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Birra al sax

Manoscritto rinvenuto fortunosamente*
da Vespina Fortuna

Caro Leonardo,
stamani ti ho pensato perché, arrivando a Roma (in cui t’assicuro nulla è rimasto, se non qualche pezzo d’arte qua e là, nascosto nei palazzi vaticani o in qualche casa nobiliare che adesso chiamano museo), ti ho visto giganteggiare in mezzo ad una aiuola, nel frastuono delle macchine volanti che tanto ti sei dato da fare ad inventare.
Era già da un pezzo che volevo andarmi a rivedere la cappella che il quarto Sisto mi commissionò di dipingere e che mi spezzò il collo e la schiena.
Certo di entrare in una chiesa, ero già pronto a farmi il segno della croce, quando invece mi sono ritrovato spintonato a destra e manca da orde di pellegrini che a bocca aperta (e meno male, almeno questo) rimiravano il mio capolavoro.
Mi sono chiesto perché non mi sentissi orgoglioso di essere tanto apprezzato e ancora adesso me lo chiedo, so solo che non vedevo l’ora di fuggire da quella bolgia della metà di cui non comprendevo neppure il parlare.


Ormai s’erano fatte le 19, il malumore, l’appetito e la sete mi hanno spinto ad uscire in fretta e rifugiarmi in qualche osteriola, ove rinfrancare il core e la gola secca.
Leonardo mio, non ce n’è più d’osteriole, adesso si chiamano all’anglesa: pub.
Il primo di questi che mi si è parato avanti portava il nome di uno strumento musicale novo per noi (che tu non ti saresti nemmeno sognato d’inventare, caro il mio so tutto) è dorato, con un numero di bottoni da schiacciare e simile a una tromba… beh, troppo difficile da spiegare anche perché l’ho visto solo da sotto in su, appeso ad una catenella all’entrata di codesta osteria dal nome strano.
Perdonami, vecchio mio, rileggendo quel che ho scritto, mi sono accorto di non averti detto ancora il nome dell’osteria: Saxophone.
La cosa curiosa non è tanto il nome che porta, di per sé già ben strano, ma il fatto che un’osteria ne abbia uno. Perché mai, mi chiedo, si debba battezzare un loco?


Leo caro, ne ho viste così molteplici di cose curiose che veramente, soffermarmi su codesta facezia non è il caso, credimi.
Tu che vivesti a lungo nelle terre dei franchi sicuramente di birra ne bevesti boccali e boccali, ma io, più avvinazzato e rustico, in un primo momento sono rimasto a chiedermi se non fosse stato meglio alzarmi e andarmene altrove; poi però ho voluto provare: amico mio, che delizia!
Ho sentito sfrigolarmi il gargarozzo da mille bollicine che prima mi si erano infilate su per il naso con un profumo nuovo e pungente e poi le ho sentite scendere in forma di fresca bevanda a ristorami lo stomaco e rinfrancarmi l’anima.
Che gioia! Che lietezza! Che incanto!
L’oste, tal Lorenzo, m’ha raccontato come erbe, lievito e acqua si potono fare bevanda, gliel’ho fatto ridire due o tre volte per tenermelo bene in mente: l’età passa per tutti e a me non ti dico quanta ne è passata!


Dopo un poco sono arrivati altri avventori, curiosi del mio aspetto, m’hanno iniziato a chiedere firme da vergare su pezzi di carta che s’infilavano in tasca con tanta cura che, ti dirò, m’ha più soddisfatto di tutte quelle bocche aperte alla Sistina…
Ci siamo posti domande l’un l’altro fino a tarda notte.
Alle due del mattino, il buon Lorenzo, che ormai è un amico, ci ha costretti ad uscire dal pub e, barcollando allegro me ne sono tornato verso casa.
Solo il giorno seguente mi sono ricordato di non aver più casa a Roma già da un pezzo: dov’ero dunque? Non so.
Mi sono messo il mantello sulle spalle e sono tornato da dove ero venuto, promettendo a me stesso di tornarci, magari anche con te, amico mio, se mi prometti di non fare lo smargiasso con le tue strane invenzioni mai finite.
Con affetto, Michelangelo

*Il manoscritto è stato trovato nel locale:
Saxophone Pub
Via Germanico, 26, 00192 Roma
06 3972 3039
Alla notizia del rinvenimento, Lorenzo ha deciso un 10% di sconto per i lettori di Pagine Letterarie.

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