Passa ai contenuti principali

La ciabatta sepolta e l'inquilino fantasma: un’estate a Genova 🩴 ⛱️ 🚣‍♀️

Quartiere La Cella a Genova, lungomare, con le case che affacciano sull'acqua
(Introduzione a Daniela Barone). Il trasloco in un nuovo quartiere, un nonno dai capelli di neve che domina i campi di bocce e una notte movimentata da un ospite inatteso. In questo racconto, l’autrice ci riporta nell'Italia dei "musicarelli" e delle estati nel quartiere San Giuliano di Genova, dove i piccoli dispetti infantili diventano i ricordi più nitidi di un mondo che non c'è più.

(Daniela Barone) ▪️

🟢 Il trauma del quarto piano

Era estate e ci eravamo appena trasferiti dalla casa popolare di Via Montanari a quella situata al quarto piano in Via Paolo della Cella. Pur trattandosi dello stesso quartiere, il cambiamento fu per tutti noi piuttosto traumatico. Il nuovo alloggio si trovava infatti in uno stabile che dava su una via rumorosa e trafficata. 
Per di più non c’era neppure un poggiolino ove porre dei vasi di fiori e stendere comodamente il bucato. La mamma usava una lunga carrucola per appendere i panni sulla corda e ogni volta aveva il timore di cadere giù. Le scale erano ripide ma tutti in famiglia, compreso il nonno, non avevamo problemi a inerpicarci da un pianerottolo all’altro. 

🟢 Il regno di Nonno Vincenzo

Di fronte al caseggiato c’era un parco con diverse panchine ma ben pochi giochi per i piccoli. Così noi bambini della zona preferivamo arrampicarci fino a raggiungere un prato un po’ sbilenco accanto al "circolo dei vecchi", come lo chiamava mio nonno Vincenzo. 
Lui passava parecchio tempo a giocare a bocce. Spesso, dal prato dei nostri giochi, lo vedevo prendere la rincorsa per tirare lontano la boccia. Era facile distinguerlo fra i suoi amici: aveva folti capelli bianchi come la neve e portava una camicia azzurra con le maniche arrotolate e larghi pantaloni color tabacco che quasi gli arrivavano alle ascelle. 
Portava sempre una cintura di pelle marrone perché, a differenza dei suoi coetanei, detestava le bretelle. Dopo la partita amava sorseggiare un bianchino che talvolta accompagnava ad un panino al salame di Sant’Olcese.
Io non capivo niente di quel gioco ma mi piaceva guardarlo mentre bocciava con grande destrezza. La mamma si lamentava con papà dei pantaloni impolverati del nonno e lo accoglieva sempre con un’aria imbronciata. 
«Quante lavatrici devo fare! Non sono a tua disposizione, eh? Ho già tanto da fare in casa.» protestava.

🟢 L’intruso nella notte

Dopo solo due mesi dal nostro insediamento in via Paolo della Cella, nel cuore della notte, fui svegliata da un grido acutissimo della mamma.
«Ninooooo, svegliati. C’è qualcuno in casa. Non hai sentito girare la chiave nella toppa? Aiuto!» Papà dormiva profondamente, ignaro di tutti e tutto. La sua solita flemma meridionale, avrebbe commentato acidamente con le vicine alcuni giorni dopo.
Lei si era catapultata fuori dal letto e aveva brandito a mo’ di arma la scopa che era nel ripostiglio. Era avanzata nel corridoio ma non aveva fatto in tempo ad affrontare l’intruso che se l’era data a gambe precipitosamente. 
L’ingresso era vuoto. Nessuna traccia di estranei.  
«Si può sapere cosa c’è da sbraitare a notte fonda, Carmen?» aveva biascicato papà, un occhio aperto e l’altro chiuso. Lei, per tutta risposta aveva aperto la finestra e senza più nessun timore dell’altezza, si era sporta un po’ per vedere meglio la strada immersa nell’oscurità. Una lambretta bianca stava sfrecciando giù, in fondo alla curva. 
«L’ho riconosciuto, Nino. È Angelo. Il vecchio inquilino. Si sarà ubriacato come al solito e avrà infilato le chiavi nella nostra porta dimenticandosi di non abitare più qui.» aveva dedotto soddisfatta. Papà si grattava la testa perplesso e non vedeva l’ora di rimettersi a dormire.
Io ero scalza accanto al letto del nonno che ronfava ignaro dell’accaduto. Mamma aveva ancora la scopa in mano e i capelli tutti scarmigliati.
«Per fortuna ho il sonno leggero, io. Sennò non so cosa sarebbe accaduto.» 
barca del salvataggio ormeggiata sulla spiaggia di Genova

🟢 San Giuliano: mare e malumori

L’indomani papà iniziava la settimana di ferie. D’accordo con mia madre, ancora un po’ scossa per l’accaduto, volle passare una giornata al mare.
Era una bella giornata d’agosto e come sempre accadeva quando lui era libero dal lavoro, prendevamo il tram per raggiungere gli stabilimenti balneari di San Giuliano.  
Quel giorno si unirono a noi Orietta, la figlia dei nostri vicini, e il suo ragazzo. Lei era pienotta e aveva denti bianchissimi che contrastavano con la pelle ambrata e i riccioli scuri. Il fidanzato, di cui ignoravo l’esistenza, era uno spilungone poco attraente.
Non ricordo il suo nome; so solo che accolsi con fastidio l’idea che si unisse a noi e fin dall’inizio non feci nulla per risultargli simpatica.  La mamma cercava invano di farmi conversare con lui o per lo meno mi sollecitava a rispondere alle sue domande. Niente da fare. Mi ostinavo nel mio mutismo e neanche i suoi rimproveri mi fecero cambiare atteggiamento. 
«Non so perché fai così, Daniela. Non ci si comporta in questo modo, no davvero», commentava. Io cercavo rinforzi in papà che se la rideva del mio modo di fare.  
«Ma si, Carmen, lasciala stare. Poi le passa», assicurava.  Lei si risentiva un po’ con lui che, a suo dire, era troppo indulgente con me. 
Sdraiata sul mio asciugamano osservavo il fidanzato di Orietta: alto, magro, con i denti un po’ sporgenti e un’assurda zazzeretta castana, abbracciava la fidanzata con un’espressione idiota sul volto. Come aveva potuto Orietta trovarsi un ragazzo del genere? Era troppo alto per lei, pensavo. 
Poi venne il momento di bagnarsi. Come desideravo farmi portare da qualcuno vicino alle onde. Non sapevo nuotare perciò reclamavo sempre un grande che mi rassicurasse ad entrare nell’acqua. Avrei potuto bagnarmi con papà ma lui se ne stava a chiacchierare con un signore panciuto come lui mentre la mamma, che aveva una gran paura del mare, stava già preparando la merenda per tutti.
Per non parlare di Orietta, troppo impegnata a sbaciucchiarsi con il fidanzato di cui mi ostinavo a non ricordare il nome. Fu lui a chiamarmi per invitarmi a fare il bagno.
 «Dai, Daniela. Vieni, ti sorreggo io, non avere paura», ripeteva. 
 Io me ne ritornai sulla spiaggia e ripresi imperterrita i miei giochi. 

🟢 La vendetta della sabbia

Un po’ delusa iniziai a scavare nella sabbia. Mi piaceva fare buche profonde con l’aiuto dei grandi, saltarci dentro e farmi ricoprire fino al collo. Era una pratica diffusa in quegli anni. Le sabbiature, le chiamavano. Facevano tanto bene ai dolori, si diceva. Per me era solo un gioco divertente. 
Ad un certo punto vidi accanto alla mia paletta delle ciabattone blu. Subito realizzai che erano quelle del fidanzato di Orietta. Senza esitare ne presi una e la seppellii velocemente dentro la mia buca.
Le ore passavano gioiose fra risate, bagni, chiacchiere e panini al salame. Ad un certo punto venne l’ora di prepararsi per tornare a casa. Radunammo tutti le nostre cose per andare alle cabine e rivestirci dopo una doccia veloce. Mi girai e vidi il fidanzato di Orietta che cercava affannosamente le sue ciabatte da chissà quanto tempo.
 «Non capisco», si lamentava. «Le avevo lasciate qui, vicino alla mia sdraio. Ne vedo solo una». 
A malapena riuscivo a trattenere una risata. A nulla valsero le minacce di mia madre che aveva intuito il mio dispetto. Non avrei rivelato mai e poi mai dove avevo nascosto la ciabatta, anche perché, ad essere sincera, ormai non ricordavo più in quale buca l’avessi sotterrata. 
Il fidanzato di Orietta dovette tornarsene a casa a piedi nudi. Ogni tanto guardavo il suo piedone scalzo che si muoveva nervosamente sotto il sedile del tram. Fu un viaggio di ritorno divertente per me. Di sicuro non provavo il minimo senso di colpa. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Diventare donna negli anni Settanta: il coraggio di rompere il silenzio 💃

(Introduzione a Daniela Barone). Tra i tabù degli anni Settanta e la trasparenza dei giorni nostri, il corpo femminile ha percorso un lungo viaggio verso la consapevolezza. In questo racconto, Daniela Barone ripercorre il delicato passaggio dall'adolescenza alla maturità: un tempo in cui il silenzio dei genitori e l’imbarazzo sociale trasformavano eventi naturali in segreti da nascondere o trofei da esibire. Una riflessione preziosa su come l'educazione affettiva sia diventata, oggi, il ponte indispensabile per costruire il rispetto e la libertà delle nuove generazioni. (Daniela Barone) ▪️ L'attesa e il primo reggiseno Erano mesi che spiavo ansiosamente sotto la mia canottiera. Frequentavo ormai la terza media ma il seno non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo le mie coetanee che esibivano un petto rigoglioso e si truccavano già un po’. Siccome la mamma si era accorta che ero prossima allo sviluppo, mi aveva proposto di acquistare un bel reggipetto, come diceva lei. Per...

Il mio mondo in una tazzina di caffè: ricordi di una donna

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva. Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.  (Daniela Barone). Il profumo dei primi anni e il rituale della moka Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.  Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; a...

"Move to Heaven", il potere delle cose che restano

(Introduzione a Daniela Barone). Lasciare andare le persone amate è uno dei passi più complessi dell'esistenza, un percorso in cui gli oggetti materiali cessano di essere semplici cose per trasformarsi in custodi di memorie, segreti ed emozioni taciute.  Qui, l'esperienza dolorosa dello sgombero della casa genitoriale diventa la chiave di lettura per esplorare Move to Heaven, celebre serie televisiva coreana targata Netflix. Il racconto ci invita a superare il tabù occidentale della morte, mostrandoci come il ricordo e la cura verso chi non c'è più possano diventare uno straordinario strumento di rinascita per chi resta. (Daniela Barone). Il doloroso addio Una persona amata ci lascia, le sue cose rimangono. Arriva per tutti il momento doloroso di svuotare la casa dei propri cari; c’è chi preferisce svolgere autonomamente l’incombenza e chi preferisce condividerla con qualcuno.  Io dovetti farlo da sola per entrambi i miei genitori, morti a distanza di sette mesi l’una dall’...

Il caso Rogoredo: perché la giustizia non può essere emotiva ⚖️

(Introduzione ad a.p.). Da caso scolastico di legittima difesa a indagine per omicidio volontario: la vicenda di Rogoredo scuote le coscienze e mette a nudo i rischi delle riforme giudiziarie in discussione. Tra il dovere della temperanza politica e la necessità di una magistratura indipendente, la ricerca della verità non può essere sacrificata sull'altare del consenso mediatico o della fretta legislativa. (a.p.) Il fatto: la realtà oltre l'apparenza La vicenda prende le mosse da un controllo antidroga notturno nel bosco di Rogoredo, terminato con l'uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di Polizia. Inizialmente, il caso era stato presentato come un esempio "scolastico" di legittima difesa: un poliziotto costretto a sparare davanti a un'arma puntata (rivelatasi poi a salve). Tuttavia, il lavoro silenzioso della Procura e della Squadra Mobile ha ribaltato il quadro iniziale: l'analisi dei video e le incongruenze nei racconti hanno portato a ipo...

La rotta del mare: viaggio interiore oltre il passato

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni. Una potente allegoria sulla consapevolezza e sul libero arbitrio interiore. Come muoversi tra il rischio di rimanere imprigionati nella nostalgia e l'atto coraggioso di correggere lo sguardo? Un componimento che invita al silenzio e all'attesa attiva, ricordandoci che per tornare a navigare verso il futuro occorre smettere di guardare indietro. (Maria Cristina Capitoni) Abbagli e richiami improvvisi disturbano il flusso leggero un filo sottile conduce al sentiero  correggi lo sguardo  che guarda all’indietro  immagini e voci passate son solo riflessi e il fiato non basta per tutti  conviene aspettare  finché non riaffiora la rotta del mare.