Passa ai contenuti principali

La fine dei despoti

La brutalità della guerra ci fa regredire, verso la disumanità


di Laura Maria Di Forti

Vi ricordate la scena di “2001: Odissea nello spazio”? All’alba dell’uomo gli ominidi coesistono tra loro, si nutrono della stessa vegetazione e si dissetano alla stessa acqua; nonostante gli attacchi di rivali e tigri, essi rimangono uniti.
Con il calare della notte il gruppo di primati è costretto a nascondersi per evitare i pericoli che si celano nell’oscurità ma, al mattino, un monolite appare davanti a loro e i resti lasciati dai predatori la sera precedente non sono più semplici ossa, diventano improvvisamente uno strumento.
Una scimmia prende un osso in mano e, muovendolo senza scopo, colpisce involontariamente le altre ossa. Strano, pensa, c’è un cambiamento, una reazione delle altre ossa. Allora ci riprova, questa volta con più veemenza, forza e… convinzione.
Così l’uomo, trovato un nuovo utilizzo all’osso, diventa padrone del proprio futuro e conscio del suo potere, esulta lanciando in aria un nuovo oggetto. Non più solo un osso, ma un osso che può produrre sconcerto, rumore, disordine certo, caos, scompiglio e perfino disastro. L’osso può diventare un’arma.
L’immagine dell’osso che volteggia in aria viene sapientemente raccordata, dal regista Stanley Kubrik, all’immagine di un’astronave, simbolo della tecnologia.
L’importanza del film sta proprio nella presa di posizione di Kubrick rispetto al rapporto tecnologia e uomo. Il monolite che si vede sin dall’inizio è un simbolo di conoscenza, ma è ciò che ne fa il primate che compromette il futuro dell’uomo.
“Téchne” significa arte nel senso del “saper fare”, ma l’utilizzo dell’osso che ne fa il primate è a scopo distruttivo, cioè uccidere e allora il regista si pone una domanda: la tecnologia è un male o è l’utilizzo che ne fa l’uomo a renderla un possibile pericolo?
(Liberamente tratto dalla tesi di laurea di Raffaella Chiapponi: “Il cinema tra arte e tecnologia”)
La guerra è una scelta dell’uomo grazie alla quale un popolo prevarica su un altro per motivi economici, religiosi o politici. C’è sempre un popolo da liberare da una diversa ideologia politica, una terra da conquistare perché fertile o ricca di giacimenti, e c’è sempre una religione migliore di altre che occorre diffondere. Con la forza, beninteso.
La guerra è in effetti il compimento dell’insensatezza di qualche re, come diceva Trilussa, di qualche despota, che poi è la stessa cosa, in definitiva di qualche pazzo. 
Affiora nelle menti malate degli squilibrati, psicopatici e dissennati che sono riusciti a prendere il potere, nei politici che vogliono condensare solo su stessi il dominio sovrano su tutto e tutti, che si arrogano il diritto di comandare con la forza delle armi.
La guerra non ha senso, porta solo distruzione e, purtroppo, non impara da sé stessa. La Storia dovrebbe insegnarci a comportarci con più saggezza e, forse, questo le masse lo sanno. Ma sono gli uomini esaltati dal comando, dal proprio narcisismo, dall’arroganza prevaricatrice e dallo strapotere di cui si sono insigniti, che non conoscono la bellezza della pace.
Distruggere non è per loro un danno, distruggere è solo un mezzo necessario al fine che si sono prefissati, che altro non è se non dissetare la loro sete di potere.
La guerra è, insomma, la necessità quotidiana di queste genti malate.
Ma io mi domando: come mai oggi è ancora possibile dare tanto potere ad un uomo solo? Come possono intere popolazioni lasciarsi travolgere dalla prepotenza di un despota? 
Filosofi, storici, psicologi, sociologi, persino neuroscienziati non sanno rispondere a questa domanda. Nel corso della storia umana ce ne sono stati tanti di tiranni. E ce ne sono ancora oggi, purtroppo, anche se i popoli sono diventati più consapevoli della tragedia della guerra e inclini alla pace. Il tiranno no. Il tiranno deve alimentare di continuo sé stesso e, per farlo, ha bisogno di vittime sacrificali.
Solitamente, però, i despoti hanno fatto una brutta fine. La guerra, infatti, non piace ai popoli costretti ad imbracciare il fucile o a sganciare bombe. Per fortuna gli uomini normali che sognano una casa e un prato dove far correre i propri figli sono di gran lunga più numerosi di quelli che sognano di fare a botte o di contare i carri armati. I guerrafondai sono pochi, vero, ma purtroppo catalizzano le genti, le stregano, le manipolano a loro vantaggio.
Come possono, allora, quegli uomini di buona volontà ad avere la meglio su chi agita l’osso e colpisce? 
Forse eliminando l’osso. Se sparissero dalla faccia della terra tutte le armi, le bombe, i mezzi di distruzione?
Se lo era chiesto anche Alfred Bernhard Nobel dopo aver inventato la dinamite. 
Purtroppo anche un semplice coltello può diventare un’arma, e un paio di forbici, un forcone o un bastone da passeggio, se usati contro un uomo con intenzioni malsane, possono uccidere. 
Allora la colpa è davvero nell’intenzione, come dice Kubrik. Attrezzi normali, utili allo svolgimento di semplici funzioni, che si trasformano in armi.
Siamo noi quindi che dobbiamo cambiare. Non permettere, cioè, a nessun pazzo megalomane di prendere decisioni che ci riguardano. Invadere un’altra nazione non è cosa sensata, non ha giustificazione alcuna, è un cliché dei vecchi imperialismi. Certi uomini, evidentemente, credono ancora di vivere nei secoli passati che sono passati, ormai.
Oggi non è più tempo per guerre di conquista, campagne militari e annessioni territoriali, oggi è tempo solo di riflettere sui danni che la nostra insensatezza ha causato al pianeta che, già da tempo, si sta ribellando. Pensiamo al riscaldamento globale che fa già troppi danni e numerosi morti, evitiamo di perdere tempo nel distruggere città e vite umane! 
Ci riusciremo?  Spero di sì, anche se il Male, quello che noi identifichiamo col diavolo, è sempre e costantemente sul pezzo: creare scompiglio, vittime, produrre guerre, distruzione. Una rete fittissima di tranelli in cui noi, uomini piccoli e incoscienti, ci caschiamo sempre!

Commenti

Post popolari in questo blog

Pensioni? Facciamo un bello spot. Il solco tra disagio sociale e politica 📺

(Introduzione a Marina Zinzani – Commento a.p.). Malattie, invalidità e vecchiaia rendono la vita un percorso a ostacoli, fatto di privazioni quotidiane e continui accertamenti. Di fronte a questo scenario, il testo che segue dà voce a due realtà distanti: da un lato il vissuto intimo e sofferto di chi vive con una pensione minima, dall'altro il cinismo calcolatore della politica. Una distanza incolmabile oggetto di riflessione nel commento finale. (Marina Zinzani).  Le voci del disagio: storie di ordinaria rinuncia «Vivo con la pensione di mia madre, e una pensione di invalidità. Ho una malattia che non guarisce, può solo peggiorare. L’Inps mi chiama per le visite, per vedere se sono guarito. No, non sono guarito. Sono peggiorato. La mia piccola pensione non è aumentata. Devo pagarmi delle medicine, oltretutto, e quelle c’entrano con la malattia ma per lo Stato non c’entrano. È una cosa un po’ complicata. Così ho anche questa spesa. Mi hanno amputato una gamba, un incidente, anni ...

Tre anni insieme in uno scatolone, quando finisce la magia dell'amore

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono canzoni che non vorremmo mai ascoltare in determinati momenti della nostra vita, perché capaci di trasformarsi nella colonna sonora di un fallimento. Nel racconto che segue, le note dei Los Galos accompagnano Santiago mentre riempie scatoloni alla rinfusa, pronto a lasciare quella che per tre anni è stata la sua casa. Una confessione che scava nelle radici delle incomprensioni di coppia: dalle differenze culturali e generazionali, fino all'incapacità di comunicare, tra silenzi punitivi e sfoghi di rabbia. Una storia sulla fine dell'amore, le ferite dell'infanzia che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo e la difficile accettazione di un game over emotivo. (Daniela Barone). Il peso di tre anni in uno scatolone Sono seduto sulla montagna di scatoloni che ho riempito alla rinfusa dei miei vestiti e di tutte le mie cose. Non è facile farci stare dentro tre anni di matrimonio. Mi serviranno altri borsoni, magari quelli del supermercat...

Risveglio in cucina: silenzio e rito del caffè ☕

(Marina Zinzani) ▪️ 🧘 Solitudine necessaria: silenzio, aria fresca e la tregua dalle notizie Il risveglio del mattino, silenzio in cucina, guardare fuori, aprire la finestra e respirare l’aria fresca: quei minuti prima che tutto inizi si accompagnano ad una solitudine piacevole, necessaria. Il rituale del caffè. Il preparare la colazione. La televisione spenta. Nessuna notizia è ancora entrata, provocando in qualche modo pensieri, reazioni emotive: un nuovo femminicidio, venti di guerra che non si attenuano. Si è da soli, in quei minuti di silenzio. ☕ Il rito della quiete: caffè, pensieri tenui e l'imminente flusso Il caffè sorseggiato. Pensieri per la giornata. Le cose da fare. Uno spazio dove il silenzio è vita, l’assaporare una quiete che dura pochi minuti, perché poi la casa si anima. È tutto un correre, poco dopo. O un fare delle cose, assorbiti da un flusso continuo, spesso fatto di doveri e incombenze. Ma prima, in cucina, guardando dalla finestra, si riesce a vedere il tet...

Il campanello dello 8: un abbraccio dopo il segreto

(Introduzione a Paolo Brondi). Nella cornice idilliaca di una villa a Fiesole, si consuma il dramma silenzioso di Saverio. Diviso tra l'amore profondo per la sua compagna Laura – un commissario capo assorbito dai doveri della giustizia – e una solitudine pomeridiana che riapre antiche ferite d'abbandono, l'uomo si ritrova a fare i conti con il vuoto e la noia.  Sarà un'interruzione brusca e inaspettata nella routine del suo studio medico, lo squillo insistente di un campanello alle otto del mattino, a squarciare il velo sui segreti del passato. Il racconto ci conduce lungo i sentieri misteriosi degli affetti familiari, dove una verità rimasta a lungo nell'ombra si trasforma nell'occasione per riscoprire il senso profondo dell'amore e della fraternità. (Paolo Brondi). La vita a Fiesole e la solitudine di Saverio Saverio Motta e Laura Baldi, ormai conviventi, vivevano tranquilli in una villa, da lei acquistata per una fortunata occasione, a Fiesole. Vi si acce...

Il calore del ritrovarsi: la festa come viaggio emotivo tra passato e presente

(Introduzione a Marina Zinzani). Le feste, specialmente quelle che celebrano i grandi traguardi della vita come i matrimoni, non sono solo occasioni di convivialità, ma veri e propri catalizzatori di emozioni. Diventano il pretesto perfetto per riannodare i fili del tempo, permettendo ad anime che hanno condiviso un tratto di strada passato di incrociarsi nuovamente. Che si tratti di cugini, zii o parenti lontani, queste occasioni riaccendono una scintilla profonda, sospesa tra nostalgia e gioia. (Marina Zinzani). L'incontro delle anime e l'anello dei ricordi Ritrovarsi dopo tanti anni: si organizza una festa, in genere è ad un matrimonio che ci si ritrova, ma non solo. La festa diventa un incontro di anime, che provengono dal passato, con cui si è fatto un tratto di strada assieme. Succede fra cugini, zii, parentele varie. I ricordi appaiono come avviluppati da un manto nostalgico, piacevole, umoristico anche, sono come anelli che si uniscono ed arrivano alla parte più profond...