Passa ai contenuti principali

Luci e ombre, all'opera

Il balletto, Parigi, la vita che attende


di Marina Zinzani

Il corpo come mezzo per esprimersi. Il corpo come mezzo per arrivare in alto, verso una vibrazione magica. Il corpo per arrivare al palcoscenico, alle luci del palcoscenico, agli applausi, alla fama. Il corpo per raccontare, arrivare al sogno, per cercare una rivincita. Il corpo perché quello che sembra impossibile non lo sia più.
I corpi parlano, e quelli rappresentati nella serie Sky “L’Opéra”, sono anche loro protagonisti. Ma di più lo sono le persone, con i loro chiaroscuri, con la voglia di emergere o di restare in alto, con le loro fragilità.
Zoé è una prima ballerina dell’Opéra di Parigi, ha 35 anni, una vita privata che lascia a desiderare, come se si fosse perduta da qualche parte ad un certo punto, e cerchi di affogare il suo dolore silenzioso nell’abuso di sostanze, di alcol e di incontri occasionali. Un infortunio cinque anni prima le ha spezzato la carriera, una storia d’amore le ha spezzato il cuore.
Non è più giovane, e probabilmente non è più all’altezza del suo ruolo, per questo la vogliono licenziare, c’è in atto una politica all’Opéra di ridimensionamento, di cambi che prevedono il suo allontanamento. Una causa di lavoro che lei intraprende e una parte che le affidano per farla fallire: alla fine il cigno mostra tutta la sua umana precarietà, tutta la sua debolezza ma allo stesso tempo la forza per non soccombere. Un licenziamento e la paura di trovarsi allo specchio con il proprio fallimento, lavorativo e personale, in cui il corpo mostra i segni del tempo e la sta abbandonando.
Flora è una ragazza di 19 anni, piena di sogni. Arrivare all’Opéra è un punto troppo importante per lei, la gioia all’inizio è tangibile. Ma dura poco. Il colore della sua pelle è un problema, nessuno la prende sul serio, scoprirà ben presto che in mezzo a quegli abiti meravigliosi, a quei passi da silfidi, allo splendore dell’Opéra si nascondono mentalità retrograde, razzismo, competizione, mancanza di sensibilità.
Uno scontro con un mondo che sembrava bellissimo da fuori ma in cui prevalgono logiche di ogni tipo, molto raramente quelle della bellezza e della sua rappresentazione su un palco. Il corpo diventa corpo che non riesce ad esprimersi, vittima dei preconcetti, stanco degli sguardi, vicino ad una precoce sconfitta.
Zoé impersona la decadenza, Flora l’ascesa, una carriera che si sta chiudendo e una che forse si apre. In mezzo c’è un mondo quasi angoscioso, tutti corrono, tutti sono presi da qualcosa, nessuno sembra essere in sintonia con il momento che sta vivendo, con la rappresentazione di un balletto, ci sono mille cose a cui pensare, ci sono rivalità, delusioni dai compagni di lavoro, frustrazioni, l’incanto di Giselle o del Lago dei cigni è lontano.
Quello può arrivare a chi è in sala, nella magnifica cornice del teatro, chi prepara la magia delle immagini non sente magia. Sente paura, ansia, risentimento, voglia di rivincita, una forza che comanda il corpo non volendo ascoltare i suoi lamenti, il suo dolore anche.
La figura di Zoé (interpretata da Ariane Labed) appare nella sua umana frustrazione, nella paura del tempo che passa, nei suoi demoni che lei cerca di soffocare con una vita sregolata. Parigi sembra città meno dolce, non la Parigi degli innamorati e da cartolina, è una città dove si corre sempre e comunque, si corre come il coreografo Sébastien, che ha deciso, con la direzione del teatro, di allontanarla, di indurla alle dimissioni. 
E qui il mondo dorato del balletto diventa simile a quello di qualsiasi altro lavoro, avvocati, sindacato, mobbing. Zoé si attacca a tutto pur di rimanere, sottopone il suo corpo a sforzi immani, ma ce la deve fare, perché l’oblio, la discesa dal palcoscenico, le presenterebbe la realtà della sua vita. Non c’è più l’amore, non c’è più il mondo che desiderava, si è perduto tutto anni prima, e non solo per il grave infortunio.
E anche Flora (Suzy Bemba) ci fa conoscere le difficoltà di chi inizia un lavoro, o entra in un gruppo, e viene giudicato per il colore della sua pelle, viene emarginato da chi non ha interesse ad accogliere quella che può diventare una rivale, e in nome di questo proprio, meschino interesse, condanna la nuova arrivata alla solitudine. Una solitudine che fa scontrare il mondo dei sogni e quello della realtà, dove il cinismo sembra prevalere, dove nessuno ha un po’ di tempo e di attenzione per gli altri.
Un mondo duro che intacca il mondo leggero e fiabesco delle punte, di chi balla sulle punte.
Una storia che prende, i cui contorni si allargano oltre il mondo della danza, e diventano specchio di una realtà in cui il correre, la competizione, la chiusura agli altri hanno preso il sopravvento.
Le luci si accendono, le ballerine sono perfette, bellissime. Quello che c’è dietro le quinte appartiene a ciò che il pubblico non vede, e neanche immagina.

Commenti

Post popolari in questo blog

Tajani e la Polizia “oppressa” dal PM: se la Legge diventa un ostacolo 🧭

(Introduzione ad a.p.). La proposta del ministro Antonio Tajani di "liberare" la Polizia Giudiziaria dal controllo del PM nasconde l'insidia dello smantellamento dei presidi costituzionali. L'articolo 109 della Costituzione (sulla dipendenza della Polizia dal pubblico ministero) non è un laccio burocratico, ma lo scudo che garantisce a ogni cittadino una giustizia indipendente dal potere politico. (a.p.) Le parole di Tajani: se la "liberazione" diventa sottomissione « La separazione delle carriere non basta. Dobbiamo liberare la Polizia Giudiziaria dal controllo dei Pubblici Ministeri ». Questa frase, pronunciata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani (La7, 25 gennaio 2026), apre uno scenario oltre la cronaca politica. Non siamo di fronte alla scelta di un lessico opinabile, ma a un impianto ideologico che sembra voler riscrivere i principi della nostra Costituzione. È una dichiarazione che, forse più di ogni altra, illumina il senso profondo della riform...

La guerra, lato oscuro dell’uomo: un’eredità di memoria e speranza 🌈

(Introduzione a Daniela Barone). Dai racconti di guerra dei genitori all'impegno civile tra i banchi di scuola. Un viaggio nella memoria familiare che attraversa l'orrore dei conflitti e il dovere della testimonianza, per approdare a una convinzione profonda: solo la cultura della riabilitazione e dell'inclusione può spezzare il ciclo della violenza. (Daniela Barone) ▪️ Tra Genova e i Nebrodi: la guerra come racconto familiare Fin da piccola amavo ascoltare le storie dei miei genitori sulla guerra. Ciò che mi piaceva di più era però la diatriba che ogni volta si innescava in modo quasi teatrale fra papà e la mamma.  « Genova fu colpita duramente dai bombardamenti, sai? Ancora adesso ricordo le sirene che ci svegliavano di notte. Che incubo! Scappavamo da casa con coperte e cuscini per raggiungere in fretta le gallerie-rifugio. » mi raccontava con enfasi.  « Eh, quante ne abbiamo passate » continuava la mamma lanciando occhiate provocatorie a papà.  Lui ogni volta l’interr...

L'attesa di Felice Casorati: il tempo sospeso e la speranza 🎨

(Introduzione a Marina Zinzani e ad a.p.). Il ciclo poetico di Marina Zinzani evoca la solitudine del nido vuoto e l'inquietudine di chi cerca un segno. Questa tensione tra il desiderio di pienezza e l'isolamento trova un riflesso pittorico intenso nell'opera di Felice Casorati, "L'Attesa" (1918). Il quadro, austero e metafisico, non dipinge solo uno stallo, ma la membrana sottile e vibrante che separa la paura dalla speranza. 📝 La casa vuota: tra nido svuotato e silenzio sacro (Marina Zinzani - POESIA) ▪️ Casa vuota, e attesa. Attesa di un figlio, cambiato dalla sua nuova vita, si è sposato. Io sono la madre, mi sento improvvisamente sola, la sindrome del nido vuoto, forse. Casa vuota e attesa. Attesa che lui torni, il suo cuore torni, il suo cuore è altrove, lo sento. Sento l’amarezza e l’inquietudine dei suoi silenzi, qui in casa. Casa vuota e attesa. Attesa di un segno, che Dio torni a parlarmi, io, con la mia tunica da prete, e il silenzio che è calato ...

L’algoritmo Guardasigilli: se la Giustizia rinuncia al giudizio ✨

(Introduzione ad a.p.). L’intelligenza artificiale in tribunale non è solo una sfida tecnologica, ma il sintomo di una pericolosa stanchezza democratica. Dietro il mito della "giustizia pronta all'uso" si cela la rinuncia al giudizio umano e la rimozione del concetto di Legge come limite invalicabile. Un’analisi critica su come la tecnocrazia stia tracimando nelle riforme moderne, trasformando il diritto in un algoritmo al servizio del potere. (a.p.)  Il miraggio della Giustizia digitale Negli ultimi anni l’idea che l’intelligenza artificiale possa contribuire in modo decisivo all’amministrazione della giustizia ha progressivamente abbandonato l’ambito della fantascienza per entrare nel discorso pubblico. Non parliamo più di scenari futuribili, ma di una realtà che si estende a macchia d'olio: sistemi di AI sono già utilizzati per il calcolo del rischio di recidiva, per l’allocazione delle risorse giudiziarie e per il supporto alle decisioni amministrative. Con l’avve...

Valentino, l'ultimo imperatore: il rosso, la seta e l'eredità della bellezza

(Introduzione a Marina Zinzani). Questo omaggio a Valentino Garavani non è solo una cronaca del lusso, ma un'analisi estetica sul senso profondo del "creare". L'autrice esplora il contrasto tra l'artigianalità lenta di un tempo, paragonabile alle belle arti, e la velocità spesso priva di anima della moda contemporanea. Attraverso il celebre "Rosso", il testo celebra la capacità di uno stilista di trasformare la stoffa in energia vitale e in uno strumento di riscoperta del sé. (Marina Zinzani) ▪️ Il tocco del genio e la ricerca della bellezza Una vita dedicata alla rappresentazione della bellezza. La recente scomparsa di Valentino ricorda il suo talento unico, il tocco particolare, fatto di leggerezza e ricerca, quel tocco che voleva rendere più belle le donne. Il suo mondo emerge anche nel film-documentario “Valentino: l’ultimo imperatore”, che mostra il dietro le quinte di una sfilata, la sua vita quotidiana, l’attenzione estrema ai dettagli. L’idea che...