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Michela, l’amore che bruciava in silenzio: una storia clandestina nata in ospedale 🏥

Un giovane uomo con cappotto blu incontra una affascinante donna
(Introduzione a Daniela Barone). Il ricordo di un primo amore è spesso custodito in un cassetto a doppia mandata, dove la nostalgia si mescola alla consapevolezza della maturità.
La storia di Orlando e Michela non è solo il racconto di una passione nata tra le corsie di un ospedale alla fine degli anni '90, ma una riflessione profonda sul peso del tempo, sulle convenzioni sociali e sulla differenza tra l'amore clandestino e la libertà di tenersi per mano. Un viaggio emotivo che esplora il confine sottile tra l'incanto di un sogno giovanile e la realtà dell'età adulta.

(Daniela Barone).

L'inizio tra le corsie

Era la metà di dicembre del 1999 quando io, Orlando, allora appena ventunenne, ero stato assunto come infermiere all’ospedale di C. Avevo conseguito brillantemente il diploma e non vedevo l’ora di iniziare a lavorare.
I turni erano pesanti, specialmente quelli di notte ma dopotutto mi restava abbastanza tempo per il riposo e lo svago. Non uscivo con nessuna ragazza e, a dirla tutta, non avevo mai avuto una storia vera e propria. Certo capivo di piacere al genere femminile ma non avevo ancora incontrato chi mi facesse battere il cuore.
Il reparto di Cardiologia dove prestavo servizio era sempre super affollato: i ricoverati erano tanti e i medici faticavano ad avere letti per tutti. Fu la dottoressa Michela Merissi ad accogliermi con un sorriso amabile nella mia prima settimana di lavoro. Non era molto alta, aveva lunghi capelli bruni e un paio d’ incantevoli occhi verdi. 
Come restare indifferente al suo fascino? Credo che tutti i suoi colleghi fossero attratti da lei, non solo per il suo aspetto ma anche per la sua personalità cordiale e carismatica. Avevo appreso che era divorziata e aveva due figli grandi, uno della mia stessa età. Molto dedita ai suoi pazienti, aveva un sorriso per tutti e pareva instancabile.
Due tazze con caffé in tazzine pregiate su un tavolo di marmo

L'invito inaspettato

Forse per la mia inesperienza, non mi accorsi subito delle attenzioni particolari che la dottoressa mi riservava. A volte mi offriva dei cioccolatini e il caffè nei rari momenti di pausa. Un giorno, alla mensa dell’ospedale lei venne inaspettatamente a sedersi al mio tavolo.
Senza troppi preamboli mi disse che le piacevo e che le sarebbe piaciuto uscire con me una sera. Strabiliato per la sua proposta, accettai di vederla un sabato alle nove in una piazzetta lontana dall’ospedale. Non immaginavo certo di piacerle e mi considerai fortunato per aver avuto un appuntamento con lei.
Quella sera arrivai con un quarto d’ora d’anticipo al luogo d’incontro. La città era in sintonia con le mie sensazioni di gioia ed ebbrezza: il Natale era prossimo e le luminarie appese ovunque creavano un’atmosfera intima e fiabesca. Per l’occasione indossai una camicia bianca e dei pantaloni blu eleganti sotto ad un cappotto tre quarti che mi regalava qualche anno in più.
Avevo come al solito i capelli legati in un codino e tenevo in mano una rosa rossa dal lungo stelo. Anche la dottoressa era arrivata in anticipo: avevo notato la sua auto parcheggiata sul lato destro così ero sceso dalla macchina per avvicinarmi a lei.
«Ciao, Orlando. Dai, sali.» Era la prima volta che mi chiamava per nome e mi dava del tu. Ero spiazzato quando mi aveva pregato di chiamarla Michela, lei, la dottoressa di Cardiologia tanto più grande di me. Ai miei occhi, però, lei era giovane ed angelica, molto più interessante delle mie coetanee.
Continuavo a sentirmi fortunato di trovarmi lì con lei ed anche incredulo. «Orlando innamorato, che bel nome porti. Invece il mio non piace proprio, sai?» Ero frastornato e non sapevo proprio cosa risponderle. Aggiunse che saremmo andati a casa di un amico che le aveva prestato il suo appartamentino.
Già immaginavo scene amorose fra noi, anche se, ad essere sincero, la mia mente non osava andare l’oltre l’intimità dei baci. Come avrebbe reagito alla mia goffaggine? Avevo baciato qualche ragazza e null’altro, pensavo con timore.
La guardavo di sottecchi mentre guidava: dalla pelliccia aperta spuntava una minigonna nera e una maglietta sapientemente accollata. Potevo ammirare le sue lunghe gambe inguainate in un sobrio collant coprente e la scura chioma fluente molto curata e tremavo per l’emozione.
In un palazzo antico, si vede una finestra, un lampadario pregiato, il baldacchino di un letto

L'incanto della clandestinità

L’appartamento si trovava in un palazzo antico ed era arredato con gusto. Intimorito, mi liberai del cappotto e le porsi la rosa. Lei mi ringraziò con calore e mi mise in mano un pacchettino argentato che conteneva un bracciale di cuoio ed acciaio. Restammo seduti per un po’ in scomode sedie classiche rivestite di un tessuto a fiori; ci guardavamo senza parlare tenendoci per mano.
Poi Michela si alzò e mi prese per le braccia. In piedi accanto a lei, di una bellezza quasi irreale, non seppi trattenermi e appoggiai le mie labbra alle sue. «Sei un sogno, Michela, e ho paura di svegliarmi» le sussurrai. Per tutta risposta, mi condusse in una camera da letto dai soffitti mirabilmente affrescati. In alcune parti l’intonaco era scrostato ma la magia del luogo restava intatta.
Amarla fu la cosa più bella che mi fosse capitata nei miei giovani anni. Anche lei era sopraffatta dalla felicità mentre rimaneva rannicchiata fra le mie braccia. Eravamo quasi timorosi di infrangere l’incanto di quei momenti: non servirono parole fra di noi. I nostri corpi e le nostre anime rimasero avvinti, a dispetto dei ventitré anni che ci separavano.
Molti furono i nostri incontri, sempre unici e indimenticabili. Era bello mangiare dei biscotti in letto, dopo l’amore, e raccontarci i nostri segreti. Non si trattava solo di passione ma di un sentimento profondo che aveva rivoluzionato le nostre vite.
I giorni seguenti non fu facile mantenere un atteggiamento distaccato in ospedale: ci cercavamo con lo sguardo e spesso ci scambiavamo messaggi d’amore sul telefonino. Mi sentivo come sdoppiato fra il mio ruolo d’infermiere e il mio smarrimento di ragazzo innamorato di una donna e contavo i giorni che ci separavano dal prossimo incontro.
Alla sera ci consolavamo con lunghe telefonate, quando i suoi figli erano addormentati e fantasticavamo sul nostro futuro insieme. La clandestinità era purtroppo d’obbligo: non potevamo certo passeggiare mano nella mano in mezzo agli altri, anche se lo avremmo desiderato tanto entrambi.

Le ombre del segreto

Con il passare dei mesi cominciai a sentirmi oppresso dai numerosi messaggi che Michela mi inviava sul cellulare: lei lamentava che ci dovessimo vedere di nascosto e non spesso quanto avrebbe voluto. Pur condividendo il suo disagio, mi resi conto che mi pesavano i nostri incontri amorosi fra le quattro pareti di quell’appartamentino dal vago odore di muffa e di stantio.
La separazione per le vacanze natalizie che Michela trascorse con la famiglia acuirono le mie perplessità: pur trovandola dolce e bellissima, avvertivo il bisogno di un amore libero da vincoli e imposizioni sociali. Non avevo forse diritto a una storia fresca, magari con una ragazza come me che avrei potuto tenere per mano ovunque, in mezzo alla gente?
Come potevo rimanere con una donna che aveva la stessa età di mia madre? Questi interrogativi mi straziavano al punto di rendere il mio rapporto con Michela meno desiderabile.

La resa alla realtà

La lasciai dopo una lunghissima telefonata: lei non si rassegnava alla fine del nostro amore ma, da donne intelligente quale era, con il tempo si arrese alla realtà amara ma incontestabile: per noi non c’era futuro. Non fu facile continuare a incrociarla in ospedale così chiesi ed ottenni il trasferimento in un altro reparto. 

Un segreto immutabile

A distanza di molti anni, oggi ripenso ai quei momenti unici con la donna stupenda che mi aveva fatto innamorare per la prima volta. Di lei serbo nascostamente una foto scattata al mare in cui, spettinata e sorridente, sfoggia un due pezzi azzurro che mostra un fisico invidiabile.
Conservo anche il bracciale che mi aveva donato ma certo non lo porterei più: sarebbe irrispettoso nei confronti di mia moglie, che amo profondamente. Lei non sa niente di Michela e mai lo saprà.
Raccontarle di lei, la donna che non potevo tenere per mano come si fa con la propria innamorata, sarebbe come profanare l’altare di una vestale pura e immutabile nel tempo come tutti i sogni della giovinezza.

Commenti

  1. Emozionante. Ognuno di noi ha, in un angolo del cuore, un cassetto segreto. Talvolta lo apriamo, per curiosità o nostalgia. Vogliamo capire come il passato ci ha reso ciò che siamo oggi.

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