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Matthew, il caso e la clessidra

(ap) Matthew, un 36enne americano residente a Parigi, era nel teatro Bataclan quel 13 novembre mentre il commando di tre terroristi islamici faceva irruzione aprendo il fuoco sul pubblico e uccidendo 89 persone. Ferito ad un polpaccio, disteso a terra, non sentendo più le gambe, riusciva a strisciare all’esterno facendo leva soltanto sulle dita, crollando poi sull’asfalto: era soccorso da un giornalista che lo portava al riparo in un palazzo.
La moglie doveva essere con lui, ma quella sera non trovò una babysitter cui lasciare i due figli e non andò al concerto dei “California band Eagles of Death Metal”. Lo stesso Matthew l’11 settembre del 2001 era a New York e doveva partecipare ad una riunione di lavoro, fece ritardo per il traffico e non era ancora entrato in una delle Torri Gemelle quando diciannove affiliati di al-Qaida fecero schiantare due aerei contro di esse.
Strane coincidenze si presentano nel corso dell’esistenza. Accadimenti imprevisti cambiano il destino dei singoli. Eventi di piccolo spessore generano storie incredibili e permettono ai protagonisti di continuare a raccontarle. Un filo esile separa la tragedia dalla salvezza, fa la differenza tra la caduta in una trappola infernale e la via di uscita. Un minuscolo lasso di tempo può assumere una dimensione infinita, e una brevissima distanza diventare spazio abissale. È una dimensione misteriosa e insondabile, quella che attraversa la storia degli individui, modificandone gli esiti: un frammento appena percettibile può sovvertire all’improvviso la lenta discesa della sabbia nella clessidra della vita.

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