Pagine Letterarie

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(foto ap)

mercoledì 9 agosto 2017

La vendita della Fontana di Trevi


Una truffa da manuale, ma anche una ballata di invenzioni comiche. Persino un pretesto per evocare il fascino di un luogo e dei ricordi personali

(ap) L’immagine che ritrae l’episodio della vendita della Fontana di Trevi ad un ingenuo turista italo-americano (dal nome caricaturale di Decio Cavallo, storpiato volutamente in Caciocavallo) è tratta dal notissimo Totò truffa 62.
Nella scena, Totò, assistito come sempre dal fido complice Nino Taranto, riesce a vendere il famoso monumento spacciandosi per proprietario del bene. La scelta della vittima, apparentemente casuale, è in realtà frutto del sapiente intuito del truffatore che la individua per alcune specifiche caratteristiche: straniera, ignorante delle cose italiane e d’arte, caratterialmente credulone.
Così, Totò può approfittarsi dell’ingenuità dell’acquirente che, nonostante l’iniziale diffidenza sull’identità del costruttore dell’opera indicato da Totò (uno svizzero), si lascia convincere che dovesse essere proprio uno svizzero quel Bernini menzionato sulle guide come architetto dell’opera, accettando la spiegazione che fosse chiamato così perché era uno svizzero di Berna, ma di piccola statura.
E l’attore può contare sull’ignoranza culturale del turista che vede solo l’affare ma non sa certo di trovarsi davanti ad un’opera storicamente tanto prestigiosa. Gli è ignoto che sia stata costruita nel 19 a.C., su ordine dell’imperatore Agrippa, per farne la parte terminale dell’Acquedotto Vergine il quale portava le sue acque al Pantheon, ed era stata poi oggetto di successive ristrutturazioni tra cui quella decisiva di Gian Lorenzo Bernini.
La diffidenza dell’ingenuo compratore è superata anche per il decisivo intervento della preziosa spalla rappresentata da Nino Taranto, che si intromette nella trattativa fingendosi interessato anche lui, così non solo facendo alzare il prezzo ma anche sollecitando nell’acquirente il timore di perdere l’affare e quindi accelerandone la conclusione.
Il complice spiega il suo interesse – come (finto) regista cinematografico – con lo scopo di farne lo scenario di un film (spunto narrativo che richiama alla mente l’utilizzazione della vasca per la scena del bagno di Anita Ekberg nel capolavoro di Fellini, La dolce vita).
Una truffa da manuale dunque? C’è tutto apparentemente: quella vendita di cosa altrui, quella rappresentazione di una realtà fittizia, quell’approfittamento dell’ignoranza ed ingenuità della vittima, quell’intervento decisivo di un complice. Un caso giuridico chiarissimo? Simile a tanti fatti concreti in cui un ingenuo soggetto è manipolato da un abile imbroglione?
In questo caso, non proprio. Qualcosa ci porta oltre e più lontano. La personalità di Totò e degli altri attori, il contesto fantastico della scena e di tutta la storia del film conducono soavemente il pur scaltro ed avveduto osservatore verso esiti imprevedibili, ne distolgono la vigile attenzione, lo prendono per mano avvolgendolo e stordendolo.
Totò è un trasformista che vive sì di espedienti, ma che impiega i magri guadagni per pagare gli studi della figlia del tutto ignara dei traffici paterni, capace di invenzioni continue per sbarcare il lunario (come la finta installazione di un vespasiano accanto ad un ristorante, da contrattare in cambio di una mancia) e che, alla fine, raggiunto dalla fortuna con una vincita insperata (un’eredità dalla mitica America), decide (conclusione edificante a lieto fine) di utilizzarla a fin di bene, risarcendo i danni e ripagando tutti i truffati.
L’inganno, pur esistente, sembra svanire in una ballata di invenzioni, di ilarità, di gradevoli risvolti non solo cinematografici, tanto che – senza alcuna forzatura - si giunge persino a sognare di ritrovarsi proprio nei panni del truffato, di quell’ingenuo  al quale, per una strana coincidenza di eventi, può dirsi toccata la fortuna di acquistare e di fare definitivamente propria quella magnifica Fontana.
Quel monumento infatti è incrocio ineguagliabile di storia e di arte, ma anche a volte luogo romantico di eventi sociali e persino personali, scenario di molte nostalgie di vita.
Chiunque forse avrebbe desiderato essere al posto del turista italo-americano per cedere, assecondando il ritmo delle parole ammalianti di Totò, al sogno di fare propria quell’opera straordinaria e i ricordi che vi sono legati, così come avviene ogni qual volta si acquista una palla di vetro che contiene e raffigura opere straordinarie dell’architettura e della natura, luoghi non solo belli in assoluto ma che abbiamo visitato ed amato, e che un po’ ci si illude siano davvero nostri. E che, in questo modo, possano tenerci sempre compagnia nei giorni a venire.
Del resto, non è raro che qualcuno, e non solo i viaggiatori che, passando di lì, gettano una monetina nella vasca come promessa affettuosa di un prossimo ritorno, conservi qualche memoria personale di quella Fontana, che ne racconti l’appartenenza al proprio immaginario di vita.
Molti anni fa il palazzo sulla destra della Fontana ospitava tra l’altro due negozi posti proprio ai lati del portone centrale: essi recavano nomi propri, probabilmente i titolari degli esercizi commerciali, e casualmente il primo sulla sinistra era il mio cognome, il secondo sulla destra il mio nome.
Era lo stesso palazzo frequentato come sede di un movimento politico giovanile romano; lo stesso nel quale abitava, in un piccolo appartamento, posto all'ultimo piano, colui che divenne poi prestigioso e amato presidente della Repubblica, Sandro Pertini.
Così, era pieno di fascino percorrere così tante volte, a piedi, le strade di accesso alla piazza e al palazzo; scorgere la sera tardi, all’uscita dal palazzo, le luci della Fontana; ascoltare, nel silenzio della notte, lo scrosciare dell’acqua nella grande vasca; vedere gli ultimi artisti di strada raccogliere mestamente i loro strumenti musicali con i quali avevano incantato i turisti al suono di Arrivederci Roma.
Tutto era un rituale affettuoso e familiare, proprio delle cose che ci sono care al cuore e che un po’, anche se non nostre, proprio perché vissute nell’animo e nei gesti quasi quotidiani, ci appartengono profondamente e vorremmo avere sempre con noi.
Peccato non essersi trovati quel giorno, al posto di Cacio Cavallo, quando Totò offriva in vendita la Fontana.

1 commento:

  1. condivido l'emozione dell'acquisto della palla di vetro, pari al lancio della monetina nella fontana.La speranza è sempre la stessa: tornare in quei luoghi con la stessa felicità vissuta quel giorno..

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