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"Mia": la fragilità di una figlia, l'impotenza di un padre e la trappola dell'amore tossico

Seduti ad un tavolo di cucina, un padre parla alla giovane figlia pensierosa
(Introduzione a Marina Zinzani). Ci sono storie che lasciano il segno ben oltre i titoli di coda, capaci di insinuarsi nei pensieri e di abitarli anche il giorno dopo. È il caso di “Mia”, pellicola del 2023 diretta da Ivano De Matteo e disponibile su RaiPlay.
Il film abbandona ogni romanticismo per fotografare, con realismo a tratti disturbante, le trappole dell'amore tossico, la violenza del revenge porn e il senso di profonda impotenza che stringe i genitori di oggi.

(Marina Zinzani).

Il realismo crudo di una vita reale

“Mia” è un film del 2023, che si può vedere su RaiPlay. Il regista Ivano De Matteo ha raccontato altre volte storie forti, senza romanticismi, disincantate, dure. Questa storia lo è particolarmente. Tanto da essere quasi disturbante per il suo realismo, e talmente potente da essere presente nei pensieri anche il giorno dopo.
Perché la storia che il film racconta è una storia di vita reale. Una famiglia in cui regna l’armonia: il padre, che guida le ambulanze, la madre, dolce e attenta, la figlia Mia (nome non casuale, forse) che ha 15 anni e vive tutti i momenti dell’età, in cui le amiche, lo sport, la frivolezza, compresa quella di postare dei video in rete come fosse tutto un gioco, rappresentano il suo mondo. 
Il rapporto di Mia con i genitori è buono, il padre l’adora, è un nucleo in cui regna l’amore, semplicemente l’amore fatto di tante piccole cose quotidiane, tante attenzioni, ed anche tante preoccupazioni, perché c’è un mondo là fuori che comunque inquieta. Forse è sempre stato così, ma oggi l’inquietudine di un genitore è più motivata. 
E le notizie di cronaca lo confermano: la violenza gratuita di gruppi, di giovanissimi che agiscono indisturbati, sta condizionando la vita quotidiana nelle città, nei piccoli centri, ovunque. E ci si sente impotenti.

La trappola psicologica e l'impotenza di un padre

L’impotenza di un padre: avviene quando Mia si innamora di un ragazzo di 20 anni, che appare subito morboso, prepotente, tanto da allontanarla dalle amiche, da tutto quello che era il suo mondo ingenuo di quindicenne fino a poco prima. Il ragazzo condiziona perfino il vestire, il trucco, lasciando la giovane scivolare in una sorta di prigione psicologica da cui non riesce ad uscire. 
Il padre comprende subito, ben prima della madre (fra l’altro il ragazzo è anche di buona famiglia, lei non vi vede subito dei pericoli). Il padre la vede trascurata, lontano dalle amiche e dalla spensieratezza. Ora la vorrebbe come prima, rivuole la sua bambina, quella che per lui è sempre la sua bambina. 
Il padre comprende e riesce, miracolosamente, con l’aiuto della migliore amica di Mia, a spezzare questo rapporto tossico, malato con il ragazzo. Mia si riprende, torna nel suo mondo di ragazze e di amici, sembra tornare un po’ la gioia della sua età. Ma il ragazzo non si rassegna, è dietro l’angolo, e medita la sua vendetta. La più atroce, quello del revenge porn che segnerà l’inizio di una tragedia senza lieto fine.

Le radici del possesso e la deificazione dei figli

Non c’è, almeno in parte, il lieto fine, e questo disturba, è vero. Il regista non vi ricorre, accompagnando lo spettatore nel girone infernale di una famiglia impotente, di un padre che non è riuscito a salvare la figlia. Cosa muove i giovani d’oggi nelle loro azioni violente, come fossero dei robot, senza nessuna empatia, come se non conoscessero la conseguenza delle loro azioni e comunque non la temessero? 
Come può svilupparsi il senso di possesso malato di un giovane, di un uomo verso la donna, facendolo scambiare all’inizio per amore? Quale educazione ha avuto in famiglia? Sua madre gli ha insegnato, anche con decisione, come si trattano le donne? 
E il padre ha fatto il padre, anche con autorità se serviva, o ha lasciato fare passare tutto al figlio, giustificandolo per ogni minima cosa, in questa deificazione che spesso si hanno dei figli?
E ancora: la fragilità delle giovani d’oggi, l’interlocutore che diventa il web, i video postati in rete, il mondo virtuale dove l’apparenza conta su tutto, dove chi è diverso, chi pensa con la sua testa e non segue necessariamente le ultime mode, anche musicali, viene emarginato. 
Le giovani, e le donne in generale, che non hanno gli strumenti spesso per liberarsi della violenza maschile nelle sue più subdole forme, rimangono schiave di rapporti che diventano famiglie infelici, dove non si lascia il compagno o marito violento perché ci sono dei figli, perché non si sa dove andare né come mantenersi, prigioni che si trasformano a volte in femminicidi. 
“Se non sarai mia (Mia come il nome della ragazza), non lo sarai di nessun altro”: questo pensiero ha mosso la mano di tanti uomini, e continuamente sentiamo alla TV la storia di una donna che voleva lasciare il compagno violento, o che l’aveva lasciato ma lui non si era rassegnato, e questa donna ora non c’è più. Un bollettino quasi giornaliero.

Una giustizia inefficace e l'angoscia del domani

Il film parla dell’impotenza del padre anche di fronte alla legge, al prezzo che dovrà pagare il ragazzo per le sue azioni. Prezzo che si prevede ridotto, ridottissimo, forse inesistente. Nessuna pena è realmente proporzionata all’avere distrutto la vita di una giovane, all’avere distrutto una famiglia. C’è un danno che non verrà mai risarcito.
Si pensa, guardando questo film, all’angoscia dei genitori che hanno figli adolescenti, soprattutto ragazzine, le più esposte ad esperienze di amore morboso e tossico. Quell’angoscia diventa un po’ di tutti, è un mondo che sembra un treno senza guidatore, non si sa dove stiamo andando, e le cose sembrano peggiorare ogni giorno. 
Oggi si cominciano a levare voci sulla pericolosità del web sui giovanissimi, si cerca di correre ai ripari (in Australia e nel Regno Unito si è decisa una stretta sui social per chi ha meno di 16 anni), ma si può comprendere come questo sia molto poco, di fronte a ciò che sta condizionando tanto i ragazzi. Il mettere in discussione è già qualcosa, ma i danni ci sono e sono enormi.

La nebbia del mondo virtuale

Questo film lascia una sensazione di realismo che fa quasi male. Edoardo Leo ci lascia un’interpretazione notevole, intensissima, di grande sofferenza e di un amore infinito verso la figlia. Anche la madre e la figlia sono rappresentate con estremo realismo. 
La rappresentazione di una realtà e di tante gabbie. In sottofondo la fragilità: di una famiglia, di due genitori che non trovano più le parole, che non sanno risolvere un problema che non è affatto facile da risolvere, quando una figlia si innamora del ragazzo sbagliato. O quando lui non la lascia in pace, una volta lasciato.
La narrazione diventa narrazione del mondo che viviamo, che leggiamo sui giornali, che vediamo in televisione. È un mondo che ha corso troppo in fretta, guidato da qualcuno che non riusciamo ad individuare bene, ma che forse, in questa nebbia, si è arricchito e non poco. Sulla pelle anche dei giovani, e di chi, a casa, cerca di proteggerli.

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