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Gocce di pioggia

(foto ap)
Racconto di Marina Zinzani

Il pranzo sul lago era un evento irrinunciabile. Ci si trovava tutti, in un ristorante sul lago, almeno una volta l’anno.
Quella  mattina,  Federico e sua moglie Paola erano arrivati in anticipo nel piccolo paese sul Lago di Garda. Era una domenica uggiosa, in cui una pioggerella tenue non accennava a smettere.

Fecero una passeggiata, a braccetto sotto l’ombrello. Tutto era pacato e lieve, la pioggia che cadeva sul lago, l’erba bagnata sotto i piedi.  Sembrava che il paese ancora dormisse. Mano a mano che passeggiavano, rivedevano gli stessi negozi, niente era cambiato, il giornalaio, la merceria, il vecchio bar.
C’era chi il lago lo trovava triste, ma Federico non aveva mai capito cosa poteva esserci di triste nei ritmi sonnolenti di quei paesaggi, nei tramonti arancioni sull’acqua, nello starsene su una panchina e guardare l’orizzonte, anche in silenzio.
La casa di Federico a Milano era piena di libri, soprattutto quelli di storia lo appassionavano, e anche i romanzi classici. Gli era sempre piaciuto leggere, lo trovava  una cosa appagante che gli aveva riempito la vita. Forse anche un po’ salvata, perché in quei quarant’anni di lavoro che aveva alle spalle un buon libro gli aveva alleviato più volte i pensieri, l’aveva portato in un mondo irreale, ovattato, ma capace di rendere una giornata migliore.
E non solo i libri avevano riempito la sua vita, c’era stata anche la musica. Quella classica soprattutto, poi qualche opera.  Aveva una vetrinetta, in casa, con tanti cd, tutti catalogati per autore, Bach, Brahms, Mozart…
E poi c’era la pittura, ogni nuova mostra era un evento, un appuntamento a cui non mancare.
Erano cose che aveva coltivato assieme alla moglie, ma che non era riuscito a comunicare ai figli. Gli sarebbe piaciuto farli innamorare di uno strumento, ma ogni incoraggiamento era stato inutile, proprio non c’erano portati, Roberto e Maria. E quando delle volte aveva fatto ascoltare loro un brano di musica, questi avevano detto solo “Sì, carino” e poi erano usciti dalla stanza. Ma non si poteva dare un giudizio su un adagio come si dà a un abito, a un telefilm. Carino:  no, non era la parola giusta.
Poi, col tempo,  aveva fatto l’abitudine agli sguardi assenti dei suoi figli, vogliosi di andarsene altrove il prima possibile, e non li aveva più disturbati. In fondo sua moglie condivideva le sue passioni e questo gli bastava.
Verso mezzogiorno, arrivarono tutti al ristorante, Roberto era con la moglie e il figlio Matteo,  Maria con il marito Luca e la figlia Matilde.
Certo, Federico non aveva grandi rapporti con suo genero, ma Luca era uno che si dava delle arie, sembrava che sapesse sempre tutto,  parlava  di auto, di motori, di Formula Uno. Federico vedeva l’uomo che si era sposato sua figlia parlare solo di quello, era visibilmente poco colto. Mai lo aveva sentito parlare di un libro, di un film  impegnato, di un argomento interessante.
Anche Maria si era adattata al marito, parlava di acquisti che aveva fatto, di madri che conosceva, di corsi che faceva fare a sua figlia Matilde, corsi di nuoto, di danza, corsi per renderla migliore e invece no, la figlia non era migliore.
Federico  l’aveva davanti a tavola, Matilde. Notò che era una ragazzina troppo scoperta, per i suoi gusti. Non si poteva andare in giro con dei pantaloncini così corti e una maglietta scollata, quell’abbigliamento si usava per andare al mare, non per andare in un ristorante, e poi la ragazza era giovane ma truccata come un’adulta, un trucco troppo pesante, con i capelli che avevano una ciocca fucsia.
Matilde aveva preso il cellulare e aveva cominciato a scrivere qualcosa. Federico ce l’aveva anche lui il cellulare, ma non era come quello che aveva la nipote, e lo usava a malapena. La ragazza invece scriveva velocissima, completamente assente da chi aveva attorno.
E suo nipote Matteo? Guardava fuori, non parlava. Anche lui l’aveva salutato, poche parole “Ciao nonno, come stai?”, e poi si era rinchiuso in un assoluto mutismo. Alla fine aveva preso anche lui il cellulare e aveva cominciato a scrivere, a guardare delle cose.
Federico avrebbe voluto parlare con i due ragazzi, in fondo erano i suoi due unici nipoti, e non voleva avere da  loro  un sorriso solo quando allungava una banconota. Avrebbe voluto sapere del loro mondo, cosa facevano, cosa pensavano…
Chiusi, impenetrabili, appena un commento quando portarono l’antipasto di pesce, appena un accenno per dire che era buono riferito poi al risotto, e niente, sempre quel cellulare in mano, mentre sua moglie parlava con la figlia.
In quei momenti anche Paola cambiava, non era più la donna che condivideva con lui una musica, era la madre che parlava con la figlia di cose banali, cosa ti sei comprata, cosa hai preso per Matilde…
Poi, ad un certo punto, Federico notò. Notò quello che gli apparve strano, incredibile, da restare senza parole. Matilde, che aveva solo sedici anni, si era messa un piercing nella lingua. Lui accennò qualcosa, domandò quasi incredulo. Per qualche minuto quello diventò l’argomento a tavola: ma fa male, ti hanno fatto male a metterlo, non è pericoloso? E se ti va in gola? Domande, interessamento per una cosa che a Federico appariva assurda, tanto assurda da restarsene poi in silenzio.
Quando Matilde si alzò per andare in bagno, sempre con il cellulare in mano, a quel punto Federico scoppiò.
“E tu gliel’hai lasciato fare?” disse con tono duro alla figlia.
“L’ha voluto fare, e io non potevo proibirglielo. L’avrebbe fatto comunque, prima o poi.”
“Non ho parole.”
“Ma papà, li vedi i giovani d’oggi? Come vanno in giro, come sono pettinati, lo vedi che hanno i piercing,  i tatuaggi?”
“Mi sembrano oscenità, solo oscenità… E questi giovani pensano che avranno sempre vent’anni.”
“Lo so, papà, ma è facile parlare quando non si è dentro le cose. I giovani oggi sono così, è la normalità. La normalità, capisci, tu sei un po’ all’antica, vieni da un’altra epoca…”
“Preistorico, quindi…”
La figlia non rispose. Ci furono attimi di silenzio. Quasi di imbarazzo. Poco dopo Matilde tornò e Federico le diede un’altra occhiata. Dura e ancora incredula.
Il secondo di pesce non era buono, o forse lo era, ma Federico non gradì. Non aveva neanche più voglia di restare a tavola.
Gli risuonava nella mente quella parola… preistorico… No, Maria non aveva detto “Ma che dici, papà?”,  non aveva detto nulla, perché in fondo lo pensava, gliel’aveva detto che veniva da un’altra epoca.
Questo era lui, le sue letture, la sua musica, le sue passioni: superato, antiquato, non al passo con i tempi. I ragazzi si mettevano un piercing nella lingua, si riempivano il corpo di tatuaggi, si coloravano i capelli anche di fucsia. Per dire cosa poi?
Sì, bastava guardarli i suoi due nipoti, avevano scambiato poche parole, e solo se lui e la moglie avevano chiesto qualcosa. Avevano continuato a manovrare il cellulare, indifferenti a chi gli stava attorno.
Il pranzo fu discreto, neanche il pesce era stato granché, a differenza degli anni precedenti.  Suo figlio Roberto aveva parlato poco a tavola, aveva ricevuto una telefonata, sembrava di lavoro, e si era allontanato dalla sala. Era tornato dopo dieci minuti, senza dire una parola.
Ma davvero amavano quel rito, i suoi due figli? E i suoi due nipoti apprezzavano veramente il pranzo offerto dal nonno, o avrebbero voluto essere con i loro amici, a bersi una birra da qualche parte,  piuttosto che essere lì, in un ristorante raffinato?
Allora, improvvisamente, gli venne  una sorta di malinconia. Era lì a tavola e gli saliva piano piano  la sensazione di avere fallito, di non essere riuscito a trasmettere niente delle sue passioni ai figli, qualcosa di non banale che avrebbe potuto rendere la loro vita diversa e probabilmente migliore.
La vedeva, Matilde. Il suo trucco era brutto, l’abbigliamento inadeguato, senza nessuna armonia femminile: era anche in sovrappeso e quegli shorts che si era messa non le stavano certo bene. Anche i capelli con quella ciocca fucsia erano brutti. Brutti erano anche i discorsi che suo genero continuava a fare, le macchine, si era fissato per tutto il pranzo sulle macchine, su un ultimo tipo che doveva uscire, che costava, sì, certo, però che macchina… Il vuoto, ecco, saliva il vuoto, un vuoto fatto di discorsi, di parole concitate, e poi di silenzi imbarazzanti. Allora ebbe voglia di uscire. Si alzò da tavola e andò verso il lago.
La pioggerella continuava a cadere sull’acqua. Gli venne in mente  Gabriele d’Annunzio, e la sua “Pioggia nel pineto”. Quelle parole come gocce di pioggia, un ticchettio delicato. Sentì un vago senso di tristezza.
Il suo mondo stava finendo. E sentì improvvisamente la fine delle cose fragili, delle impressioni, dell’emozione che poteva dare un brano di musica appena scoperto, dell’ebbrezza che poteva dare la pagina di un romanzo, la fine del brivido che poteva dare un colore messo su una tela, un colore che un pittore, cento anni prima, aveva posato, e la cui emozione si sentiva ancora.
E sentì il desiderio di essere presto a casa, nel suo studio, protetto.

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