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C'era una volta: la vita come narrazione infinita 📖 📘 📙 📚 🔖 🛋️

Immagine di tante persone di diversa età, tutte interessate alla lettura
(Introduzione a Daniela Barone). Un viaggio intimo che attraversa le stagioni della vita: dal battito del cuore materno alle favole strampalate del nonno, fino all’eredità narrativa lasciata ai nipoti. Un racconto che celebra la scrittura e l'ascolto come farmaci dell'anima, capaci di rendere il "fardello di vivere" magicamente più leggero.
video con dinosauri visto da un bambino
(Daniela Barone)▪️

L'alba delle storie: dal grembo alle favole del nonno

Mi piace pensare che la mamma mi raccontasse delle storie nel suo grembo: poi, al quinto mese tutto cambiò: la sua giovane madre era venuta a mancare improvvisamente. Da allora non udii più la sua voce armoniosa e cantilenante, né avvertii più le sue lievi carezze.  Al loro posto iniziai a percepire dei sussulti fastidiosi: erano sicuramente i suoi singhiozzi che mi facevano sobbalzare nel caldo liquido amniotico.
Immagino che, una volta nata, intonasse per me delle dolci ninna-nanne anche perché papà era un po' stonato e comunque non conosceva i teneri motivetti che accompagnano i piccolini al sonno.
Da bambina, la domenica mattina m’infilavo nel letto del nonno e gli chiedevo di narrarmi qualche favoletta. Lui, quasi come papà, non era ferrato sulle storie per i piccoli ma conosceva a modo suo la fiaba di Cappuccetto Rosso: anziché parlarmi del lupo e della nonna, mi raccontava della protagonista che usciva con il sole ma veniva colta da un improvviso acquazzone. 
Cappuccetto tornava subito a casa per procurarsi un ombrellino ma, una volta all’aperto, il sole usciva dalle nuvole bruciandole il visino con i suoi raggi roventi. Amavo particolarmente questo racconto strampalato e non mi stancavo di ascoltarlo anche se non variava mai. 
Già prima che sapessi leggere, la mamma e qualche vicina di casa mi compravano i giornalini di allora, Michelino e Il Monello. Inizialmente mi accontentavo di guardare le vignette colorate e inventavo io stessa le avventure di Nonna Abelarda, Superbone e Piccola Eva.
Un bambino dai capelli biondi che impara a leggere su un libro

La scoperta dei libri e il presagio di Barbablù

Diventai con il tempo una lettrice avida di libri per l’infanzia. ‘Cenerentola’ e le fiabe dei fratelli Grimm riempivano le mie domeniche invernali assieme al vecchio libretto nero Cuore che la mamma conservava con cura: le era stato donato da sua madre quando aveva fatto la Prima Comunione e aveva ancora un vivido ricordo delle varie vicende.
Era bello commentare insieme i comportamenti del malvagio Franti o le imprese eroiche di certi personaggi in momenti rari e preziosi di intimità fra noi.
Pian piano le letture della primissima infanzia lasciarono il posto alle fiabe sonore che uscivano in edicola ogni settimana e che ascoltavo con le amichette di quinta elementare. Fra queste c’era Barbablù che mi aveva terrorizzato al punto di non volerla più ascoltare. Chi avrebbe mai immaginato che moltissimi anni dopo avrei avuto a che fare con il mio Barbablù, un marito tanto più spaventoso di quello descritto da Perrault. 
Come l’incauta pulzella che accetta di diventare sua moglie convincendosi che «la sua barba non era poi tanto blu», anch’io mi ero illusa che Dave non era poi così male e lo avevo sposato ignorando le molte avvisaglie inquietanti. 
Le giornate al suo fianco, penose e interminabili, erano per fortuna alleviate dalla lettura di opere classiche, come Madame Bovary e Anna Karenina: mi sentivo vicina a queste figure di donne sventurate, come e più di me, e ignoravo i commenti sarcastici di mio marito che mi dava dell’intellettuale.
Oltre a leggere storie, a dodici anni amavo intrattenere le mie amiche con racconti che io stessa inventavo di sana pianta; si trattava di vicende amorose la cui ispirazione mi veniva dalla lettura dei primi fotoromanzi. In fin dei conti ero abituata a inventarmi racconti la sera prima di addormentarmi, con protagonista il fratello immaginario che mi era sempre mancato.
Bimbo disteso a letto legge un fumetto prima di dormire

Il filo teso tra generazioni: da mamma a nonna

Da lettrice accanita quale ero, da mamma non potevo non trasmettere il mio amore per le storie a Francesco, il mio primo figliolo. La sua preferita era 'I Tre Porcellini'. Io recitavo le voci dei tre fratellini, dando loro intonazioni diverse. Da nonna rivissi lo stesso godimento a raccontare storie al piccolo Luca. 
A lui, proprio come a suo padre, non bastavano mai ed era difficile convincerlo a spegnere la luce e dormire. Ora che ha nove anni, Luca si legge le fiabe da solo ma ama sempre i miei racconti ispirati a fatti reali. Se alcuni dettagli lo impauriscono, si copre la faccia con il cuscino ma ovviamente io gli propongo ogni volta un finale lieto. 
Avrà tempo per misurarsi con momenti tristi e difficili nella vita. Al suo fratellino Leo leggo storie semplici, come faceva la mia bisnonna nel tepore della cucina riscaldata dalla stufa economica grigia. Verrà anche per lui e per il cuginetto Cesare il tempo di avventure più complesse e avvincenti ma sempre alla loro portata. 
E che dire dei momenti della pandemia, quando leggevo a Luca i suoi racconti prediletti sui dinosauri attraverso Skype? Aveva solo tre anni ma la sua attenzione non calava facilmente. Un filo sottilissimo ci legava, al di là delle restrizioni imposte dal Covid.
bimbo seduto sul letto che sfoglia un giornale a fumetti

La vocazione dell'insegnamento e il senso del narrare

La mia inclinazione di storyteller mi tornò utile come insegnante di letteratura inglese. Con piacere accompagnai la mia quinta ai racconti modernisti, più vicini alla loro sensibilità. Ricordo quando lessi in classe la storia ‘Eveline’, tratto dai racconti ‘Dubliners’ di Joyce. Mi ero immedesimata talmente nel passo in cui la ragazza rievocava la morte della madre che non ero riuscita a soffocare un singhiozzo. 
L’emozione mi aveva sopraffatto ma loro non si erano stupiti: erano al corrente della scomparsa recente di mia mamma e avevano mantenuto un atteggiamento composto e partecipe nel contempo. Credo che il buon profitto dei miei studenti fosse dovuto non solo al loro impegno, ma anche alla passione che avevo trasmesso loro, come un vaccino salvifico.
Da quando sono in pensione scrivo storie. Credo fermamente che raccontarsi e raccontare sia un istinto primordiale dell’essere umano, qualcosa che è stato sempre presente nel nostro corredo genetico perché rivela il bisogno innato di lasciare un ricordo, un’emozione. «Narrami, o Musa, l’uomo dall’agile mente che a lungo andò vagando» scrisse Omero in tempi lontani. 
Si passa la vita a raccontare. Tutto intorno a noi è un racconto, dai miti greci, ai Caroselli dell’infanzia, ai social e ai blog.
Raccontare dà un senso alla nostra vita e, per dirla con Hannah Arendt, «nessuna vita è così insignificante da non poter essere raccontata».  Credo che racconterò sempre finché ne avrò la forza, intrisa come sono delle storie di guerra della mamma, del Cappuccetto Rosso del nonno, delle esperienze di gente comune e sconosciuta che mi parla talvolta della sua vita, spesso dolente.
Il narratore ne trae beneficio come l’ascoltatore perché si ha l’impressione che il fardello di vivere diventi magicamente più leggero da portare.
Mi si affaccia alla mente il ricordo dei racconti sconclusionati di papà quando, quasi novantenne, rievocava un passato inesistente di autista di Berlusconi. Lui in realtà non l’aveva mai conosciuto ma si perdeva nelle sue affabulazioni senili insensate. Compatii papà per il suo declino ma oggi mi intenerisco per quella reminiscenza e per il suo sguardo trasognato come quello di un bambino.  
Chissà se anch’io da vegliarda smemorata, propinerò ai miei nipoti racconti assurdi come i suoi. Non importa, forse sarà come tornare bambina. E ritrovarsi prossimi alla meta, la realizzazione di sé, il rinnovamento profondo preludio alla serenità.

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