(Introduzione ad a.p.). Ripercorrere le strade di questo angolo di Roma non è una semplice passeggiata, ma un’immersione in un’estetica che sfida il tempo. Qui, il confine tra l’architettura e la leggenda si fa sottile, lasciando spazio a un’emozione che riaffiora ogni volta che lo sguardo incrocia i suoi dettagli ipnotici.
(a.p.).
Un’invenzione di inizio secolo
Lo chiamano quartiere, ma non lo è, almeno a considerare le dimensioni di Roma. È piuttosto un’isola, un frammento di un altrove che ha deciso di naufragare nel cuore della città. Il nome lo deve al suo inventore, l’architetto Gino Coppedè, che ebbe l’idea e fu incaricato di realizzarla.
Lo fece a inizio secolo — l’altro, ovviamente — e così nacque la maggior parte di quei villini nel quartiere Trieste: una sfida alla geometria e alla monotonia urbana.
Piazza Mincio: il cuore e l’acqua
Lo definiscono pure un complesso architettonico, però il concetto non si adatta, è riduttivo. Il cuore pulsante resta piazza Mincio, dove il tempo sembra essersi fermato per abbeverarsi alla fontana delle rane.
È qui che l’emozione si fa palpabile: ci si fanno le foto, in tanti, cercando di catturare un riflesso che sfugge. Gli innamorati si scambiano teneri baci, mentre molti sono tentati di buttare la monetina nell’acqua, come se si trovassero davanti a una Fontana di Trevi più segreta e intima.
Tra fate e ricordi di un’altra epoca
E, secondo il punto di vista, davanti o dietro l'osservatore, spiccano i villini delle fate. Dicono che ci siano davvero, quegli esseri magici; osservando quelle logge e quei decori, viene quasi da crederci. Basta fare due passi per curiosare ancora, come se non bastasse quanto si è già visto, ed ecco apparire il Piper.
Qui l'eco della voce di Patty Pravo richiama alla mente molti ricordi, una stagione di luci e rivoluzioni che sembra scivolare via tra le pietre silenziose. Ma quella è un'altra storia.

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