Passa ai contenuti principali

Chernobyl nella mia vita: l’incubo della nube invisibile ☁ 📺

Una donna tiene in braccio un bambino che dorme mentre guarda preoccupata fuori dalla finestra.
(Introduzione a Daniela Barone). Il 26 aprile 1986 è una data impressa nella memoria collettiva. L'autrice ci riporta a quella notte e ai giorni che seguirono, intrecciando la grande storia della catastrofe di Chernobyl con la piccola storia della sua quotidianità familiare.
Dalla coincidenza del risveglio notturno del figlio all'annuncio shock del telegiornale, fino alla paura invisibile della nube tossica che ha cambiato le abitudini e i progetti di vita. Una testimonianza sulla vulnerabilità umana di fronte all'invisibile, che si chiude con una nota di speranza, ricordando l'abbraccio di solidarietà delle famiglie italiane che hanno accolto i “bambini di Chernobyl”.

(Daniela Barone).

Una coincidenza agghiacciante

Nel cuore della notte del 26 aprile Francesco, il mio bambino di tre anni si era svegliato urlando. Sicuramente doveva aver fatto un brutto sogno. Ero subita accorsa nella sua cameretta per rassicurarlo con baci e carezze. Di lì a poco si era riaddormentato.
L’orologio al mio polso segnava l’una e venticinque. Certo non potevo immaginare che l’incubo del mio piccolo avesse coinciso con quello tremendo di Chernobyl, una cittadina sovietica, oggi ucraina, a 2000 chilometri di distanza da noi.

L'annuncio shock e il piccolo Brionvega

Qualche giorno dopo Teresa, la mia compagna di banco, mi aveva telefonato per annunciarmi la sua prima gravidanza. Non ebbi però modo di condividere appieno la sua gioia perché proprio allora il telegiornale aveva comunicato la notizia scioccante di quella catastrofe nucleare.
Mio marito, aprendosi un varco fra centinaia di scatoloni del nostro trasloco imminente, aveva cercato di sedersi davanti al televisore che tenevamo sul ripiano della cucina. Tutti i nostri amici avevano la televisione a colori da diversi anni ma lui, avaro com’era, si era accontentato di un Brionvega di dieci pollici che trasmetteva immagini in bianco e nero.
Ascoltammo strabiliati la cronaca dei fatti risalenti a qualche giorno prima, e ci impressionammo per le immagini dell’incidente. Forse per un errore umano era esploso un reattore di una centrale nucleare, seminando radioattività in mezzo mondo.
Cosa stava succedendo alla nostra società evoluta e tecnologicamente avanzata? Pareva che quelle centrali fossero assolutamente sicure e promettenti per il nostro futuro energetico ma evidentemente l’ottimismo generalizzato e incondizionato verso il nucleare era stato mal riposto.
Foto aerea di Chernobyl dopo l'esposione nucleare del 1986

La paura dell'invisibile e la vulnerabilità umana

Da allora niente fu come prima: il governo emise provvedimenti che vietavano a bambini e donne in-cinte verdure e latte fresco, sicuramente contaminati. Inoltre era grande la preoccupazione per la nube tossica e le piogge gialle altamente pericolose che stavano già minacciando l’Europa. 
A Chernobyl, aveva poi raccontato la scrittrice Svetlana Aleksievič, il mondo era sempre lo stesso ma infinitamente più infido. Le cose sembravano uguali ma aleggiava un senso di angoscia per il quale non esistevano parole. La gente temeva la natura contaminata ma era sgomenta di fronte ad un nemico inodore e invisibile, impossibile da sconfiggere. 
Accadevano poi cose inimmaginabili persino nei libri di fantascienza: le creste delle galline erano diventate nere, i passeri erano scomparsi e il latte non cagliava più. Piante, erba e alberi erano coperti di una strana polvere bianca. «Perché il cielo è così azzurro quando l’aria è trasparente e non si tocca» aveva cantato Baglioni nella canzone «Naso di falco». 
Già, Chernobyl aveva messo a nudo la vulnerabilità umana e il timore per ciò che non si palesa concretamente ai nostri occhi: fin dagli albori della civiltà siamo stati in grado di reagire al pericolo tangibile ma restia-mo impotenti di fronte all’invisibile. Senza riferimenti visivi traballiamo perché non possiamo sapere cosa ci accadrà e diventiamo preda dell’insicurezza e dell’angoscia.

Consapevolezza globale e preoccupazioni quotidiane

Quarant’anni fa, sebbene giovane e spensierata, per la prima volta in vita mia mi ero resa conto dell’interconnessione fra le varie nazioni del mondo, dato che ovunque si pativano le conseguenze di quell’evento. 
Dappertutto si provava la stessa paura, una paura per ciò che era astratto ed invisibile ma che comprometteva il vivere quotidiano: come tutti impiegavo ore per trovare negozi e supermercati ben forniti di latte a lunga conservazione prodotto prima della catastrofe e lavavo accuratamente ortaggi e frutta. 
Mi preoccupava poi il pensiero di una gravidanza: cercavamo da mesi un altro bambino ma mi chiedevo perplessa se non fosse il caso di rimandare il nostro progetto. Come sarebbero nati i bambini concepiti in quel disastro nucleare senza precedenti? 
Nessuno scienziato aveva risposte sufficientemente chiare da dissipare timori e incertezze. Furono giorni difficili anche per mia madre, donna malata di nervi e suscettibile a suggestioni negative. Cercai di rassicurarla più volte ma, ad essere sincera, nemmeno io ero tranquilla. 

Il dramma di Chernobyl e la speranza della solidarietà

Indimenticabili le immagini trasmesse dai notiziari TV: il tetto dell’edificio del reattore sventrato, la centrale danneggiata, la ciminiera fumante e soprattutto la città fantasma di Pryapat dopo l’evacuazione. E il mio pensiero era andato allora alle migliaia di famiglie che dovettero lasciare le loro case, ai bambini che avevano perso le scuole, agli operai allontanati delle fabbriche, ai malati privati delle cure negli ospedali.
E che dire degli eroi di Chernobyl, i cosiddetti “liquidatori” che sacrificarono la loro vita per decontaminare le aree più compromesse? Molti di loro perirono o riportarono danni insanabili. Nessun risarcimento venne mai ad alleviare le esistenze travagliate dei superstiti o delle povere vedove.
Fortunatamente venne tesa una mano verso i bambini, particolarmente colpiti nel fisico e nella psiche. Il Progetto Chernobyl, tuttora in vigore, li ha aiutati a smaltire le radiazioni e a superare l’orrore vissuto. Sono stati accolti, curati e amati da molte famiglie italiane e spesso anche adottati.
Mi piace pensare che siamo stati per loro una vera occasione di rinascita fisica ed emotiva. Tutti questi bambini restano un monito per l’umanità e la speranza in un futuro migliore. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Tango delle rose in Versilia, un'estate assolata trasformata dal ricordo

Paolo Brondi -  Il festival di Villa Melzi era tutto all’aperto: nel parco, assai esteso e prossimo al mare versiliese. Il buio era sciolto in luminosità diffusa e suadente, arieggiata da numerosissime lanterne e da fiaccole antizanzara, dal dolciastro sapore di geranio, e su tutto scendeva il soffuso chiarore della luna piena. Più in là, il mare rumoreggiava come un’eco mormorante “ricorda… ricorda… ricorda… ”. Giorgio e Silvia scelsero un tavolo un poco in disparte e la musica rock, o il ritmo facile di canzonette come Cuore, Abbronzantissima, Una lacrima sul viso, li raggiungeva meno del mormorio del mare e dei profumi del parco.  Silvia era bella e il chiarore lunare impreziosiva la purezza delle linee del volto con appena una traccia di trucco, i capricciosi biondi capelli, il vestito di seta color fucsia che flessuoso scendeva, con graziosa scollatura, ad accarezzarne il seno, il ventre piatto, la curva dei fianchi, arrivando fino al ginocchio.  Lui port...

In volo

Lasciamo al vento che si avvicina tutte le nostre paure, e voliamo via, insieme di Andrea Zinzani Quanto è difficile rimanere a un metro da tè, sono sopra la duna del mare e nella profondità dei tuoi occhi vedo l'immensità.  Ti vedo lì seduta, sulla grigia roccia, assorta nei tuoi pensieri, che come cerchi concentrici salpano dalla tua anima, prendono il largo, attraversano frettolosi le onde frastagliate dai suoni arcaici, rincorrono felici gli spazi celesti, scendono su giardini verdeggianti di fiori appena partoriti, eterei respirano la voglia di esistere.

Cos'è la felicità

di Cristina Podestà Vi siete mai chiesti cosa sia una vita felice? Cominciamo col dire cosa non è. Non è assenza di dolore, di noia, preoccupazioni: sarebbe utopia. Non è presenza di salute, soldi, amore: sarebbe eccessivo. Non è possedere tutto ciò che uno desidera: sarebbe fantasia, mai realtà.  Invece la vita felice è intermittente, è un saliscendi, un’alternanza di bello e cattivo tempo, una sorpresa ogni giorno per ciò che ci verrà offerto.

Luci spente al Sud

Salvatore Quasimodo Cultura italiana del ‘900. Fa discutere, nella scelta delle figure più rappresentative, la mancanza di voci come Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia: una perdita per tutti di Mariagrazia Passamano * “Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria, /è stanco di  solitudine, stanco di catene”. Questi alcuni versi della struggente poesia “Lamento per il sud” di Salvatore Quasimodo, uno dei padri dell’ermetismo e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. Eppure l’opera di Quasimodo, al pari di altri autori meridionali, non compare nell’olimpo della “letteratura vera” , nel pantheon delle figure di rilievo selezionate dal Ministero della Pubblica istruzione per i programmi scolastici (per i Licei).

Viaggio al termine della notte, gli ultimi fantasmi della giornata

Bianca Mannu -  Intemperante e vano gialleggiare di presunta primavera addosso a prode che s’accompagnano - umide  e senza cagione dimesse e gentili -  all’asfalto avverso della statale Piomboso asfalto che guizza convulso piombo che schiocca al succhio sbrigativo - ma pugnace - d’infocati pneumatici lanciati in vortici di danza rettilinea Piombo che si dipana.  Fuso piombo  lucido e selvaggio - sotto il mortale disappunto delle pupille spente e l’abissale tocco della notte che - pur inoltrandosi - non matura Dove sfoci e perché nessuno chiede né perché schizzi via obbediente - come serpe nastriforme di cadmio - agganciata a volubile puleggia che - non percepita - in un’altrove di senso caduco lesta trascina E - in alto - un cielo ammutolito smuore dentro una tenebra di vetro dentata d’intermittenze rosseggianti che l’ingordo orizzonte trangugia e restituisce in pallidi riflessi - del pallore dei moribondi lumi ...