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Roberto

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo le storie di Agnese, Sergio, Lucia, Enrico, Roberta, Vincenzo, Vittoria, Benedetta, Ettore, Francesca, Annalisa, Miriam, Piero, Lucrezia, Simona, Claudio, Elisa, Teresa, ecco quella di Roberto

Quest’altra volta non farò gli esami, e se le cose andranno male vorrà dire che sarà il mio destino. Mi prende una paura tremenda ogni volta che devo fare quell’esame, per sapere se tutto è a posto. Ogni volta è un inferno, un responso di vita o di morte. Si fa presto a dire che io esagero, che devo prenderla con filosofia, è la prassi, dopo certe malattie i controlli si fanno, conta la prevenzione.
Facile a dirsi. Io sto male mesi prima, e poi la mattina in cui devo ritirare il responso sono come in apnea, non capisco più niente. No, non sono un eroe, sono uno che ha una paura fottuta di un esame, ho paura che quell’esame sia l’anticipo di una condanna a morte.
Sì, ho chiamato Cristina, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Mia moglie è più forte, le donne lo sono di più, si sa. Mi ha detto subito “Te l’avevo detto che sarebbe andato tutto bene”. Sì, ha sempre ragione lei, ma la sua positività non mi incoraggia più di tanto, è una faccenda mia, è la mia vita. Certe malattie tornano. Quante volte le ho sentite queste cose, è stato bene qualche anno poi il male è tornato. Mi sento ancora teso, mi tremavano le gambe oggi quando sono entrato nello studio del medico. Ero in bilico, non capivo più niente.
Solo quando lui ha detto “Ottimo, va tutto bene”, allora ho ripreso a respirare. Sono uscito e mi veniva da piangere, un uomo a cui viene da piangere, perché mi guardavo attorno e vedevo delle ragazze che passavano, vedevo un signore che portava a spasso il cane, una donna con la borsa della spesa, e mi sentivo ancora lì, in mezzo a loro, e tutto questo era tremendamente bello. Non so se bello è la parola giusta. Avevo ancora tanto da vivere probabilmente, e dovevo farne una cosa preziosa.
Poi vado in ufficio, e lì la solita aria. Un mare di problemi e un ambiente dove si va di corsa, non si guardano le cose troppo per il sottile. C’era anche il collega antipatico, quello che ha sempre la battuta pronta. Io ho iniziato a lavorare a testa bassa. Dentro ero felice, anche questa volta era andata, il controllo era andato bene. Questo conta alla fine, e conta godersi il tempo a disposizione.
Che poi io non me lo godo. Dopo questa paura iniziale si torna nel solito tran-tran e non riesco a comunicare a nessuno questa sensazione. È qualcosa difficile da descrivere, solo chi l’ha provata sa riconoscerla, forse sa trovare le parole. Cristina corre dalla mattina alla sera, pensa che il mio sia un problema risolto, dice che ho solo una grande paura per ogni esame, quindi è un difetto principalmente mio, anche se non è un difetto la paura. È consapevolezza, sguardo ampio sulle cose. È la sensazione che c’è un nulla lì davanti che ci può inghiottire. Io non ho fede, per me tutto muore con il corpo. Anche questo non mi aiuta.
Però liquidare la faccenda come fa Cristina è riduttivo. “Andrà bene, non ci pensare, sei guarito e basta.” E poi quel “Te l’avevo detto che sarebbe tutto andato bene”, che sa tanto da maestrina che ha sempre ragione. Non ho nessuno invece con cui condividere quel momento in cui si esce dallo studio medico e sì, si vedono delle ragazze passare, piene di vita, un uomo con il cane, una donna con la borsa della spesa, e senti qualcosa di struggente, vorresti piangere come un bambino ma sei in mezzo alla strada, e non hai più tua madre che ti consola come quando eri piccolo, lei forse ti avrebbe capito.
Solo Franca, la collega del terzo piano, mi ha capito. Abbiamo lavorato assieme qualche volta, e mi ero lasciato andare ad una confidenza, quando stavo male e la situazione era tutt’altro che rosea. Eravamo andati a prendere un caffè, e non so perché, mi ero lasciato andare, le avevo raccontato qualcosa. Sapevo che anche lei aveva avuto un problema simile al mio ed era guarita.
Una donna bellissima, Franca. Nel senso che ha un sorriso bellissimo. Una gioia di vivere che le invidio. Invidio anche suo marito, in verità. Lei mi ha raccolto sotto la sua ala quando stavo male, si potrebbe dire così. Siamo andati a mangiare assieme qualche volta, a pranzo, solo noi due. Con lei sono riuscito ad aprirmi, a raccontarle la mia paura.
Non mi sono sentito giudicato, debole. Mi sono sentito me stesso, le sue parole mi hanno aiutato. Mi ha raccontato di quando una sua amica, Ilaria, le portava la spesa, non le diceva “Coraggio, fatti forza”, sarebbero state parole che sottolineavano il momento difficile e forse non erano le parole giuste. Le portava la spesa e un piccolo pensierino ogni volta, un giornale, un libro, un pensiero. Un appoggio senza parole, la sua amica le ha dato tanto in quel periodo.
Ecco, anche Franca c’è stata per me. L’ultima volta che ero andato a ritirare gli esami l’avevo vista, ed è bastato il suo sorriso, quella stretta di mano, quella gioia che le era esplosa nel volto. Un naufrago che è felice perché un altro naufrago si è salvato. Due naufraghi salvati.
Quel piccolo cabaret di pasticcini con cui abbiamo festeggiato al bar, sembravano dei piccoli tesori, meravigliosi nei loro colori, nelle forme che abili mani di un pasticcere avevano creato, e una volta in bocca li abbiamo assaporati lentamente, come se in quel momento assaporassimo la vita presente, in un momento d’amore.
Poi ha suonato il mio telefono e l’incanto è finito, era Cristina. Ci siamo. Bignami.

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