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Zimmerman, l'ombra di un verdetto





(a.p.) Un verdetto agita la coscienza dell’opinione pubblica, non solo di quella americana, e pone interrogativi inquietanti. 

La decisione, con la quale una giuria della Florida ha dichiarato non colpevole, per legittima difesa, George Zimmerman, che nel febbraio 2012 aveva ucciso con un colpo di pistola Trayvon Martin, suscita il dubbio che sia stata adottata sotto il pregiudizio, antico ma così attuale, della discriminazione razziale. La vittima era un nero, l’imputato un bianco, e la giuria composta tutta da sei donne bianche. Tuttavia, le ragioni maggiori di dubbio sono legate soprattutto alle incertezze emerse nella ricostruzione dei fatti e rimaste irrisolte. Zimmerman, un vigilante trentenne di una ronda privata di quartiere, ha sempre sostenuto di essere stato aggredito e di aver sparato per difendersi, eppure la tesi della legittima difesa appare non solo poco plausibile ma addirittura impervia sulla base di numerose circostanze, in primo luogo il fatto che il diciassettenne Martin  fosse disarmato. Il ragazzo, che dopo aver comprato caramelle e the freddo stava semplicemente tornando a casa, avrebbe dato adito a sospetti solo perché girava con il cappuccio della felpa calzato sulla testa (ma quel giorno pioveva). Poi vi sarebbe stato un litigio con Zimmerman, nel corso del quale Martin avrebbe aggredito l’imputato dandogli un pugno in volto e facendogli battere la testa a terra, come evidenziato dalle tracce di ferite sul viso e sul naso. A questo punto, l’imputato avrebbe sparato per difendersi, o forse solo sentendosi in pericolo (secondo il principio del cosiddetto Stand Your Ground, introdotto in America da una normativa controversa che autorizza a sparare anche se ci si sente soltanto minacciati).


L’aggressione di Martin sarebbe dunque avvenuta per motivi non chiariti, con una dinamica non certa, ma comunque senza armi e a mani nude, da parte di un giovane 17enne, mingherlino, che non faceva nulla di sospetto ma anzi tornava a casa tranquillamente, e si sarebbe rivolta nei confronti di un robusto trentenne, armato di pistola e di ronda nel quartiere, che dopo avere segnalato quella presenza alla Polizia, ed averne avuto l’invito a non agire in attesa dell’arrivo di una pattuglia, lo aveva invece seguito senza rivestire alcuna autorità pubblica.

Come che siano andate le cose,  l’entità delle lesioni riportate da Zimmerman (e verosimilmente inferte dal Martin) e la reazione armata dell’imputato avrebbero dovuto comportare una valutazione dell’effettiva esistenza di una situazione di pericolo per lo Zimmerman, dell’impossibilità di superarla altrimenti o almeno della proporzionalità tra l’offesa e la difesa.




Invece, il processo americano ha mostrato un evidente sbilanciamento dell’oggetto della prova, tipico del sistema giudiziario americano, segnalato dal fatto che l’istruttoria è stata lungamente  dedicata all’ascolto di ben 56 testimoni, nessuno dei quali tuttavia era in grado di riferire qualcosa di quanto accaduto, perché non vi erano stati testi oculari. E’ sembrato che la prova dovesse riguardare, più che la ricostruzione della vicenda e l’attento esame dei fatti, la figura dello Zimmerman, presentato dall’accusa come un soggetto animato da odio e rancore, ossessionato dall’idea di acciuffare i ladri di quartiere, e portato a definire criminale un ragazzo solo perché girava con il cappuccio calcato sulla testa. Sicchè, così impostate le prove,  giocando il processo solo sull’immagine di soggetto prevenuto, rozzo e potenzialmente aggressivo, la credibilità delle accuse è stata messa irrimediabilmente in discussione dalle ferite riscontrate sul volto dello Zimmerman, tanto da rendere plausibile la tesi della legittima difesa, senza invece considerarne l’effettivo rilievo ed incidenza sui fatti. Rimanevano molteplici punti oscuri: chi aveva causato lo scontro? Come si era svolto esattamente? Quando e a che distanza era stato sparato il colpo? Perché il colpo al cuore?
La personalità dell’imputato poteva certo offrire un elemento significativo di valutazione nel giudizio, ma non in sostituzione e a scapito dell’accertamento dei fatti.

Così,  è persino sfuggita la rilevanza delle registrazioni, fatte dalla polizia, delle chiamate dello Zimmerman che hanno indotto il procuratore generale della Florida a dire: “Le urla si sono interrotte quando è stato sparato il colpo, per questo siamo convinti che fossero le urla di Martin”. Come dire: le urla, e il silenzio successivo collegato allo sparo, potevano indicare persino un colpo a freddo sparato dall’imputato.
I dubbi e i quesiti posti dal processo sono destinati a rimanere senza risposte e ad alimentare i sospetti di parzialità perché la giustizia amministrata direttamente dal popolo, come in America attraverso le giurie popolari, e non in suo nome come in Italia, non prevede la motivazione delle decisioni, e così non offre spiegazione di se stessa, ricostruzione del proprio pensiero, argomentazione del proprio operato decisionale; e non dà conto della legittimità del proprio esistere come potere soggetto solo alla legge.
"Lei non ha più nulla a che fare con questa corte, è libero, può andare": con queste parole il giudice ha congedato l’imputato ed ha posto fine al processo. Ma la vicenda Zimmerman continua invece ad avere a che fare con il diritto e con la coscienza umana.

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