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Le creuze della mamma: tra i vicoli di Genova, il ricordo di un amore fragile 🏴󠁧󠁢󠁥󠁮󠁧󠁿

vicolo di Genova, creuze, con una donna e la sua bambina riprese di spalle mentre passeggiano
(Introduzione a Daniela Barone). Un viaggio intimo tra i mattoncini rossi delle creuze liguri, dove il ricordo di un’infanzia vivace si intreccia con l’ombra di un legame materno fragile. L’autrice ci regala un racconto delicato sul bisogno di approvazione e sulla riscoperta di sé.
(Daniela Barone) ▪️

Passi veloci tra i mattoncini rossi

Non capitava spesso che io e la mamma uscissimo insieme a passeggiare. Le poche volte che accadeva era per andare a messa la domenica nella chiesa dei frati di San Barnaba oppure per portarmi a scuola, l’Istituto del Sacro Cuore. 
Succedeva talvolta che io perdessi il pulmino, allora era lei ad accompagnarmi. Percorrevamo mano nella mano la lunga creuza, il viottolo di campagna lastricato con mattoncini rettangolari, fra cespugli di ‘canigea’, l’erba dalle foglie appiccicose che amavo tanto attaccarmi agli abiti. La mamma camminava velocemente e pareva non accorgersi che io faticavo a starle al passo.
Lungi da me lamentarmene: ero felice di essere fuori con lei, dato che spesso era afflitta da uno strano male incomprensibile ai miei occhi di bambina e che nessuno voleva spiegarmi. Rimaneva spesso a letto oppure, se doveva occuparsi delle faccende domestiche, si muoveva stancamente per casa con un’aria triste e svagata. 

L'ombra del dolore e i sorrisi della bisnonna

Papà le aveva procurato l’aiuto di una donna, ‘la triestina’, che veniva una volta alla settimana per alleviare le sue fatiche domestiche. Prima era la bisnonna Giuditta che dava una mano alla mamma: lei arrivava solerte con un fazzoletto annodato sul capo, gli occhi azzurri che sprizzavano allegria ancor più del suo sorriso.
Avevo tanto sofferto quando era morta, povera nonnina. L’avevamo trovata riversa sul pavimento di cucina, accanto ad una tinozza piena d’acqua. La mamma e le vicine si erano preoccupate che io non entrassi in cucina ma io ero riuscita comunque a intravedere a terra le sue gambette stranamente piegate. 
Lungo le creuze di campagna non era difficile imbattersi in un riccio, delle lucertole o dei gatti randagi. Io mi soffermavo a guardarli e lei doveva spesso richiamarmi. Chissà perché la mamma aveva sempre fretta e non si godeva la passeggiata.
Mi domandavano a cosa pensasse, dato che aveva sempre un’aria assorta. Spesso mi pareva che non desse retta alle mie chiacchiere instancabili e ne ero delusa. La cosa che desideravo di più al mondo, oltre ai gelati e alla panna, era la sua attenzione.
ragazza seduta di lato in una creuze genovese

Il rito del gelato e il peso del compiacimento

Era forse per questo che ero vivacissima, sempre in movimento. A volte lei si ridestava dal suo torpore e io riuscivo a strapparle un sorriso. Mi piaceva quando mangiavamo un cono alla panna ma la condivisione della golosità durava ben poco: quasi sempre davo colpetti con la lingua alla nuvola bianca adorata che finiva in gran parte per terra. Quello che mi doleva maggiormente non era la privazione della panna ma i duri rimproveri della mamma.
«E’ mai possibile che ogni volta tu non riesca a non farla cadere? Lo fai apposta? Devi morderla, non leccarla come si fa con il gelato, non capisci? Stai pur certa che non te ne compro più», sbraitava ogni volta. La fatica di compiacerla non serviva spesso a niente. Lei ritornava ombrosa e nulla poteva ridarle una parvenza di normalità.

Cercare rifugio altrove

A casa mi ripromettevo di fare la brava e rendere contenta la mamma. Mi dicevo che sì, mi voleva sicuramente bene, ma io ero spesso a disagio con lei. Per fortuna il tempo passato con le amichette e l’allegria di papà mi ripagavano dei momenti strani con lei.
Volevo tanto compiacerla ma con il tempo avevo abbandonato questo proposito per ricercare la serenità a casa dei nostri vicini. Loro, sebbene notevolmente più vecchi di lei, mi colmavano di attenzioni e mi coinvolgevano in piccole attività domestiche. La mamma non si lagnava delle mie assenze, anzi, forse ne era sollevata.
Sapeva che ero incontenibile, desiderosa di compagnia e accettava che la trovassi dalle vicine. Era orgogliosa del fatto che fossi socievole con tutti, allegra, canterina, forse un po’ troppo vivace. Quanto deve esserle costato occuparsi di me e tenere a freno la mia esuberanza. 
Creuze genovese

L'allegria di papà e l'eredità dell'infanzia

Il ricordo delle creuze percorse con la mamma mi è rimasto ancora nel cuore. Ho nostalgia di quei momenti, dei suoi rari sorrisi, dei suoi vestiti sempre troppi larghi e informi, dei suoi riccioli scomposti che si faceva tingere di rosso da papà. Non ho un ricordo delle sue risate che risalga alla mia prima infanzia.
Devo andare con la mente a diversi anni dopo, quando papà con le sue gaffes e la sua allegria la faceva ridere di gusto, a volte fino alle lacrime. Amavo profondamente mio padre perché sapeva divertire la mamma distogliendola dalle sue ossessioni. Gli ero grata di questo e non vedevo l’ora che raccontasse qualche aneddoto capace di intrattenerla piacevolmente.
Cercando ogni volta di non far cadere a terra la panna, mi impegnavo per non deluderla: più di ogni cosa al mondo desideravo compiacerla, anche perché mi incolpavo del suo distacco emotivo verso di me.  Allo stesso modo da adulta ho cercato l’approvazione degli uomini che mi attraevano, anche se duri e spesso malvagi.
Il senso di orfanitudine della mia infanzia aveva certamente segnato la mia futura vita sentimentale, tesa spasmodicamente alla ricerca di quell’attenzione meritata ma mai realmente avuta.

Esistere in tutte le creuze del mondo

Che ne sarà di questa donna che passeggia idealmente con aria incantata nelle creuze della sua infanzia? Spesso me lo domando quando mi immagino ancora in quei luoghi, con i vestiti adornati dai disegni fatti con foglie di canigea.
Mi vedo camminare lentamente, respirare l’odore delle more nei rovi, osservare i guizzi delle lucertole fra le erbe. Ho l’impressione di sentire la stretta della mano grassoccia della mamma, il gusto dolce e morbido di montagne di coni di panna, mentre calpesto gli stretti mattoncini rossi delle creuze.
Ora odo le noiose litanie dei frati recitate maldestramente da me nell’imitazione di mia madre. Respiro l’incenso e mi giro verso di lei, pallida e raccolta. So che la amo e non devo fare più alcuno sforzo perché lei si accorga di me. Ci sono, fragile e forte, delicata e dura. Esisto come lei in tutte le creuze del mondo.

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