il lavoro. E’ la tranquillità di non dover rischiare di perdere il posto ogni tre mesi, perché “bisogna essere flessibili” (la flessibilità è un concetto ampio, non solo quello di chinarsi verso il basso). E’ il pensiero che il lavoratore è il mezzo con il quale il proprietario diventa ricco, senza il quale anche lui dovrebbe fare un lavoro flessibile e senza certezze. E’ la professionalità che in una persona dovrebbe essere esaltata e non demonizzata o ignorata; un lavoratore che sa fare bene il proprio mestiere rende molto di più di una persona che ogni 3 mesi cambia completamente mansione.
In questo resto mi ci sono trovato in mezzo.
Lavoro in una azienda multinazionale nel settore ICT, gestisco tutta l’infrastruttura della sede italiana con alcuni colleghi e vanto più di 10 anni di lavoro nel settore (non è per tirarmela, ma per far capire il livello a cui sono arrivato). Lunedì è arrivato dalle “stanze alte” il nuovo capo del mio capo che ci ha presentato la nuova struttura organizzativa dell’Ente ICT all’interno del gruppo e della nostra sede italiana. Molte parole e molti sorrisi, questo è il succo:
Voi farete parte del supporto utenti, avrete tutti la stessa formazione e sarete in grado di intervenire anche su utenti di altre sedi del mondo.
Che posso dire a questo punto? Grazie per avermi tagliato le gambe, per aver fermato la mia crescita professionale e per avermi trasformato nel tuo call center aziendale interno, a sentire utenti che si lamentano per cavi di rete staccati o perché Gmail non ha la ricevuta di ritorno. Prendo i 10 anni di attività informatica (rete, server, infrastruttura) e li butto nel cesso. Potevi dirmi che non servo più e assumevi un 18enne appena uscito dalle superiori con 3 neuroni funzionanti ed un account su FB.
Ovviamente quando ho cercato di capire meglio cosa non avrei più fatto, al vedere la mia faccia dopo avermi detto che non ci saranno più server per me, mi è stato detto “non vogliamo farti fuori, a noi tu servi per far funzionare l’azienda”. Sì, davvero. Ci credo e ne sono assolutamente convinto. L’azienda la farai funzionare, mentre io crescerò professionalmente andando a lavorare da un’altra parte. Da settembre. 

Il baratto

L’invisibilità delle persone dietro i drammi del lavoro

di Marina Zinzani
(Commento a Un po’ di pulizia per la giustizia italiana, PL, 23/6/17)

“Ho sempre creduto in questo lavoro. Ho creduto che non fosse un lavoro come un altro, ma qualcosa che era parte di un servizio legato alla collettività, affinché le cose funzionassero.”
Serve a qualcuno questa riflessione?
Importa la vita delle persone, stravolta, avvilita, in una sorta di sconfitta che ha per principali basi le leggi del mercato? Importa la persona che non ritroverà più una collocazione valida? O che si trova lo stipendio inferiore?
Il baratto e i diritti perduti: i numeri al posto di competenze. In mezzo, storie di persone comuni, invisibili, che non faranno mai notizia.
Considerazioni di questo tempo, che deprezza tutto facilmente. Anche le persone possono diventare obsolete.

Bach, il soffio del vento nella sua musica

L’eterno dilemma del rapporto tra la natura e lo sviluppo industriale, il ruolo dell’arte

di Paolo Brondi

Negli anni in cui Johann Sebastian Bach (1685-1750) raggiungeva l’apice della sua attività artistica e professionale, si addensarono amarezze nella sua vita quotidiana e una profonda crisi nella sua visione dell’arte. 
Fu gravoso per lui il momento in cui la contestazione dei tempi nuovi venne ad assalirlo, soprattutto a causa di un suo ex allievo, Johann Scheibe, nato a Lipsia nel 1708, interprete appassionato di una concezione della musica del tutto antitetica a quella del maestro.
Da una parte la tradizione dell’arte intesa come sacrificio, artigianato, sapienza di mestiere, e concreta capacità tecnica; dall’altra quella moderna, incentrata sui nuovi gusti della sensibilità settecentesca, fondata sulla natura.
Si ricercava allora, di fronte all’inizio della civiltà industriale, un bene perduto o sul punto di perdersi: la vita rustica, il bucolico quadro virgiliano, l’arcadia, le quattro stagioni di Vivaldi: una natura descritta con precisi quadrettini oggettivi. 
A questa visione Bach si opponeva con orgoglio e forza. Ai “giovanotti”, o agli homines novi, come li denominava, impegnati a descrivere la natura, rispondeva che lui era dentro la natura, lui era la Natura. Nelle sue cantate la natura era sempre presente: vi era il cielo, la terra, il bosco, il campo coltivato, la nuvola fuggente, il soffio del vento; la natura era il mondo dell’uomo, era tutto, non c’era bisogno di parlarne.
La sua disperazione, tuttavia, nasceva dalla sottesa consapevolezza che la giovane generazione lo considerasse esponente di un’arte superata, di una concezione della musica che volgeva al termine e che l’avvenire stesse da un’altra parte.

venerdì 23 giugno 2017

Un po’ di pulizia per la giustizia italiana

I processi penali rischiano il blocco per la mancanza del servizio di stenotipia: le vicende oscure che hanno accompagnato lo svolgimento della gara di assegnazione di questa attività

di una stenotipista di tribunale
(Commento di Angelo Perrone)

Negli ultimi undici anni, chi ha fornito il servizio di stenotipia, fono-assistenza e trascrizione in tutto il territorio nazionale è il Consorzio Astrea, formato da 16 aziende che storicamente, a partire dal lontano 1991, si sono occupate della verbalizzazione giudiziaria. Probabilmente, dal primo luglio prossimo, le aziende consorziate non potranno più coprire tale servizio.
L’evento importante non è la cessazione del servizio da parte di questo consorzio in regolare regime di concorrenza, e a seguito della prevalenza giustificata di altra proposta contrattuale. Ma il fatto che lo svolgimento della gara sia offuscato da molti lati oscuri.
Il Consorzio Astrea, nella gara nazionale per il servizio di verbalizzazione giudiziaria indetta da Consip per conto del Ministero della Giustizia, si è trovato coinvolto in una serie di vicende discutibili, sempre contestate con esposti anche all’Anac, sfociate nella esclusione dello stesso dalla gara.
Ciò ha comportato una “vittoria” di diritto per la nuova entità, il Consorzio Ciclat, il quale altro non è che un grande contenitore di cooperative varie, perlopiù specializzate nei servizi di pulizia e raccolta rifiuti urbani. Sulla regolarità della gara è pendente un giudizio davanti ai giudici amministrativi che in un primo tempo hanno dato ragione ai ricorrenti annullando la gara per poi adottare una decisione opposta, che però è oggetto di una richiesta di revocazione.
Nelle more, però, il Ministero ha firmato il nuovo contratto di servizio con il Consorzio Ciclat, unico partecipante rimasto. Quanto alle prospettive di svolgimento del servizio, alla sua efficienza, e completezza, basti dire che esso dovrebbe essere espletato da tre sue modeste (per dimensione e struttura gestionale) cooperative, con scarsissima esperienza lavorativa e divenute sue socie solo qualche giorno prima della gara.
Strutture che, per quanto appreso, non dispongono a sufficienza di personale proprio con esperienza adeguata, né di apparecchiature specifiche per l’attività di verbalizzazione in aula (macchine per stenotipia, software dedicato ecc.).
Il destino di questa funzione è facilmente intuibile: svilimento della categoria (si propone un contratto collettivo per il settore dei multiservizi e pulizie con le retribuzioni proprie del comparto); difficoltà operative derivanti dalle scarse garanzie sulla disponibilità della strumentazione tecnica necessaria; incertezze funzionali e retributive per le vicende confuse che hanno caratterizzato la gestione delle società facenti parte del nuovo consorzio.
La maggior parte dei dipendenti Astrea interpellati ha rifiutato le condizioni proposte ed essi pertanto dovrebbero essere sostituiti da personale improvvisato, quando per formare un buon stenotipista occorrono almeno 16 mesi di formazione. Centinaia di udienze dal 1 luglio rischiano di essere tenute senza la presenza di un tecnico, che fin qui ha garantito, con la sua presenza e il suo lavoro, la disponibilità per tutti gli operatori (magistrati, avvocati) in tempi rapidi della trascrizione delle attività giudiziarie.
Abbiamo profuso sin qui impegno, dedizione e professionalità. Non era soltanto un lavoro che ci dava da vivere. Crediamo fortemente nella giustizia.
(ap) Non si tratta semplicemente di una battaglia sindacale a difesa del posto di lavoro e della propria qualifica professionale, che pure sarebbe meritevole di attenzione, ma la cui trattazione dovrebbe forse essere riservata a “pagine” diverse da quelle che vogliono essere “letterarie”.  Né basterebbe il fatto che sia in discussione il funzionamento di un servizio pubblico essenziale, come l’amministrazione della giustizia, a sollecitare l’interesse dell’opinione pubblica e quindi di tutti noi.
I processi penali rischiano uno stop clamoroso se si interrompe il funzionamento di quella delicata funzione che è la stenotipia, ovvero la registrazione di quanto accade in udienza e la sua trasposizione per iscritto.
A seguito di una gara, il servizio è stato affidato ad un soggetto nuovo, diverso da quello che fin qui, per anni, lo ha svolto in modo adeguato. Poco male, anzi bene, se la scelta fosse stata dettata da un criterio di maggiore efficienza a prezzi più contenuti.
Il fatto è che tuttavia questo nuovo soggetto non ha competenza nel settore, essendosi sempre occupato d’altro (facchinaggio e servizi di pulizia) e soprattutto non dispone di personale specializzato.
Con la conseguenza che, in tutto il territorio italiano, si è aperta una “campagna acquisti” di personale (naturalmente quello del precedente soggetto che si era occupato del servizio) al quale però è stato offerto un trattamento economico e giuridico assolutamente inferiore, oltre che indecoroso. Stesse mansioni di prima dunque, ma a prezzi stracciati.
Rimangono incomprensibili le ragioni di questa scelta che è stata fatta proprio dalla Consip, la centrale unica degli acquisti, creata per migliorare la qualità delle decisioni che attengono la pubblica amministrazione.
Per ora si intravede solo un vicolo cieco in un contesto privo di trasparenza e di logica, più che una decisione saggia e responsabile. La pulizia nella giustizia? Non pensavamo di essere presi così alla lettera.

Una bella lezione (nel paese di Cesare Beccaria)

La nuova condanna dell’Italia per i fatti del G8 nel 2001: i ritardi nell’introduzione del reato di tortura e non solo. Quel retaggio culturale di scarsa tutela dei diritti

di Gianantonio Tassinari

Una notizia dovrebbe urtare profondamente chiunque possiede un minimo di sensibilità per il rispetto dei diritti della persona.
La Corte Europea di Strasburgo ha condannato la Repubblica italiana per la seconda volta in relazione ai fatti occorsi nel luglio del 2001 alla scuola “Diaz” di Genova in conseguenza delle manifestazioni che stavano tenendosi in quella città per protestare contro il forum G8 in corso di svolgimento.
I giudici sono intervenuti a seguito di una ulteriore richiesta rivolta da una delle vittime di quelle assurde violenze, sia in relazione agli atti di tortura compiuti dalle forze dell’ordine, sia perché l’Italia non avrebbe punito in modo adeguato i responsabili di quei misfatti.
A prescindere dal merito dei procedimenti penali che si sono svolti in Italia, la sensazione che si prova è che non si sia fatta luce sufficiente sulle responsabilità a monte della commissione di quei reati, né che siano stati individuati tutti il colpevoli, né infine che coloro che sono stati condannati abbiano avuto un trattamento sanzionatorio commisurato alla effettiva gravità di quanto hanno perpetrato ai danni di persone inermi.
Lo sconcerto, anzi lo sgomento, o forse sarebbe meglio dire la profondissima indignazione mista a dolore che il rivangare quella pagina vergognosa di storia patria provoca, deve però lasciare il posto a più lucide considerazioni. A queste ultime non possono che abbinarsi degli interrogativi.
È vero che le responsabilità sono sempre individuali, nel senso che non può essere ritenuta colpevole la società nel suo insieme per singoli fatti di rilevanza penale. Tuttavia, non può certo sfuggire che in questi ultimi anni si sono ripetute in modo preoccupante delle violazioni dei diritti della persona - primi tra tutti il diritto alla libera manifestazione delle proprie opinioni, quello alla salute e quello all’incolumità fisica e psichica -, da parte delle forze dell’ordine o da incaricati di un pubblico servizio (non si possono dimenticare casi come quello di Cucchi e Aldrovandi, solo per citarne i più noti).
Allora questo stato di cose lascia pensare che vi sia un sentire sociale più o meno consapevole, in determinati ambienti e tra persone che ricoprono funzioni o ruoli di tutela dei cittadini, secondo cui una “bella lezione” vigorosa e concreta è quel che ci vuole per chi turba un certo assetto dell’ordine pubblico.
È difficile dire quanto questo perverso sentire possa dirsi diffuso, ma molte cose lasciano supporre l’esistenza di un fattore culturale deteriore perché contrastante con il rispetto della dignità dell’uomo e delle sue prerogative. Esigenza che, a livello internazionale, ha portato all’approvazione di norme improntate ai più elevati principi morali e giuridici.
Cosicché sembra amaro dovere constatare come nel paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria siano molto pochi quanti conoscono la sua profonda lezione di civiltà.
E allora al cittadino comune viene da domandarsi perché mai in Italia non si sia in grado di approvare sollecitamente un disegno di legge come quello che vuole introdurre nell’ordinamento il reato di tortura che, a livello internazionale, è stato da lungo tempo individuato e ben delineato come un qualcosa che lede profondamente la dignità umana.
E viene pure da chiedersi se, in Italia, le istituzioni non siano stanche di subire condanne e censure a livello internazionale per non volere adeguare la propria legislazione ai più moderni criteri di tutela del cittadino e delle libertà individuali e collettive.
L’uso della classica regola dei “due pesi e due misure” sembra manifestato dalle istituzioni italiane che hanno sentito di rivolgere censure (giustissime in linea di principio e di fatto) all’Egitto per quanto accaduto in relazione al caso Regeni (non ancora risolto e la cui soluzione sembra di là da venire), ovvero di sollevare obiezioni (del tutto correttamente) al giro di vite contro le libertà individuali in Turchia quando però, dall’altro lato, devono fare i conti con colpose inerzie quotidiane come quella relativa alla mancata introduzione del reato di tortura.
Ciò, beninteso, per non parlare dell’ennesima tirata d’orecchi che la Corte di Strasburgo ha riservato allo Stato italiano per la violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo anche in relazione al caso del rapimento dell’imam Abu Omar e del deprecabile comportamento tenuto da alcuni organi istituzionali italiani, cui ha fatto seguito, a mo’ di coronamento di quanto accaduto, una inspiegabile grazia presidenziale concessa ai tre agenti americani, che ha sancito anche di fatto l’impunità dei responsabili.
Che brutte notizie per un Paese che forse non meriterebbe di essere richiamato, così di frequente, a riflettere sul rispetto dei più elementari canoni di civiltà.

L’uomo e la Sfinge

L’illusione di sapere tutto, il rischio dello smarrimento di 

di Paolo Brondi

Celebre, e ancora sorprendente, è l’antico enigma della Sfinge: “Qual è l’essere che ha un’unica voce e talvolta ha due piedi, talvolta tre, talvolta quattro, e tanto più è debole quanto più numerosi sono i suoi piedi”?

giovedì 22 giugno 2017

Un pic nic, per le suore

Il buon gusto? Dimenticato a casa, anzi in convento

(ap) La foto ha fatto il giro del web suscitando l’ironia di tanti. «Interverranno gli idranti del sindaco Dario Nardella per fare pulizia?».  «I vigili faranno sloggiare gli occupanti abusivi?».
Un gruppo di 30 suore è rimasto seduto a terra, tra la strada e il marciapiede, a mangiare un panino, poi una mela, dissetandosi con una bottiglietta d’acqua, in via de’ Pecori, strada centralissima di Firenze. Per una mezz’ora, dicono; poi si sono allontanate.

Donne che sanno

Livorno, Terrazza Mascagni (foto ap)

Portano addosso la brezza del mare, e il profumo della vita

di Giorgio Caproni
(Commento di Angelo Perrone)

Sono donne che sanno
così bene di mare
che all'arietta che fanno
a te accanto al passare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d'arselle
deliziose querele.

Perdite

Il rammarico per le cose perdute, o mai vissute

di Gianantonio Tassinari

L’anima grida
muto rimprovero.
L’anima piange
perenne sofferenza.
Vita, vita mia
perduta e non vissuta.
Ricordo che parla
di giorni grigi e uguali.

Piccola Picasso

La fantasia di una bambina, sulla tela di un quadro

di Marina Zinzani

Cassie Swirls ha solo 4 anni, ma ha già venduto un centinaio di quadri.
Sono tele che ricordano mondi immaginari, lontani, onirici, paesaggi incantati collocati da qualche parte, in qualche galassia forse.

mercoledì 21 giugno 2017

Vagabondo che son io

Un’idea di viaggio, per esplorare piccole cose nascoste, e raccontarle

(ap) Un cammino senza meta alcuna. Così è vagabondare. Il passo deciso in piano, a volte però vacillante ed incerto sui pendii e i tratti dissestati. Lo sguardo rintraccia una mescolanza di elementi. Soltanto dopo, con calma, ci accorgiamo che l’intreccio è alla radice di ogni cosa.

Attenti al cuore

La rabbia? Anche gravi rischi per la salute

di Catia Bianchi
(Commento a Le tante vie del perdono, PL,  20/6/17)

Perdonare fa bene al cuore. In tutti i sensi. Il perdono è indubbiamente importante, ma non sempre  è semplice da concedere. Talvolta serve tempo, talvolta chiarirsi, talvolta il perdono semplicemente non è possibile. Ma è forse possibile smorzare parte della rabbia che covando dentro noi ci impedisce di essere sereni.

martedì 20 giugno 2017

Un passo più svelto

Cambiare, e rinnovare le cose e il proprio stile di vita

di Giovanna Vannini

C'è bisogno di cambio e non dell'armadio che peraltro ancora non ho fatto, ma di persone, situazioni, cose in programma o già programmate.
C'è bisogno di pulizia mentale. Ho un tale ingombro che mi alzo già stanca.

D'improvviso

Vagare nell’incertezza, soffermarsi un attimo, rimanere colpiti da un lampo improvviso

di Maria Cristina Capitoni

Poi d’improvviso un tempo diverso
Parole incomprensibili rincorrersi
Ad ogni capoverso
Ed io che pur cercando
Non lo trovo più
Quel bandolo intrigato e ormai disperso

Le tante vie del perdono

Legati alla rabbia: la condizione delle vittime, l’importanza di rialzarsi

di Marina Zinzani

Jennifer Aniston e il perdono. Capitolo secondo. Lei ha accettato le scuse di Brad Pitt e ha detto che lo perdona, e di concentrarsi sul futuro.
Ha molte sfumature il perdono. Ce n’è una discutibile, che è trattata dai media molto spesso, quando ci sono gravi fatti di cronaca. Il giornalista prontamente chiede: “Ma lei perdona? L’ha perdonato?”. La vittima, o il parente della vittima, rischia di essere additato, di essere in difetto se non risponde prontamente “Sì, lo perdono”. 

lunedì 19 giugno 2017

Uno sguardo da Volterra

Antichi saperi e nuove energie, per una dimensione più umana della città

(ap) Arte e storia. La città, in primo luogo celebre per l'estrazione e la lavorazione dell’alabastro, conserva intatto un notevole centro storico di origine etrusca, in cui sono presenti rovine romane, ed edifici medievali come la Cattedrale ed il Palazzo dei Priori sull'omonima piazza, il centro nevralgico dell'abitato.

Inganni

Passi indietro, quando ci si ripara dal pericolo

di Paolo Brondi

Ombra, fantasma
siamo noi spesso
a nasconderci nell’ombra
dietro lo schermo degli argomenti
delle tante e neutre parole, negandoci

Altri ergastoli

Il dolore ha molte forme, a volte diventa pena da espiare, per sempre

di Marina Zinzani 

Ci sono ergastoli che durano una vita, pur senza sbarre. Certi ricordi, ma anche la mancanza di un padre, di un figlio a tavola, può rappresentare un ergastolo, così come il dolore quotidiano che non prevede attenuanti, sconti di pena.

domenica 18 giugno 2017

Meno è meglio

Ragionare per sottrazione. Non solo privazione e perdita, ma ricerca delle radici, e della profondità delle cose. Un modo di coltivare l’essenziale

di Mariagrazia Passamano *

Tutto nasce dalla lettura di un libro appassionato, impegnato e rivoluzionario Geografia commossa dell’Italia interna del poeta e scrittore Franco Arminio. In particolare, il seguente passaggio: “Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza”.

sabato 17 giugno 2017

Tante scuse

Il torto e la ragione, il gesto di chi si ferma a riflettere sul passato

di Marina Zinzani

Quindi sembra che Brad Pitt abbia chiesto scusa a Jennifer Aniston, “per averle spezzato il cuore.” Scuse pubbliche, arrivate 12 anni dopo averla lasciata per Angelina Jolie, dopo vari figli, dopo il recente divorzio.

Esistenza

Solo attimi fugaci per fermare la vita

di Maria Cristina Capitoni

Non entro in alcuna sensazione
io passo accanto e guardo altrove
ho sprecato l'esistenza
ho imparato a non guardare
a farne senza

La ragione e la speranza

La tortuosità della storia: quale il destino?

di Francesco Gozzi 
(Commento a Il progresso possibile, PL, 15/6/17)

La storia sta marciando, seppure attraverso un iter a dir poco tortuoso, verso il migliore dei mondi possibili?
O verso una catastrofe finale il cui responsabile potrebbe essere l'uomo stesso (per esempio, perdendo il controllo sul clima)?

Giugno a Gabicce mare