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L’immaginazione: il settimo senso che abbraccia il mondo 🕌 🗺️

su un tavolo un grande orologio, un libro di storie, una chiave per aprire il futuro.
(Introduzione a Daniela Barone). L’immaginazione è una facoltà dell’anima che ci permette di sopravvivere ai deserti della realtà. In questo memoir, il "settimo senso" diventa il filo conduttore che lega i sogni di una bambina inquieta, le ferite di una donna prigioniera e la libertà ritrovata di una nonna che non ha mai smesso di guardare il mondo con l'occhio interiore.

(Daniela Barone).

L’infanzia: I primi sogni al fianco di mia madre

Fin da piccola ho sempre avuto una fervida immaginazione. Ricordo certi pomeriggi d’estate e il momento detestato del sonnellino dopo pranzo con la mamma. Lei si addormentava subito, io restavo sveglia a fantasticare sul mio piccolo mondo.
Forse qualche volta mi addormentavo ma sono certa che quasi sempre, per sfuggire alla noia, rimanevo a sognare ad occhi aperti godendo del contatto rassicurante con il suo corpo morbido. Con lei allungata al mio fianco mi riappropriavo della tenerezza negata nella veglia e mi sentivo in qualche modo appagata nel mio bisogno d’amore. 
Avevano un bel ripetermi tutti quanti che la mamma era malata e dovevo quindi essere buona ma la mia irruenza infantile mi impediva di "fare la brava". 
Una grande piazza con molti minaretti

Donata e il castello della mente

All’età di otto anni, incoraggiata da mia madre che, con disappunto di papà, mi aveva raccontato per celia di una gemella in collegio, ero entrata in un mondo immaginario popolato dalle mie bambole e dalla misteriosa sorella Donata, in tutto e per tutto uguale a me ma inspiegabilmente lontana. 
La fandonia di mia madre aveva aperto prodigiosamente le porte di un universo irreale ma tanto affascinante ai miei occhi di bambina. Sognavo talvolta di essere una principessa prigioniera in un’alta torre; qui venivo salvata da un principe meraviglioso grazie alla mia lunga treccia su cui si arrampicava per raggiungermi e liberarmi dal mio aguzzino.
Nelle tante notti di dodicenne sola, bisbigliavo chissà cosa ad un fratello immaginario. Era dolce inventarsi momenti di semplice quotidianità con questo famigliare inventato a cui, curiosamente, non avevo mai dato un nome. Come era successo con Donata, vissi momenti significativi che ebbero fine solo quando mi affacciai all’adolescenza. Con il mio primo ragazzo l’immaginazione lasciò il posto ad una realtà appagante, fatta di baci e affettuosità.
donna ritratta accanto a minareti

L'età matura: La torre senza uscita

In età matura, sposata ad un uomo malvagio, non ci fu per me nessuna liberazione di un principe, né alcuna treccia salvifica. Avevo capelli corti con un inizio di ricrescita bianca, perché lui per gelosia non mi permetteva di farmi acconciare e tingere la chioma trascurata. 
Di giorno vestivo abiti scuri e informi per non suscitare le sue critiche, di notte mi abbandonavo passivamente ai suoi abbracci avvinghianti.
La consapevolezza delle dinamiche negative della nostra coppia si affacciò in me dopo un percorso lungo e tribolato: il silenzio punitivo, il controllo ossessivo, la costante possessività e i ricatti insensati di mio marito mi indussero a lasciarlo per ritornare finalmente protagonista della mia vita. 
Tuttavia, per molto tempo mi attribuii la colpa di questo fallimento e non osai più abbandonarmi a fantasie di alcun genere: la Daniela sognatrice non era svanita per sempre ma si era costruita una barriera difensiva invalicabile. Spesso rievocavo la fiaba tanto amata de "La Bella Addormentata nel bosco", in cui dopo cento anni un principe riusciva ad aprirsi un varco fra il muro di sterpaglie e rovi e destava la fanciulla dormiente con un tenero bacio. 
Sarei mai stata salvata da qualcuno nella mia torre? Francamente non lo sapevo; preferivo lasciare in sospeso l’interrogativo inquietante intuendo  a poco a poco che la salvezza poteva venire solamente da me.

Wordsworth e l'occhio interiore

Molti anni dopo, da insegnante di letteratura inglese, ebbi modo di dilettare me stessa e i miei alunni del liceo con le poesie del Romanticismo. Fra tutte emergevano i versi di ‘Daffodils’ in cui Wordsworth nominava l’inner eye of imagination, l’occhio interiore dell’immaginazione, che dava forma e senso al creato. 
I narcisi gialli che lui rievocava dopo una passeggiata in campagna erano la vivida personificazione di quella gioia perché lo confortavano nella solitudine della sua stanza. Caro, amatissimo Wordsworth, Infusi nei miei ragazzi l’attrazione che provavo per questo poeta ottocentesco, capace di trasformare l’esperienza ordinaria in una assolutamente straordinaria grazie al colore dell’Immaginazione. Anche Leopardi aveva scritto che "non è meraviglia che … la felicità umana non possa coesistere se non nell’immaginazione e nelle illusioni."
uomo con bambino in braccia che regge palloncini rossi

Samarcanda e il principe uzbeco

Ora, da nonna, amo esplorare quel mondo del "facciamo che eravamo" con i miei nipotini. Che gioia trasformarsi di volta in volta in mostri repellenti e creature bioniche! Mi piace inventare storie incredibili ai loro occhi turchesi come le cupole di Samarcanda di cui conservo un ricordo indelebile. 
Oltre all’emozione per quel mondo quasi onirico, serbo l’immaginazione di colui che appare ai miei occhi di donna, forse mai realmente cresciuta, il principe uzbeco dalla pelle ambrata e dai denti piccoli e bianchi, la guida Bakh del mio viaggio in Uzbekistan. 
Mi piace immaginarmelo seduto sul mio divano giallo che legge un libro. Vedo le sue lunghe ciglia nere, respiro il suo odore e mi accontento di osservarlo in silenzio. Fra poco si alzerà con grazia, nonostante la sua andatura lievemente claudicante, per versarsi un bicchiere di succo di melograno. Lo sorseggerà pensando forse alla sua Bukhara. 
Vivo la mia immaginazione senza osare spingermi oltre la veste platonica. Mi limito ad accarezzargli la bocca piccola e a guardare il mare con lui dalla finestra spalancata. Chissà che sensazioni proverà quest’uomo che ha probabilmente conosciuto le infinite distese blu solo da giovane studente in viaggio per l’Europa.

Il ritorno alla realtà

Il suono del cellulare mi riscuote dalla mia fantasia. Bakh è svanito e non so se avrò ancora il coraggio di sognarlo come un’intrepida adolescente. Sarebbe ingiusto strapparlo al suo mondo turchese, lui così giovane e tuttavia colto come gli antichi emiri uzbechi. 
Forse ogni tanto riapparirà magicamente qui, dinoccolato sul mio divano, mentre si ravvia i capelli neri sottili e accenna un sorriso. Perché Bakh, ne sono sicura, incarna in modo sublime la Samarcanda dalle mille identità, eterna, immutabile e irraggiungibile come lui ma parte integrante del mio irrinunciabile immaginario.

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