(Introduzione a Marina Zinzani). Cosa succede quando la ricerca della bellezza si trasforma in un’ossessione distruttiva? Nella recensione del film “Lontano da qui” (disponibile su RaiPlay), l’autrice esplora il dramma psicologico di Lisa, una maestra d'asilo intrappolata nella gabbia della normalità borghese, la cui vita viene stravolta dall'incontro con un bambino prodigio.
Un’analisi sul vuoto esistenziale, l'incomunicabilità generazionale e il potere salvifico — ma anche pericoloso — della poesia.
(Marina Zinzani)
Due mondi distanti
Il film “Lontano da qui”, disponibile su RaiPlay, racconta di Lisa, una maestra d’asilo, sposata, con figli adolescenti, che vive a Staten Island. La sua è una vita normale, il lavoro con i bambini le piace, il marito è un uomo presente, il rapporto con i figli è buono, pur con le tensioni dovute all’età.
D’altronde lei e i figli appartengono a generazioni lontane: quello dei ragazzi è il mondo dei social, degli amici, anche della superficialità, mentre il mondo di lei è fatto di una ricerca interiore, di percezioni, del cercare di raccogliere qualcosa e sigillarlo in una pagina con una penna. Lei ama la poesia. Frequenta anche un corso, proprio di poesia, pur senza grandi risultati, non riesce a comporre liriche in grado di colpire chi l’ascolta.
Il talento rubato
Lisa si accorge per caso che Jimmy, uno dei bambini della sua scuola, parla all’improvviso, è come se recitasse. Incuriosita, lei trascrive quelle parole. Sì, sono le parole di una poesia. Bellissime. In grado di emozionare. Al successivo incontro del corso di poesia, lei reciterà quelle parole, lasciando tutti a bocca aperta. Senza dire che quelle parole non sono sue. Sono parole rubate al piccolo.
Jimmy, che ha solo cinque anni, rivelerà a lei un incredibile talento, purissimo come un diamante. Ma nessuno attorno a lui sembra interessato a questo, per primo il padre che ha poco tempo per occuparsene e vuole farne un uomo “normale” e di successo.
L’attaccamento di Lisa a Jimmy, al suo mondo poetico, diventa piano piano ossessivo, fino a sfuggirle di mano. Il loro, in fondo, è un incontro di solitudini.
Il baratro dell'incomunicabilità
Il quadro che l’attrice Maggie Gyllenhaal fa della donna è quello di chi si trova davanti ad un baratro invisibile, conducendo una vita in apparenza normale: i conflitti con i figli adolescenti, a cui rimprovera la mancanza di curiosità intellettuale e l’appiattimento culturale, la portano piano piano in una solitudine profonda.
E’ innegabile la sua delusione: il figlio che preferisce arruolarsi nei Marines perché non vuole studiare, la figlia che le sbatte in faccia il suo mondo superato e perdente, scavano in Lisa un senso di frustrazione, di crisi di identità, una solitudine camuffata ma pronta ad esplodere in una deflagrazione distruttiva.
Una solitudine, quella del bambino, che lei raccoglie, cercando di proteggerne il talento poetico. “Un piccolo Mozart”, lo definirà, ma il padre per il figlio vuole una vita normale, con un’infanzia normale, senza doversi sentire “diverso” o un “genio”.
Punto di vista in parte condivisibile. Il poeta bambino domani potrebbe essere un giovane emarginato, o bruciato da una società che prende, fa splendere, usa e poi distrugge i talenti e gli animi più sensibili.
La via di fuga dei perdenti
La poesia come via di fuga, per vedere una realtà con altri occhi: le parole diventano tessere di un mosaico che ricompone, ingentilisce, scava, illumina. Via di fuga dei sensibili, che sono spesso i perdenti.
Maggie Gyllenhaal è semplicemente magnifica nel dar vita a questo ritratto di donna tortuoso, una figura disconnessa, discutibile e in vuoto fino poi alla disperazione, in grado di distruggere tutto ciò che ha costruito. Perché non trova più un senso, un suo posto nel mondo.
Quel mondo in cui non si riconosce o che non le basta, in cui la sua identità, che si regge molto sull’essere madre, si scontra quando questo ruolo viene contestato dai figli. Anche se questo non è l’unico motivo del suo crollo e della sua ossessione per il bambino.
Una zattera nel mare
Il piccolo poeta Jimmy è come una zattera nel mare, qualcosa di puro a cui aggrapparsi. Ma è una situazione assurda, pericolosa, il dramma è dietro l’angolo. Proteggere il talento di un bambino e farlo emergere, o lasciare disperdere questo talento: scelta che non spetta a lei, che non può sostituirsi ai suoi genitori, e non può condizionare la vita del piccolo.
“Anna è bella. Abbastanza bella per me. Il sole colpisce la sua casa gialla. E’ quasi un segno di Dio.”
Questa poesia di Jimmy irrompe nella vita di Lisa come se vi fosse dentro una particella di salvezza. Le cose del cuore, un linguaggio lontano, di misteriosa semplicità, che evoca sentimenti, sensazioni che sembravano perdute.
Le poesie del bambino che lei cerca di catturare e trascrivere, diventano anestetici, balsami, raggi di sole. Come quello che colpisce la casa di Anna. Una casa illusoria, di un mondo che non ha più tempo per la poesia.

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