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Il primo giorno di scuola

Scuola e formazione della personalità


(Angelo Perrone) Manca solo lei, la campanella, a scandire l’inizio della prima giornata nella scuola toscana di periferia dove undici bambini iniziano il loro percorso scolastico, in un giorno ancora caldo di settembre.
Compongono la prima elementare in un istituto pubblico statale. Una classe eterogenea. Almeno la metà di origine non italiana. Solo alcuni si conoscono tra loro e hanno frequentato insieme la primaria. 
Nei nostri ricordi di persone adulte, c’era il trillo forte della campanella a segnare momenti e obblighi: l’ingresso in aula, la fine della lezione, l’uscita in strada. Qui invece, nulla che richiami quel lontano ricordo.
Non c’è alcuna campanella, ma l’invito di maestre sorridenti ad entrare nell’istituto e raggiungere il cortile. Un gesto rivolto ai piccoli, esteso agli adulti. Radunati tutti insieme, finalmente ha inizio una sorta di piccola cerimonia, perché di questo si tratta. 
Questo non sembra uno stanco rituale sociale, al quale assistere svogliatamente. Come avviene per le cadenze burocratiche, nel caso della scuola appesantite dagli irrisolti problemi, la mancanza di personale, la precarietà degli insegnanti, la modestia delle retribuzioni, l’incertezza delle prospettive future. 
Loro, i bambini, schierati in cerchio, davanti ai genitori, sono emozionati e lo danno a vedere. Gli occhi incerti e curiosi, le mani ancora raccolte in quelle di padri e madri; stanno entrando in un mondo sconosciuto, e attendono di capire come muoversi, che fare, con chi ritrovarsi accanto. Chiamati uno ad uno per nome, percorrono il tratto dai genitori alle maestre, breve ma dal significato simbolico: segna il passaggio alla nuova dimensione, l’ingresso formale nella scuola. 
Vengono incoraggiati da un applauso e percorrono incerti i pochi passi. La scuola ha preparato una scenografia sommaria e vivace: c’è in alto una ghirlanda di palloncini colorati, e, sotto, la ricostruzione di una mongolfiera. È previsto che ciascun bambino salga per un attimo nel cesto. 
Il gesto, spiegano le maestre, indica l’inizio del «viaggio della conoscenza». Infine, dopo presentazioni e annunci vari, le maestre improvvisano un girotondo con i bambini, accompagnate da un motivetto, strimpellato da un apparecchio gracchiante. Così insegnanti e bambini salutano tutti, perché «ora andiamo in classe», e spariscono in un corridoio. 
I bambini hanno appena trovato, nei gesti delle maestre, nell’organizzazione dei locali, un mondo colorato, accogliente, affettuoso. La scuola può davvero essere questo. Deve esserlo. Un modello di comunità in cui sono le piccole cose e i semplici gesti a farci comprendere che è possibile insegnare e imparare con gioia e magari divertendoci. 

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