(Introduzione ad a.p.). Può esistere un momento in cui una società smette di evolversi e inizia a ripiegarsi su sé stessa? Accade quando il limite è percepito non come un confine protettivo, ma come un affronto personale. In questo scenario, l’altro non è più un interlocutore, ma un ostacolo fisico da abbattere per confermare la propria presenza nel mondo.
(a.p.) ▪️
Dallo spettacolo al possesso
Le cronache mostrano segnali forti oltre i singoli episodi, sintomi di una mutazione. Li vediamo nel bullismo trasformato in spettacolo, quando l'umiliazione del coetaneo viene filmata e data in pasto alla rete. Lo percepiamo nell'aggressività stradale o urbana, dove un banale diverbio per una precedenza o uno sguardo di troppo degenera in scontro fisico.
Si manifesta nel fenomeno delle baby-gang, dove la violenza è strumento per ottenere un bottino, e rito di appartenenza per riempire un vuoto di senso. O ancora, nella violenza di genere come possesso, dove l'incapacità di accettare un "no" trasforma il legame in una pretesa di dominio assoluto.
L’estetica dell’impatto
Viviamo in un’epoca che ha sostituito l’approfondimento con l’urto. Se un tempo l’identità si costruiva attraverso il percorso – lo studio, l’appartenenza, il dialogo – oggi sembra che l’unico modo per sentirsi "vivi" sia provocare una reazione violenta.
Non è più la ricerca di un senso a muovere i passi, ma la ricerca di una vibrazione, anche se distruttiva. La violenza diventa così una performance: non serve a ottenere qualcosa, ma a dimostrare di poter rompere l'equilibrio altrui.
Il paradosso è che questa aggressività non nasce da un eccesso di vigore, ma da una profonda fragilità. È la reazione di chi non possiede gli strumenti simbolici (la cultura, l'educazione sentimentale, la dialettica) per gestire la frustrazione o il dissenso.
Lo schermo ha rimosso la carne. L'altro è diventato un'immagine, e contro le immagini tutto è permesso. Si colpisce per vedere l'effetto che fa, come in un videogioco, dimenticando che il dolore non ha un tasto "reset".
Il silenzio delle guide
In questo vuoto, il ruolo delle figure adulte è scivolato da quello di "orientatori" a quello di "spettatori complici". Il tentativo maldestro di proteggere i giovani ha prodotto una generazione che non sa gestire il "no". Quando il mondo esterno oppone resistenza, l'unica risposta conosciuta diventa l'attacco.
La scuola e la famiglia, un tempo laboratori di convivenza, rischiano di trasformarsi in zone di transito dove il conflitto non viene risolto, ma solo rimandato, finché non esplode in strada, sotto le luci fredde dei lampioni o dietro lo sguardo indifferente di uno smartphone.
Quale domani?
Il vero rischio non è solo l'insicurezza delle nostre strade, ma la desertificazione dell'umano. Se non ricominciamo a insegnare la distanza tra l'impulso e l'azione e il peso specifico delle parole, ci ritroveremo in una società abitata da sonnambuli capaci di svegliarsi solo attraverso il rumore di un vetro infranto o il grido di chi è più debole.
Ricostruire il senso del "noi" non è un esercizio retorico, ma un'urgenza di sopravvivenza. Perché una civiltà che teme i propri figli è una civiltà che ha smesso di immaginare il futuro.

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