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La nube che rende tutto fumoso

Ucraina, la gara di ingegni per mettere fine alla guerra 


(Angelo Perrone) Nel tempo libero dal frastuono della guerra risuonano tante campane. È il bello della democrazia. Il guaio è l’opposto: quando non c’è varietà di voci, l’assortimento di tendenze che è il sale delle nostre società.
Poi le opinioni possono essere seriose o riduttive, lungimiranti o fantasiose. In sintonia o meno con la nostra sensibilità. A volte persino bizzarre e ciniche.
Altrove, nelle dittature, tutti allineati e coperti, per timore del peggio, per repressione del dissenso. In Russia, per dire, risuona una sola campana, bella, forte e martellante, così manca il frastuono e con esso la verità, c’è solo la menzogna di Stato. Vantaggio apparente: è più facile che il pensiero sia unico, coerente, solido, poi vai a vedere cosa bolle in pentola.
Putin, di fronte allo smacco di non essere riuscito a fare dell’Ucraina – paese “inesistente” e “territorio russo” - un sol boccone in poche ore, può anche consolarsi con le percentuali dei sondaggi addomesticati. Una volta si diceva “bulgare”, ora rende di più l’idea chiamarle “russe”. Lì, mancano informazioni, non è ammesso il dibattito, la verità è una sola, media indipendenti sono stati chiusi o si sono “autosospesi” (Colta, Rain.tv, Meduza, Novaya Gazeta).
Quei pochi cittadini che sollevano dubbi, che si azzardano a mettersi di traverso – un cartello “no war” in Tv, uno striscione di carta bianca davanti al Cremlino – sono zittiti prima che possano andare avanti, e messi in galera.  A fare compagnia a Navalny, nei prossimi nove anni (più i due già inflitti). Nella speranza di non finire come Anna Politkovskaja, la giornalista che pagò con la vita il coraggio di dire la verità sulla guerra di Putin in Cecenia.
Da noi, flussi di informazioni, dibattiti allo sfinimento, mentre l’occhio dei telefoni, oltre a quello delle vittime e dei testimoni, porta tutto in primo piano, rende esplicito l’orrore. Impossibile sbagliarsi. Soprattutto negare l’evidenza.
Eppure ciò non esclude la trappola dei pregiudizi e il pantano delle discussioni sfibranti, in cui riemerge di tutto: le riserve contro la Nato, la simpatia per il “decisionista” Putin (Salvini e Berlusconi), benedetto dal primate ortodosso Kirill, l’insoddisfazione verso la libertà occidentale, chissà che altro.
Una miriade di distinguo e di incertezze, che impedisce di vedere chiaro. Già è tanto se si critica l’invasione, il resto invece, il che fare, se mandare armi, è avvolto in una nube in cui tutto sfuma. C’è, a tutta evidenza, una gara d’ingegni sul modo di mettere fine a questa guerra, e qualcuno ne sa sempre più degli altri, saprebbe come fare, ha la ricetta magica, mentre gli altri, sempliciotti, non comprendono, anche se la soluzione – in questo coro – è sempre diversa l’una dall’altra. 
Se non sostenere l’Ucraina in tutti i modi (accoglienza, armi, sanzioni alla Russia), che altro fare? Arrendersi? Consigliare Kelensky di smetterla con la pretesa d’essere indipendente e libero di fare quel che ritiene?
Sfilare davanti all’Armata russa sino a Kiev per invocare pace? Farci andare il Papa perché sia più efficace? Che altro, che non sia resistere all’aggressione? E aspirare ad una pace non punitiva per gli ucraini incolpevoli?
Queste opinioni si focalizzano su un punto, la situazione è sempre più complessa di quel che appare, ci sono le grandi ragioni da tenere presente. La complessità come categoria ideologica astratta che tutto assorbe e annulla, persino l’umanità. Contano solo le ragioni della Storia con la maiuscola, che prescinde sempre dai destini dei singoli.

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