Pagine Letterarie

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(foto ap)

martedì 26 luglio 2016

Felicità? Il destino di perdere le ali

Castello Sforzesco, MI (foto ap)
di Paolo Brondi

La felicità è un nome nel dizionario. Nella vita pratica è un’azione legata al passato con i ricordi, al futuro con la speranza e nell’hic et nunc della nostra quotidianità, spesso, è frutto di una ricerca disperata. Chi dispera potrebbe trovar giovamento seguendone le tracce disseminate nei vari luoghi della cultura. “Essere qui è stupendo” - dice Rilke - il poeta, scrittore unanimamente considerato guida spirituale per superare le aporie dell’esistenza.
Essere qui è stupendo ha il significato della impossibilità di sottrarci all’effimero ed alla banalità delle ore e dei tempi, ma anche della necessità di non essere soccombenti, di non subire tutta la forza negativa del male, di educarci e rieducarci a cercare sempre un senso, una traccia di felicità.
Platone insegna che la felicità non è cosa, non è un oggetto che si può manipolare a piacere, ma è un processo. Significativa la metafora dell’anima alata che, finché spazia liberamente, al di sopra dei rumori del mondo, è sicuramente felice. Il problema sorge quando si mescola alla materialità delle cose e dei costumi. Allora può subire tutte le negatività delle opinioni, della chiacchera, della illogicità dei comportamenti, fino a perdere le ali. Non tutti sono destinati a perdere le ali: c’è libertà e modo di riprenderle. Ne costituisce prova la vita di Socrate che non si aggrappa ai privilegi terreni, preferendo morire pur di non abdicare ai suoi insegnamenti.
Si tratta di liberarci dalle pesantezze del corpo: i blocchi, le paure, la tensione, lo stress, l’inquietudine, ma anche quella sorta di apatia che magari ci dà l’illusione di star bene, ma nasconde il senso profondo dell’esistere. Meglio alleggerire l’anima ovvero sentire quella energia, quel fremito che permetta di trascendere ogni limite e apra alla possibilità di raggiungere saggezza, moderazione, giustizia. Certo non facile è perseguire tali finalità in uno stato che ci tratti come armento, massificando desideri e libertà e ove tutto si mescola: la felicità si mescola alla sofferenza, cresce la banale ripetitività e prevalente è la precarietà. Allora l’individuo deve farsi guidare da una morale provvisoria, ma efficace, come quella che gli fa evitare la logica dell’armento, la massificazione dei desideri e della loro compensazione, per calcolare ciò che non è necessario né utile per vivere con moderazione e serenità.

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