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Il volto della città

di Cristina Podestà

Sotto i piedi le foglie morte, cadute col vento e la pioggia, rendono l’asfalto meravigliosamente colorato di giallo, arancio e marrone. I miei passi risuonano mentre mi aggrappo all’ombrello per non cadere. 
Passeggio in una città, la mia, piuttosto triste, piuttosto solitaria, abbastanza deludente adesso. E rimugino tra me tempi migliori, quando era viva e frizzante di giovani desiderosi di raggiungere mete, dove i negozi pullulavano di persone che facevano acquisti, mentre per strada ci si incontrava e ci si fermava ad ore a chiacchierare.
Adesso è silenzio. Pochi anziani fluttuano da un lato all’altro per non farsi bagnare dalle auto, sempre più grandi, che passano in velocità. 
È una città che ha visto tempi migliori, che ha giocato un ruolo fondamentale per la crescita della mia generazione, che resta nel cuore con le sue montagne ben aguzze e il mare subito lì, distante appena 13 km.
Continuo il mio percorso e il mio pensiero mentre mi guardo intorno: “Affittasi”, “Vendesi”, sono i cartelli più usati. Molti giovani sono corsi altrove per lavoro, non è possibile restare qui. Fa dispiacere dirlo, ma i ragazzi devono fare, devono avere opportunità, devono aprirsi e qui tutto chiude. 
Ed è con tali pensieri e con un po’ di nostalgia che entro nella panetteria, mentre saluto un signore che esce con il suo cane dotato di cappottino antipioggia. 

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