(Introduzione a Daniela Barone e a.p. Commento). Il 14 agosto è il giorno della vigilia di Ferragosto, dei viaggi verso il mare o della spensieratezza in famiglia. Da otto anni, per chiunque abbia Genova nel cuore o nelle proprie radici, quella data evoca un rumore sordo, un vuoto improvviso e una ferita lacerante che ha cambiato per sempre la percezione della sicurezza e del destino.
In questo racconto, la cronaca si intreccia con la memoria personale: il contrasto doloroso tra la bellezza incontaminata di un viaggio in terra francese e l'eco di un disastro che, rimbalzando sugli schermi dei cellulari, ha congelato il tempo, spezzato 43 vite e ridisegnato il profilo di una città intera.
(Daniela Barone).
Una spensierata vigilia di Ferragosto
Quel martedì del 14 agosto di otto anni fa mi trovavo con la mia amica Silvana a bordo di un pullman alla volta della Francia. Nella prima tappa di questo viaggio organizzato, visitammo Aix-en-Provence e le splendide gole dell’Ardèche. Rimanemmo senza fiato davanti alle scogliere calcaree del maestoso canyon e al ponte naturale a forma d’arco che cingeva il fiume e le spiagge.
Kayak colorati punteggiavano il verde delle acque cristalline, creando un contrasto cromatico suggestivo. Eravamo tutti così rapiti da quei luoghi che malvolentieri risalimmo sul pullman che ci attendeva al bordo della strada.
Era quasi mezzogiorno, cominciava a fare caldo ma già pregustavamo la frescura del pergolato della trattoria dove avremmo pranzato di lì a poco.
La notizia che gela il sangue
Proprio mentre stavamo commentando fra di noi la bellezza di quella regione, la guida reclamò la nostra attenzione: «Signori, un momento di silenzio, per favore. Ho appena appreso dal nostro autista che purtroppo a Genova è crollato il ponte Morandi. Al momento si registrano quattro vittime».
Dopo un secondo di stupore, reagimmo tutti alla notizia con profondo dolore. Chi di noi non aveva percorso quel ponte per raggiungere il centro? Io, che da oltre trent’anni non vivevo più a Genova, lo conoscevo come "il viadotto del Polcevera" ma i giovani lo chiamavano Ponte di Brooklyn. Che l’ingegner Morandi fosse il costruttore non l’avevo mai saputo.
L'incredulità e l'angoscia di una madre
Francesco, il mio primogenito che come ingegnere strutturale si occupava proprio di ponti, mi aveva messaggiato per commentare la disgrazia: «Mamma, checché ne dicano, di sicuro la pioggia battente non può essere la causa del cedimento strutturale».
Non si spiegava quanto era accaduto perché Morandi era considerato uno dei più validi e innovativi progettisti del XX secolo. Guardai la mia amica: era pallidissima e agitata perché suo figlio quella mattina sarebbe andato in centro e avrebbe imboccato proprio quel ponte.
Mentre cercava di contattarlo, io la rincuoravo ma fino a quando non udì la sua voce non ebbe pace.
Le immagini stampate nella memoria
Come tutti mi misi a smanettare sul cellulare per ottenere aggiornamenti sul fatto. «Oh Dio, oh Dio santo, mi sento male», urlava l’autore del primo video imprecando di fronte alla scena agghiacciante del ponte che si sbriciolava all’improvviso.
Ma la scena che mi colpì di più e ancora ricordo vividamente fu quella del furgoncino verde del supermercato Basko che era rimasto in bilico sull’orlo del precipizio. Davanti ad esso automobili, camion e 43 vite piombarono nel vuoto sotto un violento temporale mentre molti conducenti e passeggeri abbandonavano i loro veicoli in preda al terrore.
Il dolore dei sogni infranti
Da quel momento il viaggio di piacere intrapreso perse il suo smalto. Come strideva essere in gita con gli eventi tragici della nostra città. Chi aveva più voglia di divertirsi? La nostra mente andava alle vittime che alla vigilia di Ferragosto sognavano una vacanza spensierata al mare, ai monti, in città d’arte.
Quanti sogni infranti. Andrea e Claudia, ad esempio, stavano tornando dal viaggio di nozze negli stati Uniti, mentre Cristian e Dawna con la figlioletta Crystal erano in partenza per l’isola d’Elba. E il destino aveva beffato Edi e Marius, due giovani albanesi che erano rimasti imbottigliati nel traffico e non avevano potuto arrivare puntuali al lavoro.
I simboli di una tragedia collettiva
Il pallone di Superman ritrovato nell’abitacolo di un’auto, assieme alla paletta e al secchiello furono per me il simbolo potente e doloroso di quel disastro. Appartenevano alla vittima più giovane, Samuele, di soli otto anni, trascinato nel vuoto con i suoi genitori insieme all’ombrellone ancora fasciato nel cellophane.
Come non pensare alla povera nonna Giusy che aveva perso tutta la sua famiglia in procinto di imbarcarsi sul traghetto per la Sardegna? Samuele aveva la stessa età del mio nipotino Luca ma non avrebbe mai più potuto giocare sulla riva del mare come lui.
Il 14 agosto non fu per tutti solo sinonimo di vacanza ma anche un giorno feriale come un altro che causò la morte di tanti portuali, dipendenti pubblici, commessi, autotrasportatori che attraversavano quel ponte per raggiungere il posto di lavoro.
Dalle macerie alla rinascita: il ponte Genova San Giorgio
Quei monconi sospesi erano osceni come la bocca sdentata di una vecchia: una vista insopportabile che ci fece salutare con sollievo la sua demolizione e sperare in un rapido ripristino della viabilità sconvolta. Inaspettatamente, in soli quindici mesi fu costruito il nuovo ponte Genova San Giorgio su progetto di Renzo Piano.
Ricordo ancora le immagini in TV della cerimonia imponente di inaugurazione alla presenza delle varie autorità e del presidente Mattarella. Erano le 18.30 del 3 agosto 2020 ma la città era stata colpita da una pioggerellina insistente. Fui sollevata che non fosse una tipica giornata soleggiata estiva: sarebbe stato per me e tutti noi un insulto alla memoria delle vittime e al dolore dei parenti.
Un'opera di ferro e di aria
Rivolgendosi commosso ai suoi concittadini Renzo Piano era come sospeso fra il cordoglio per quella tragedia e l’orgoglio di aver ricostruito il ponte. A me piace ricordare soprattutto la frase conclusiva del suo discorso: «C’è una poesia bellissima di un poeta che io ho sempre amato molto, e che ha amato Genova, che era Giorgio Caproni. Giorgio Caproni ha scritto: “Genova di ferro e aria”. Ecco, io vorrei che questo ponte fosse visto così, di ferro e di aria. Questo ponte è stato costruito in acciaio ma è stato forgiato nel vento. Tutto qua, adesso il ponte è vostro. Lunga vita al ponte Genova San Giorgio».
Nessuna sdolcinatura, come è tipico del carattere selvatico dell’anziano architetto e dei miei concittadini. Ci bastò la sua semplice osservazione che ‘costruire un ponte è una cosa bellissima. Costruire un ponte è un gesto di pace.
Un momento indimenticabile è stato quando, dopo la pioggerellina intermittente spuntò un ampio arcobaleno che sembrava quasi abbracciare il ponte. Una coincidenza per alcuni dopo la pioggia, un segno di speranza e rinascita per molti di noi.
***
a.p. - Commento
Il profitto del cemento: la Giustizia, ponte verso il futuro
A distanza di anni da quel tragico crollo, il dolore per le 43 vittime incontra la complessa e faticosa strada della giustizia penale. La vicenda del Ponte Morandi non è stata solo una catastrofe strutturale, ma ha scoperchiato un sistema di gravi omissioni, mancati controlli e ritardi nelle manutenzioni ordinari e straordinari che l'inchiesta giudiziaria ha evidenziato con forza.
Mentre la città di Genova ha dimostrato una straordinaria capacità di reazione, unendosi nel dolore e completando la ricostruzione in tempi record, il percorso nelle aule di tribunale per accertare le responsabilità dei vertici di Autostrade per l'Italia e di Spea resta un passaggio indispensabile.
Non si tratta solo di applicare la legge, ma di dare una risposta istituzionale al grido dei parenti delle vittime, uniti nel comitato che instancabilmente chiede verità.
La memoria dell'arcobaleno che ha abbracciato il nuovo viadotto di Renzo Piano può considerarsi autentica speranza solo se accompagnata dalla certezza che la sicurezza pubblica non debba mai più essere subordinata al profitto.

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