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Eterni viandanti


di Laura Bonfigli

"Se non dovessi tornare sappiate che non sono mai partito. Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai".
Questi versi di Giorgio Caproni, tratti da "Biglietto lasciato prima di non andare via" interpretano perfettamente l'erranza sentimentale di Giulia, protagonista dell'ultimo racconto di Paolo Brondi Ritorno a casa (Pagine letterarie 26/10/14). Giulia è vittima di una sottile angoscia che la inquieta a tal punto da indurla a staccarsi da Giorgio: ha bisogno di frapporre uno spazio fisico e mentale tra sé e l'altro da sé, per andare in profondità, nel chiaroscuro della propria psiche dove si alternano bagliori e contrastano luci ed ombre.
E' l'eterna vicenda che, in altra forma, si compie ogni sera, quando la malinconia si fa compagna delle ore e segue la luce del sole che sfuma e muore là, all'orizzonte, dove si perde il sogno e tutto si scioglie nell'abbraccio delle tenebre. Questo breve racconto di Paolo Brondi è sostanzialmente la storia di un'anima, delicata, sensibile, che ha nome Giulia, sospesa tra luce, come consapevolezza di sé, della propria fragilità, nonché della propria storia incompiuta di donna-fanciulla, ed ombra, come percezione vertiginosa del vuoto e del nulla. Il tutto sullo sfondo altamente scenografico di dimensioni iperuranie ed oscurità oceaniche.
La nostra protagonista, come direbbe Pascal, percepisce "l' immortalità fissa e costante della natura in confronto al continuo mutamento che ci caratterizza" ovvero, come si legge nel testo, "l' immensità del cielo dove le voci delle sette sirene intonano note di bellezza ed armonia" e "le profondità degli abissi marini". Ma, con stupore e meraviglia, scopre pure che non c'è abisso tanto profondo ed oscuro da non consentire "al bagliore del mezzogiorno, di filtrare nell'acqua creando fasci di luce”. La luce diventa metafora di ogni possibile risalita dopo una immersione, sia che come Giulia si risalga "con uno stato di diffuso benessere" da una esplorazione subacquea nelle limpide acque di Camogli, sia che si riemerga dagli abissi della psiche per riaprirsi a percezioni, sensazioni, vibrazioni, solo momentaneamente distratte, ma mai definitivamente perdute.
Emblematica diventa, quindi, la vicenda di Giulia che "novella Psiche" solo sperimentando le incrinature del proprio essere riesce a ricostruire il suo mondo interiore, per ritrovare alla fine della sua erranza ciò che, in definitiva, non aveva mai perduto: il suo amore per Giorgio.
Ed è proprio questo nostro andare come lei ci insegna, ora più ondivago, ora meno, che, sotto la spinta luminosa del desiderio, assecondando il continuo movimento della vita, dissipa le tenebre più fitte e rischiara il cammino di noi "solitari, eterni viandanti".
Sicuramente il cammino è tortuoso e lungo il cammino ogni esistenza si può perdere, smarrire, turbare e conturbare, ma è sempre possibile "avvicinare la vita con la vita", riprendere il passo, perché "il riprendere è un rivivere", ovvero come suggerisce lo stesso Paolo Brondi "un alleggerimento in forza di un rinnovato apprezzamento del fluire della vita, nonché di una visione nuova più benevola di sé e del proprio amore ".

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