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Il lavoro che resiste



Intervento di Vespina Fortuna
(ap) Il lavoro in una piccola sede giudiziaria, esempio di decoro, collaborazione, buona funzionalità. E’ il tema di due note recenti: Aspettando il 13 settembre e Lavorando in una sezione distaccata di Tribunale. C’è una ”italietta” ancora operosa in molti campi, che difende un certo modo di lavorare e di intendere i rapporti umani e sociali.
Noi italiani siamo fatti così. Ci coltiviamo il nostro orticello e speriamo che il vicino di casa, preso da un momento di buona volontà, annaffi con le sue, anche le nostre piante assetate.



Pensiamo sempre che il bene comune non ci riguardi e che sia compito degli altri, fare in modo che il Paese sia in salute. 


Ma poi siamo anche tutti i Francesco, le Donatella, le Simonetta, le Paola, le Carla, i Riccardo e le Rosa che, nei momenti di difficoltà ci si rimbocca le maniche e si corre in aiuto della comunità con convinzione ed abnegazione. Siamo i cuori grandi che lasciano da parte figli e famiglia per andare in aiuto a quelle degli altri. Siamo quelli che, quando ce n’è bisogno, mandano avanti questa italietta che diventa sempre più piccola ed inospitale. E questo accade in un Tribunale, ma anche nelle strade delle grandi metropoli, nei luoghi terremotati e persino negli ospedali, dove spesso non hai neanche il letto per sdraiarti, ma trovi una persona che ti consola con una semplice carezza o una parola di conforto.


Conoscere queste realtà fa male al cuore, ma sapere che, comunque e nonostante tutto, la macchina continua a funzionare, benché a fatica e spintoni, dà la forza di andare avanti. Grazie a chi combatte e a chi non si stanca mai di farlo, grazie a chi grida queste urla di dolore disperate, grazie a chi dà senza chiedere e a denti stretti continua, sperando in un domani migliore.


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