(Introduzione a Marina Zinzani). Il mito di Ulisse torna sul grande schermo con la maestosa regia di Christopher Nolan. Tra imponenti visioni cinematografiche e una profonda introspezione psicologica, il film trasforma il classico omerico in un’opera intimista e dolorosamente attuale, guidata dall'interpretazione di Matt Damon.
(Marina Zinzani)
Un’opera intimista
Certamente “Odissea” è il film del momento, di cui tanti parlano. Riporta con la mente alla versione di tanti anni fa, di Bekim Fehmiu, che ha lasciato una traccia mai dimenticata.
Ma qui siamo in un altro campo: il regista Christopher Nolan ha creato un’opera imponente, in cui prende lo spettatore e sembra di portarlo dentro la storia, in mare, nei momenti di terrore di Ulisse e dei suoi compagni, fra le mura di Troia, con i personaggi raccontati, rimasti nella nostra memoria e immaginazione.
Un Ulisse moderno, segnato dal peso della colpa
Quello di Nolan è un Ulisse provato, stanco, con il peso della coscienza: quello che ha provocato prendendo Troia con l’inganno, la morte di tanti innocenti, la morte dei suoi compagni.
E’ lo spartiacque che segna il prima e il dopo, che viene svelato alla fine, ed è qualcosa di così tremendamente attuale che lui diventa emblema dell’uomo perduto, che ha dimenticato il rapporto con il divino, che ha oltrepassato una soglia. Quella forma di violenza ed aberrazione da cui non si torna più indietro.
Matt Damon esprime molto bene questa lettura del personaggio di Ulisse, in uno scenario tragico e lirico, ed anche il cast è alla fine convincente. Si possono fare tante considerazioni: il testo non fedele, i personaggi che non sono precisamente come quelli narrati, una visione moderna definita pacifista che può sembrare una licenza del regista.
La suggestione visiva e il ritorno a un'Itaca diversa
I punti di vista possono essere molteplici, ed ognuno può avere le sue ragioni. Di fronte ad un’opera come questa si possono fare tante considerazioni, ma non bisogna dimenticare la suggestione visiva che trasporta lontano, imponente e quasi magica, in tre ore che passano in un soffio.
Un’opera maestosa, di attori, di mezzi, di immagini difficili da dimenticare, il trasporto quasi in quei luoghi, come fossimo veramente lì, e poi una condizione più intimista: che cos’è un uomo, cos’è la vittoria di una guerra, cosa sono le macerie, e cosa rimane di quello che si era.
Si torna diversi. In un’Itaca che non è più la stessa, perché quello che si è perduto ha creato un dolore silenzioso, una solitudine profonda, un dramma segreto non condivisibile.

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