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Fiori

(Montespertoli, foto ap)
di Marina Zinzani
Tratto da I racconti dell’ombra
(Con un commento di Angelo Perrone)

(ap) Narciso sarebbe vissuto felice se avesse conosciuto se stesso. Era la profezia dell’indovino Tiresia alla sua nascita, secondo il racconto mitologico. La contemplazione della sua bellezza in una pozza d’acqua fu però la sua rovina. Lo specchio delle acque restituisce pallidi riflessi, confini incerti, tracce ambigue del proprio aspetto, immagini risucchiate dal vortice delle correnti sotterranee.
L’ondeggiare lento ma inesorabile delle acque stagnanti può regalare chiarori improvvisi, squarci di luce; e nascondere anche abissi di oscurità, perturbanti e misteriose insidie. C’è sempre un altro lato, nelle cose e nelle persone, in quello spazio, a volte minuscolo, posto tra la luce abbagliante e la tenebra impenetrabile. E’ il doppio dell’immagine, del gesto, del sentimento; il riflesso impercettibile di un desiderio nascosto e di una volontà inespressa. Il mistero è avvolto alla fine da un’ombra, appunto. Che non nasconde il corpo, ma svela l’anima.

Quante cose si fanno con i fiori. Sono un linguaggio che accompagna momenti belli della vita: una nascita, un compleanno, un anniversario. Ci sono sempre i fiori, presenza delicata per sottolineare un pensiero, una gentilezza. E la cura che si usa nel scegliere un mazzo di fiori è legata ad un sentimento buono: le persone con quel gesto esprimono semplicità  e l’amore per le piccole cose.
I fiori poi sottolineano anche momenti solenni, cerimonie che raccolgono tante persone, in un contorno di allegria e di eleganza. I matrimoni hanno bisogno di fiori, quelli che riempiono una chiesa, danno colore ad un ambiente spesso austero: cosa c’è di meglio dell’eleganza di un fiore, di centinaia di fiori lungo il corridoio che porta all’altare? I fiori, il bianco: un’immagine candida, come le cose che devono ancora venire e che sono nell’immaginario.
Era arrivata di prima mattina, Chiara, a vedere i fiori. Il negozio di Elena aveva dei buoni prezzi, lei era una persona seria. Cinquant’anni, una vita a fare la fioraia, a preparare confezioni, mettere nastri, scegliere le carte che più si abbinavano al colore dei fiori, cercare di dare quel tocco in più che rendeva speciale una piccola confezione.
Il suo lavoro era stato sempre apprezzato in giro, e per questo Chiara, ventotto anni e il suo matrimonio alle porte, era andata da lei. Brio e bellezza erano nella ragazza: gli stivali sui jeans attillati, una mantella sulla giacca blu stretta, capelli lunghi neri che le scivolavano sulle spalle con qualche ricciolo. Era una futura sposa, e aveva negli occhi quella luce particolare che le future spose hanno. Considerano quel giorno come il più bello della loro vita, un giorno in cui ogni cosa deve essere perfetta, dall’abito, al ristorante, alle bomboniere, e infine anche ai fiori.
I fiori dovevano essere particolari, e lei, Chiara, sapeva già tutto, aveva le idee chiare su ciò che sarebbe stato bene in chiesa e al ristorante, e sul bouquet che doveva tenere fra le mani, quel giorno.
“Voglio le calle come bouquet”, le aveva detto la prima volta che si erano viste. E poi le aveva mostrato una composizione che aveva trovato su un giornale.
E così le due si erano accordate, Elena doveva preparare un primo addobbo, fiori bianchi con qualche rosa rossa, e quello sarebbe stato il motivo per tutta la chiesa e per il ristorante.
Vederla arrivare per controllare la prova, per definire meglio il tutto, suggerì ad Elena strani pensieri. I capelli della giovane sposa parlavano: dicevano “Non vedi come ti sei ridotta? Guarda lei come è bella, che bei capelli lunghi, curati, che ha! I tuoi sembrano stoppa, così corti, non li tingi neanche più e sono quasi bianchi. Bianchi a cinquant’anni.”
Parlavano quei capelli, e parlava il corpo della ragazza, senza un filo di grasso, gambe perfette che emergevano dalla mantella, e diceva quel corpo: “Ma guarda come ti sei ridotta, sei aumentata di dieci chili in due anni, sei grassa, brutta, e con questa tuta sembri così goffa…”
Strani pensieri, mentre Chiara guardava compiaciuta i fiori, e diceva dove collocare le composizioni in chiesa.
E poi le calle.
Appoggiate sul braccio, fiore elegante, non tanto comune per una sposa. Bello, troppo bello, questo comunicavano gli occhi della giovane, mentre Elena la guardava e si sforzava di sorridere. Rimanere professionali, sempre. Parlare solo di fiori, di date, di consegne, di prezzi.
Ma poi Elena si assentò per qualche minuto, per cercare un velo che voleva proporle, qualcosa che doveva essere nel bagno che faceva anche da piccolo magazzino. Fu lì che incrociò il proprio volto, allo specchio. Specchio vecchio, con un filo di ruggine ai bordi. Le calle, la sposa bella, l’amore. Un tempo anche lei era stata felice.
L’amore. L’amore se ne va. Viene e poi un giorno non te lo ritrovi più, è come un foulard che un vento improvviso ti ha portato via. Ti ha accarezzato il collo un tempo, quel foulard, ti ha dato luce, ti ha reso più bella. Ma poi un giorno il vento arriva, misterioso e crudele, e te lo sfila dal collo. Può essere un’altra donna, o la stanchezza inesorabile dei giorni che modifica le cose.
Quando Elena tornò, Chiara non notò il suo sguardo improvvisamente triste, l’ombra che si era posata sui suoi occhi. Era decisa, sicura, piena di gioia.

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