(Introduzione a Daniela Barone). Con una prosa spietatamente sincera, il racconto traccia il ritratto di una famiglia di montagna imprigionata nella rigidità e nel culto della privazione. Tra le bizzarre trovate di un’avarizia incallita, i traumi taciuti della guerra e l’incomunicabilità degli affetti, emerge la parabola di un’esistenza vissuta nel segno del risparmio materiale e sentimentale, fino a un inatteso e poetico bagliore finale.
(Daniela Barone).
L'arrotino di montagna e i fantasmi della guerra
Avevo conosciuto i miei suoceri solo un anno prima di sposarmi. Del resto loro erano i tipici montanari, rudi e introversi. A differenza della madre di mio marito, piccola e rotondetta, con una smorfia sul viso che pareva di disgusto o forse di rassegnazione, il padre era magro ma non macilento, alto ma non imponente.
Aveva un viso virile, una bocca sottile e un naso diritto e lineare che gli conferiva un’aria signorile. In realtà Antonino, un arrotino ambulante, vestiva sempre abiti semplici seppure decorosi. In inverno portava il cappello; forse per questo incuteva rispetto nonostante il lavoro umile.
Di origini piemontesi da generazioni come la moglie, aveva un cognome molto diffuso in Veneto. Pare che in passato molti muratori fossero giunti a lavorare nel suo paesino montano da quella regione. Questo, a suo dire, avrebbe spiegato l’origine del suo cognome insolito nella località natia.
Secondo di sei figli, aveva conosciuto le ristrettezze delle famiglie numerose per cui, a soli cinque anni, era stato obbligato dal padre a portare al pascolo un gruppo sparuto di vacche. Quante volte avevo sentito i suoi racconti. M’immaginavo Antonino ad inerpicarsi su per i monti con un cane che l’aiutava a radunare le mucche riottose e a consumare un panino all’ombra di un larice.
Francamente, sebbene mio suocero non si facesse amare per la sua estrema riservatezza e l’avarizia ostinata, provavo pena per lui. Oltretutto mi aveva raccontato di aver perso una sorella di soli 17 anni che era annegata nelle acque tumultuose del torrente in piena. Senza nemmeno il tempo di riprendersi da quella perdita, era dovuto partire per la guerra.
Con una voce roca che si udiva a malapena, parlava spesso della sua lunga prigionia in Africa: «Fui catturato dagli inglesi che mi portarono in Tunisia. Avevo capito ben presto che dovevo escogitare qualcosa per salvare la pelle, così mi feci passare per matto».
Aveva anche finto di essere muto, chissà perché. «Per due anni non ho spiaccicato neanche una parola. Mi esercitavo a parlare nei gabinetti per non disimparare, sai?». Ascoltavo con empatia e curiosità queste vicende avventurose, terminate con la sua fuga, anche se non mi piacevano il suo carattere eccessivamente riservato e la sua avarizia incallita.
Il riciclo dell'acqua e la carta del pane: l'avarizia come stile di vita
Antonino era un gran lavoratore e pretendeva dai suoi figli impegno nello studio, nonché un aiuto nei fine settimana per la consegna di forbici e coltelli affilati. Né mio marito né mio cognato poterono proseguire negli studi ma dovettero cercarsi in fretta un lavoro per contribuire alle spese di casa.
Erano davvero così indigenti i miei suoceri? Tutti nel borgo li ritenevano tali perché vestivano in modo dimesso e conducevano una vita ritirata; in realtà abitavano in un trilocale di proprietà e possedevano anche due alloggi che affittavano.
Lo stile di vita dei miei suoceri era lontano anni luce da quello dei miei, sebbene mia madre fosse casalinga e mio padre operaio. Diversamente dai genitori del mio ragazzo, vivevamo in una casa in affitto, la qual cosa suscitava la loro tacita disapprovazione.
Come se non bastasse, mio padre era un simpatico chiacchierone, a differenza di Antonino che intimidiva con il suo carattere severo poco incline alla conversazione. Quante volte mia madre mi aveva messo in guardia. «Tale padre, tale figlio. Che vita ti farà fare Andrea se è avaro come suo papà? Tu sei figlia unica, sempre ben vestita. Non ti manca niente. Pensaci bene a sposarlo!» mi ammoniva.
Come fanno spesso i figli, fui sorda agli avvertimenti di mia mamma e sposai Andrea senza pensarci due volte. A dire la verità, lei non sapeva quanto le persone spilorce siano avare anche nei sentimenti, come purtroppo dovetti sperimentare.
Negli anni di fidanzamento ebbi modo di confrontarmi più volte con la tirchieria di mio suocero. Tuttavia, anziché impensierirmi o irritarmi, ero quasi divertita dalle sue trovate per non spendere. A casa di Annetta e Antonino, ad esempio, si riciclava l’acqua di bollitura della pasta per lavare i piatti e si usava il sacchetto del pane, debitamente tagliato a strisce, al posto della carta igienica.
Lo scarico della lavatrice veniva scrupolosamente raccolto da mia suocera per lavare gli stracci e lo scalda-acqua a gas era usato con parsimonia. Il detto di mio padre «Chi più spende, meno spende» cozzava con le abitudini spartane dei genitori di Andrea ma io non me ne preoccupavo.
«Tutte le città sono uguali»: una vita di rinunce e rigidezza
Quando mi sposai mio suocero ci ‘offrì’ uno dei suoi appartamenti che era riuscito a liberare dagli inquilini. Mio marito mi disse che avremmo pagato 30.000 lire a suo padre, una cifra simbolica, aveva sottolineato. Come poteva un genitore, peraltro non bisognoso, pretendere una cosa del genere? La mia disapprovazione cadde nel vuoto, come tante mie rimostranze.
Quando da sposina entrai nella casa di mio suocero ristrutturata da Andrea appena in tempo per l’arrivo dei mobili, ebbi modo di constatare che i vicini del pianerottolo mi salutavano a malapena. Non comprendendo il motivo del loro malcelato risentimento, chiesi spiegazioni a mio marito.
Le sue parole mi lasciarono allibita: «Sarà perché ce l’hanno con mio padre. In passato lui prestava loro dei soldi ma ad un certo punto non si è più fidato perché pagavano in ritardo i debiti». Mia madre si scandalizzò nell’udire questa storia. «Ecco come ha fatto i soldi, altro che arrotino. Era uno strozzino, ti rendi conto, Nino?».
Mio padre per tutta risposta si lisciò la testa stempiata e commentò con un sorriso divertito che Antonino era un gran furbone. L’epiteto che mia mamma gli lanciò non lo scalfì minimamente per cui lei si rassegnò a far cadere il discorso.
Io e Andrea non ci concedevamo mai una vacanza. Del resto, perché mai avremmo dovuto sprecare del denaro potendo trascorrere il mese di luglio al mare dai miei e quello di agosto nella casetta malandata dei suoi in montagna?
Mio marito seguiva l’esempio dei genitori che non avevano mai messo il naso fuori dall’abitazione di città e da quella montana. Certo, Antonino era stato prigioniero in Tunisia di cui ancora rimpiangeva gli enormi datteri dolcissimi e Annetta aveva soggiornato per motivi di lavoro a Tolone dove faceva la donna di servizio. Tutto qua.
Ma qualche volta, negli anni, mia suocera cadeva in depressione per la vita grama a cui era costretta dal marito. In occasione del loro quarantesimo anniversario di matrimonio, seduta alla tavola di un’osteria economica attorniata da noi famigliari, aveva sospirato: «Come mi sarebbe piaciuto trascorrere questa ricorrenza a Roma!»
Dotato di un udito finissimo, Antonino aveva carpito il suo sussurro e con un sorrisetto sardonico aveva ribattuto: «Roma? E perché mai? Tutte le città sono uguali, Annetta, non lo sai?». Per fortuna il “cretino” risentito di mia suocera non era stato colto da mio suocero, forse intento ad arrovellarsi sul desiderio bizzarro uscito dalle labbra della moglie.
Gli ultimi anni e i cavalli bianchi nel deserto
Per anni Antonino continuò solertemente il suo mestiere di ambulante. Fu una disgrazia quando si ritirò perché si sostituì a mia suocera nel compito della spesa, sua prerogativa quotidiana che le consentiva di fare una piccola cresta sui soldi.
Non avrebbe più potuto comprare qualcosina per sé e avrebbe anche dovuto rinunciare all’amata Settimana Enigmistica. Per fortuna la sua compassionevole vicina di casa prese a regalarle la rivista di parole crociate che non riusciva mai a completare. Annetta ne fu contenta, anzi, si comperò una bella gomma per cancellare gli schemi già risolti e farli lei.
Con la separazione da mio marito i rapporti con i miei suoceri cessarono. Loro continuavano a vedere i nipotini ma non vollero più avere a che fare con me.
Dopo anni seppi da una mia amica che Antonino aveva il glaucoma ma questa disabilità non gli impediva di frugare nei cassonetti dell’immondizia alla ricerca di qualcosa, un vecchio soprammobile sbeccato o un paio di occhiali da lettura che poteva riutilizzare. Che tristezza.
Dai figli oramai cresciuti appresi della demenza senile di Annetta che s’aggirava nell’ospizio del suo paesino natio con un pacchetto di biscotti in tasca. Aveva sempre fame e non si ricordava di aver già mangiato.
Non riconosceva più figli e nipoti ma trovava simpatico il mio primogenito senza saperne la ragione. Antonino lasciò questo mondo a novant’anni, ormai cieco e in preda alle allucinazioni. Lo sentirono parlare di cavalli bianchi nel deserto africano prima di morire, lui uomo duro, pratico solo di vacche e di vitelli.

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