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La violenza urbana, senza parole

Accusati della morte di Duarte
La violenza nelle città è rivolta verso sconosciuti, per caso, senza pretesto. Un fenomeno che si associa al rifiuto del dialogo, al disprezzo della cultura, alla negazione del valore della parola

(Angelo Perrone) Sempre più diffusa, la violenza urbana si mostra gratuita, incontenibile, priva di pretesti che ne spieghino l’esplosione irruente. La notte di ferragosto, sul pontile di Marina di Pietrasanta, Filippo, un fiorentino quindicenne in vacanza da amici, è vittima di un gruppo di picchiatori. Per tre volte, lo gettano a terra colpendolo con pugni e calci: la mascella spappolata, avrà danni permanenti.
Gli aggressori se la prendono con lui per errore, lo scambiano per un altro che avrebbe molestato una ragazza conosciuta di vista. La sua colpa: essersi fermato lì, sentendo la ragazza gridare e pensando fosse in pericolo. «Sembravano impazziti, colpivano e ridevano», dice il ragazzo dal letto d’ospedale. Gli aggressori sono “bulli” versiliesi conosciuti dalla polizia.
Pochi giorni fa, nella notte tra il 5 e 6 settembre, Willy Monteiro Duarte, 21 anni, nato in Italia ma di origine capoverdiana, viene ucciso nella piazza di Colleferro vicino Roma a calci e pugni, dopo essere intervenuto in aiuto di un amico che protesta per i commenti volgari pronunciati da un gruppo nei confronti di ragazze. Ne nasce un litigio, e – secondo le ricostruzioni - qualcuno chiama a dare man forte (una lezione?) i fratelli Bianchi, esperti di arti marziali e già implicati in risse.
«Gli aggressori gli salivano più volte sul corpo quando era già inerme», nota un testimone. Le implicazioni razziste si mescolano alla gratuità della spedizione punitiva organizzata contro il giovane inerme. Fanno il giro del web le pagine social in cui i gemelli, principali accusati del pestaggio, sono ritratti in pose aggressive. Fanno sfoggio delle capacità fisiche, mettono in bell’evidenza i corpi pronti allo scontro.
Qualcosa fa regredire l’individuo verso l’abbrutimento, una condizione lontana persino dalla “bestialità” animale. Questa – il puro istinto - è regolata da necessità alimentari e bisogni di sopravvivenza per ragioni vitali. I soprusi umani nei confronti degli altri invece sono altro, si scatenano senza motivo verso soggetti incontrati per caso, colpevoli di trovarsi in quell’istante nel posto sbagliato.
E’ una violenza di strada affatto occasionale, e magari circoscritta ad ambienti degradati, anche se certo le periferie sono terreno privilegiato di coltura. Il dilagare di queste aggressioni, vistose ed irruenti, a ben vedere coinvolge soprattutto i giovani, nel ruolo di aggressori ma soprattutto di vittime, come appunto Filippo e Willy. I ragazzi – e tra essi le donne - sono i più esposti. Spesso la violenza scorre nel web.
Un’indagine conoscitiva dell’Istat, presentata nel giugno scorso, indica che addirittura il 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni ha subito episodi di bullismo, aggressioni, offese, atteggiamenti violenti. Per sfregio, senza movente. Il 19,8 % persino con frequenza mensile. Molte volte gli episodi accadono nell’ambiente scolastico, dove i processi educativi e i meccanismi di controllo dovrebbero scongiurare ogni pericolo. Più efficace dovrebbe essere la prevenzione.
Ma l’attenzione di politici ed esperti è rivolta, nella ripartenza post Covid della scuola, ai problemi logistici e organizzativi. Al massimo a quelli del numero di insegnanti ed operatori. Come se la scuola fosse una questione di banchi, di distanze e di orari (e di mascherine), e non di contenuti, di educazione civile. Osservando i dibattiti sull’insegnamento nella fase di ripresa, sembra proprio che la “formazione”, oggi più che mai, non abbia importanza primaria.
Oscar Crowe in Il posto sbagliato
Gli episodi di violenza (le cronache ne aggiungono altri) seguono tuttavia un canovaccio riconoscibile. E anche i personaggi hanno molto in comune. Le vittime conducono una vita normale, si muovono in città per lavoro o divertimento, frequentano amici e locali, proprio come tutti. Il loro destino incontra il male per puro caso. 
Si trovano a prestare attenzione a quanto accade intorno, non voltano lo sguardo altrove se notano qualcosa di strano. Anzi, si avvicinano per dare una mano ad un amico o ad uno sconosciuto, magari una ragazza molestata, vogliono spendere una parola tra i litiganti, confidano ingenuamente nella possibilità di riportare tranquillità.
Gli aggressori sono di tutt’altra pasta: sembra proprio che non conoscano lingua diversa dall’uso delle mani, sono refrattari al dialogo, non vogliono sentire ragione. Del resto trasmettono in ogni modo messaggi aggressivi. Hanno corpi palestrati e roboanti, esaltati dagli esercizi in palestra, pubblicizzati ossessivamente sui social sino allo sfinimento, già utilizzati in imprese precedenti (risse, pestaggi, intimidazioni).
Lo sport in questo caso non è lo strumento attraverso cui le risorse fisiche vengono canalizzate verso un fine positivo, la cura di sé, il controllo dei movimenti e degli istinti, la lealtà del rapporto con l’antagonista in una disputa regolata. Piuttosto è il modo di svuotare l’istinto combattivo dalle regole della correttezza e del rispetto dell’avversario. In una parola, di privarlo del supporto della ragione. Ci si allena in vista dello scontro fisico fine a sé stesso, in contesti di gratuite prevaricazioni. 
L’uso della violenza, fuori da ogni regola sociale di convivenza, deriva dal rifiuto del confronto con l’altro, dalla negazione del valore della parola come strumento per risolvere ogni attrito, dalla chiusura al dialogo e al riconoscimento dell’interlocutore. Non ci si parla per chiarirsi e risolvere diatribe, si passa subito all’azione, senza domande e senza attendere risposte.
E’ allora, in una frazione di tempo brevissimo, che matura l’aggressione, la sopraffazione spietata e persino l’annientamento – anche fisico - dell’altro. Il picchiatore e l’omicida vogliono raggiungere al più presto il loro obiettivo: seguono un impulso irrazionale, che nasconde un sottile e perverso godimento.
Un caso italiano? In America si spara in strada, nelle scuole o nei concerti. Entrano nei locali con armi micidiali di cui si continua a consentire la libera vendita e si fa fuoco: indistintamente, senza mirare, a caso. Spesso l’obiettivo non è neppure scelto. Non c’è solo l’uso dei corpi per aggredire e stordire, o quello delle armi per fare stragi. La violenza irrazionale ha molte sfaccettature.
Ne parla il premio Oscar Russell Crowe a commento della trama del film da lui interpretato «Il giorno sbagliato» di prossima uscita in Italia. Una donna nel traffico intenso commette l’errore di suonare il clacson ad uno sconosciuto: è la molla che spinge costui, appunto Crowe, ad una reazione abnorme. Una furia incontenibile e devastante, sino alla persecuzione quotidiana dall’esito mortale.
Non basta pensare alle devianze psicopatologiche per spiegare questi atteggiamenti in Italia, America, ovunque. In strada succede: che si scateni l’irritazione verso perfetti sconosciuti per motivi banali o inesistenti, che si venga alle mani. Viviamo in un mondo troppo angusto: gli spazi sono così ravvicinati da generare reazioni violente? Oppure troppo insicuro: le dinamiche sociali mettono a repentaglio la vita quotidiana? Eppure persino il lockdown ci ha insegnato che non possiamo fare a meno degli altri. Impossibile rinunciare alla difformità propria dell’esistenza di ciascuno, al valore del dialogo e della parola.

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