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Ultime ore insieme

Racconto di Paolo Brondi

Nicola non aveva ancora venti anni e già si comportava da vecchio. I suoi coetanei trascorrevano il loro miglior tempo agitando i piedi, calamitati da una elettrica selva di note, stringendo al petto, con sentimenti non certo ideali, le standardizzate figure femminili di allora, facendo oggetto del loro discorrere una sequela di ingenuità e di stupidaggini.

Lui si traeva in disparte, assumendo verso gli avvenimenti serietà e rigore con il risultato di rendere anacronistico il suo corpo rispetto ad una società immemore di un futuro, di una esigenza corale e immersa nell’oblio.
Si meravigliava che anche i non più giovani corressero ai divertimenti: la gente si riversava nei ritrovi, un’onda di macchine nascondeva il nero dell’asfalto ed era tutto un brulichio di chiacchiere, di sguardi, di sorrisi, ogni lembo di terra variopinto: qui la pubblicità, là la vetrina illuminata al neon, la diva procace in mostra ai margini della strada.. Un mondo di illusioni da cui lui sfuggiva per un’esigenza di onestà, di ordine morale, cresciuta dall’infanzia in poi. Una rigidità che causava incertezze anche nel suo mondo affettivo.
Non sentiva sicuro il bene rivolto ad una sua compagna di liceo, Lucia, perché non gli pareva potesse ripagare tutto l’amore che lei gli donava e, del resto, la sua razionalità negava di sceglierla quale compagna della vita, benché già ne avesse i requisiti. –Te ne vai già ? - Lei gli mormorava e lui annuiva con il capo e se ne andava lasciandola attonita e delusa. E a lungo lei continuava a telefonargli, con voce già avvolta nel velo del ricordo – “il mio piccolo amore se ne è andato – diceva - i nostri baci, i nostri abbracci sono morti nel tempo, rimane l’immagine senza suono, senza vita, nella mia mente” –
E lui si trincerava nel silenzio. Mostro di razionalismo, le sue carezze, i suoi baci, le calde sue mani portavano all’apice la passione nei primi appuntamenti, ma poi, gradatamente diventavano misurati, plastici. Eppure sentiva l’esigenza di una vita più piena, non banalmente mediocre, bensì ricca di lavoro e pace, di serenità e poesia. Più avanti si rese conto che quella sua anaffettività era propria dell’intellettuale, senza il conforto o l’alibi della fede e con una fredda immagine e prospettiva della realtà, di un mondo che doveva essere vinto, con la forza di volontà e con la continua combustione della vita.
Ne trovò alimento nel percorso universitario incontrando ottimi maestri. Il professor Manetti era fra questi il migliore e più amato. Durante gli esami si entusiasmava nel cercar di risolvere i misteri della psiche - che cosa è l’immaginazione… che cosa è il pensiero – chiedeva più a se stesso che agli esaminandi e con una tale luce negli occhi, con tale anelito che tutti lo ammiravano, silenziosi e invasati dal suo straordinario filosofeggiare e, mentre faceva domande, disegnava cerchi facendo apparire, via via, circonvoluzioni, un piccolo nitido cervello, la mente così come la vede non il medico, ma il filosofo. E i suoi disegni erano i segni di una mente chiara, pensosi di pensieri sani, luminosi, trasfusi in lezioni belle e profonde, anche se difficili. Faceva sudare le menti ancora acerbe degli studenti, ma anche li esaltava per tutto quello che andavano conquistando in quelle ore in cui chi sedeva in cattedra era un uomo, il caro professor Manetti, che non nascondeva i suoi imbarazzi, le sue incertezze nel dipanare il sapere. Non era il docente là sulla cattedra, ma la guida dei giovani, colui che s’arrampica sul monte, faticando con loro, i suoi allievi. S’interrompeva talvolta, per fumare il suo eterno sigaro, scendeva dalla cattedra, raccontava di sé, del suo bel mondo fatto di idee e di ricordi, e di lontane esperienze di liceale, quando aveva un professore così e così, un professore che neppure la notte dormiva per preparare le lezioni del giorno dopo. Un mondo che gli studenti capivano perché era il prof a farlo capire, in quel modo misterioso, ma chiaro che fanno i veri maestri, capaci di trasmettere il concetto antico di insegnamento.
Dopo aver percorso i sentieri della selva intricata e via via sempre più rigogliosa e serena degli studi universitari, della laurea, della specializzazione e abilitazione, iniziò la professione e conobbe una giovane donna che credette di poter amare in modo definitivo. Non più soliloqui con il proprio cuore assetato d’amore, di tenerezza, di carezze, non più quel vortice di sentimenti contrastanti, quella vitalità che usciva impetuosa per divenire a poco a poco grigia, costretta a ritrarsi in se stessa, ad immalinconirsi. Finalmente ecco muoversi le labbra per parole pronunciate ed accolte da un’anima sensibile e bella. Ecco la vita rispondere alla vita, ecco il fondersi della parte migliore di sé in così mirabile incontro. Si esaudiva il suo desiderio più intimo, donare amore e umanità, ricevere umanità e amore, baciare ed essere baciato.
Si erano incontrati durante una festa universitaria e subito attratti avevano preso a filtrare, ma poi si erano persi di vista. Passarono gli anni e un giorno lui ricevette una telefonata: era lei, la ragazza della festa universitaria, la donna che per la sua dolce femminilità per una certa sua grazia composta, fu la prima ad animare in lui l’dea di una famiglia. Tornarono a frequentarsi e l’affettuosità crebbe fino a decidere di convivere. Anna aveva allora trent’anni e li viveva con un fardello di affanni e dolori misti a sprazzi di ossessività vitale e fascinosa, fino a sentire il bisogno di elevarsi oltre l’indicibile, e di comunicarsi senza ulteriore ritegno, sorretta da una bellezza senza pari, a partire dalla capigliatura bionda e fluente che coronava i suoi occhi profondamente azzurri e la dolcezza del viso ove le labbra si offrivano spontaneamente al bacio. Gli era stato facile imparare a conoscerla, a sentirla diversa da ogni banale ricorrenza, sì che di giorno in giorno cresceva il desiderio di ascoltare quel suo parlottio lungo e pensoso. Né gli mancava il privilegio della delicatezza di ore nutrite di profonda dedizione, in un ambiente umbratile e obsoleto, coerente con l’impalpabilità del reciproco metalinguaggio.
E poi l’amore in quel suo monolocale pieno di luce ove le parole cedevano il posto al comune desiderio di vibrare in ogni poro del corpo e nella totalità della persona. –Abbracciami forte - ripeteva lei - Più forte.. di più.. di più - E lui sapeva che Anna gli apparteneva e non si sarebbero separati più. Si erano abituati a un dialogo costruttivo, mirato ad attivare e svelare tutti i segreti della personalità in una ricerca di completezza della relazione, per modo che, al desiderio del corpo, si accompagnasse anche l’incanto dell’anima. Ne era derivata una disposizione d’animo alleggerita di ogni assolutezza, come quando si coglie tutta la relatività degli accadimenti, e ci si apre a guardare le cose con occhi nuovi, si apprezza il fluire della vita, si è più benevoli verso noi stessi e gli altri.
Quando, per motivi di lavoro, soprattutto della professione di lei che era interprete, stavano lontani, anche per settimane, si scambiavano lunghi messaggi attraverso il portatile - "Che sorpresa sentirti ... scriveva lei… Il tempo scorre vuoto senza te, ma non dobbiamo far vincere i silenzi. Risento la gioia del nostro ultimo fine settimana, nella nostra villa sul lago, quando, dopo le ore calde del giorno, rimanemmo a lungo sotto il chiarore delle stelle, con la musica dei grilli in amore, la poesia delle lucciole pulsanti ed evanescenti, il festoso abbaiare di cani lontani, i tuoi occhi meravigliosi, e narranti parole ora più intense di quelle già allora donate. E lui per risposta: "Amo ascoltarti per preservare tonalità e cadenze della nostra vita, oltre lo spessore dei tanti problemi di oggi, per riportarle a quell’immagine di te come ti ho visto fin dalla prima volta, con i capelli dal vento scomposti, il visino a tratti imporporato per il freddo o, forse, per un malcelato sentire. E imparammo a camminare vicini e a costruire memorie di noi dolci e ricche di nuovi significati”.
Poi, con sorpresa e delusione, la prima profonda e definitiva crisi. Al ritorno dalla sua partecipazione ad un importante convegno di psichiatria a Parigi, in fondo era stato lontano da lei solo dieci giorni, la trovò diversa, tormentata da opposte tensioni, in balia di eventi ove ogni cambiamento diventa una sorta di condanna e disperazione di salvezza e decisa a interrompere la relazione, a prendersi tempo per riflettere meglio. Al momento del distacco non fece nulla per stringersela a sé, per far prorompere in baci e carezze, ben più forti di parole, quel turbine di amore che in lui ancora si agitava, ma freddo, razionale, lasciò che il suo cuore amasse e piangesse nello stesso tempo e con occhi tristissimi seguì il suo muto allontanarsi. 

Commenti

  1. Possono le disavventure psicologiche e sentimentali dell'anima essere già scritte nel corpo?. Forse sì ,come ci dimostra ,fin dalle prime righe del racconto " Ultime ore insieme " di Paolo Brondi il protagonista Antonio, un giovane di appena venti anni che, novello Emilio Brentani (Senilità. Italo Svevo)è afflitto dal sofisma e dall' analisi. Questi tratti segnano, non solo il suo stile di vita, ma corrodono le sue migliori energie vitali fino ad inaridire sul nascere il tenero sentimento d'amore per Lucia, giovane compagna di liceo, la cui tenera spontaneità è speculare al freddo raziocinio di Antonio. I primi gesti dell'amore da audaci ed appassionati si fanno "misurati e plastici", il calore si stempera e l'anaffettività affiora in tutta la sua gelida compostezza .Ma l'amore, come ci insegna Platone (Convivio)è "endèia" : mancanza ,povertà, ovvero attesa che un altro percorra uno spazio, ci venga incontro e colmi un vuoto. Ma perchè questo accada occorre, però, sia percepire il calore di un corpo ,sia riconoscerne le pieghe più riposte, i segni invisibili, ovvero il linguaggio, perchè il corpo parla , il corpo ha una voce. Antonio scopre tutto questo solo durante gli anni universitari ,dopo l' incontro inatteso col professor Manetti, studioso ed intellettuale di valore, ma soprattutto uomo energico, carismatico che seduce ed affascina i suoi studenti. Il professor Manetti, infatti, non si limita a trasmettere nozioni e concetti in modo asettico ed impersonale, ma comunica emozioni ,sensazioni ed il suo corpo vibra ed infonde energia. Solo alla fine di questo percorso umano ed intellettuale Antonio, più maturo e consapevole, è in grado di riconoscere ed andare incontro al suo desiderio che, ora, ha le fattezze di Anna, una giovane donna avvenente, procace ,ma soprattutto autonoma e vitale .Il miracolo sembra compiuto e destinato a durare per la vita ma ,come ci insegna ancora Platone( Convivio)," l' anima di ciascuno vuole altre cose, non è capace di dirle e perciò le esprime con vaghi presagi ,come divinando da un fondo enigmatico e buio." Questo fondo buio ed enigmatico comincia ad agitarsi anche tra Anna ed Antonio, dopo una breve separazione per motivi di lavoro. Antonio ,al suo rientro, si accorge che l'assenza non è solo non presenza di un corpo, ma piuttosto percezione di un vuoto incolmabile che, insinuatosi ed insinuandosi misteriosamente ,dilata la distanza e tutto congela e desertifica in modo irreversibile. Mentre l' anima si chiude nel silenzio solo il corpo torna a parlare l' eterno linguaggio dei segni: si irrigidisce si raggela e ci mette di fronte all'amara consapevolezza che tutti siamo irriducibilmente racchiusi nella nostra solitudine. Scrive ,non a caso, Anna Achmatova ( Poema senza eroe) " C'è un confine nell'intesa umana e non lo varca né ardore né passione, neppure se le labbra si fondono ed il cuore si frange d' amore".
    Laura Bonfigli

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