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Migranti in Albania, a proposito di abnormità

I magistrati devono assecondare il governo anche in contrasto con il diritto

(Altri approfondimenti su Critica liberale 22.10.24, “Esondazioni, il guaio di non vedere quelle reali”)

(Angelo Perrone) Tante purtroppo le esondazioni. È una strana stagione. Ed è disastrato il Paese. I rischi (climatici, idrogeologici) sono trascurati. Poi avvengono disastri e scattano emergenze. 
Non sono questi però gli eventi che destano sdegno. C’è ben altro.
A intervenire, c’è - contro le “esondazioni” della magistratura, così le ha chiamate - il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. I fatti? I sedici spediti in Albania su una nave da guerra, diventati dodici già all’arrivo, poi retrocessi a zero e riportati in Italia per decisione della magistratura.
Bizzarra la decisione dei giudici di Roma sulla legittimità del fermo. Partorita in realtà da un covo di rivoluzionari, evidente la mentalità da centri sociali. 
Esito infausto della piccola storia che doveva segnare la svolta sull’immigrazione. Un flop in Albania.
Sproporzione tra il fenomeno e la soluzione, macchinosità e costosità della procedura. È la montagna che partorisce il topolino. C’è lo “schiaffo” al governo. La “procedura accelerata di frontiera” (alla base del modello Albania) è inammissibile se riguarda soggetti di paesi che non possono considerarsi sicuri, come l’Egitto e il Bangladesh.
Questo hanno detto i giudici italiani e il principio si trova nel diritto internazionale, ed era stato affermato dalla Corte europea di Giustizia appena in ottobre. Contraddire il governo è sgradito, però c’è dell’altro. Qui le leggi nazionali erano mal scritte e gli accordi internazionali discutibili, a parte la fattibilità pratica, proprio per il rispetto delle regole internazionali. Dovrebbero valere per tutti. Le persone e i governi, anche quando non piacciono.
Per competenza e capacità, è lui, il dicitore di diritto, a concludere. Senza scampo. La sentenza romana è “abnorme”; la politica è costretta a un intervento urgente (sulle leggi, sulla magistratura, chissà dove e come) per rimettere a posto le cose, e frenare i giudici italiani.
Si è parlato di pregiudizi politici. Di manovra politico-giudiziaria contro il governo legittimo. Ma il pensiero è scritto pure nella Costituzione, non in un opuscolo di un gruppuscolo sovversivo. Un paradosso è sfuggito ugualmente al fine dicitore, gettatosi a testa bassa nell’invettiva.  
Se sono così abnormi le decisioni dei giudici italiani che applicano i princìpi della Corte europea, che dire dell’organismo di Lussemburgo, rappresentativo di tutto il Continente? Infiltrato dalle toghe rosse per sabotare la destra?
In attesa di risolvere il dilemma, ci si arrovella intorno all’uso eccentrico del concetto, ben noto ai giuristi, anche all’esperto ex magistrato Nordio, di “abnormità” delle sentenze. “Ab-norme” sarebbe – così si studia - l’essere fuori e contro le regole. La stranezza però è che qui sarebbero “contro le norme” le sentenze che applicano le norme. L’interpretazione del ministro è inusuale e sicuramente creativa. Ci si attende che i giudici disapplichino la legge? 
Non rileva che in Bangladesh ci siano persone accusate di crimini politici o vittime di violenze di genere. E l’Egitto non è il paese dove è stato ucciso Giulio Regeni e dove il regime fa muro contro la giustizia per impedire il processo ai suoi aguzzini, e nel quale gli oppositori politici, dissidenti e difensori di diritti civili sono perseguitati. 
Sono tutti aspetti di cui non si dovrebbe tenere conto – a detta del governo – quando si parla di sicurezza nei paesi di provenienza: criterio che non è stato inventato dai giudici per contrariare il governo ma indicato dallo stesso a base dell’esperimento Albania. 
Sembra che citare i diritti umani sia, questo sì, decisamente “abnorme” e obiettivamente impopolare. Più semplice procedere all’ingrosso. Definirli tutti pericolosi gli immigranti irregolari, diffidarne in blocco: ladri di lavoro se non d’altro, spesso rapinatori e talvolta stupratori, di fatto o d’animo. E poi quel colore di pelle, così diverso. Meglio tirare un rigo e a capo.
Non sorprende certa ruvidezza delle dichiarazioni sui migranti in Albania. Ci sono analogie quando ricorrono temi e situazioni. Si scoprono esondazioni censurabili della magistratura. Il motivo è sempre quello: decisioni sgradite, o non condivise nel merito. E tutto è giustificabile: non conta più la divisione dei poteri, che è ragione di responsabilità, ciascuno ha un compito.
Diversi gli esempi recenti di ingerenze nel merito di attività e provvedimenti, estranei alla grammatica costituzionale; forme di grossolanità istituzionale si direbbe, capaci di alimentare tensioni, creare sfiducia nei meccanismi democratici, e alterare gli equilibri tra funzioni che appartengono a mondi distinti. Talora gli interventi sono accompagnati da gaffe argomentative illuminanti, come l’ultima a corredo della veemenza contro la magistratura. 
L’interpretazione dell’insicurezza dei giudici romani porta al paradosso di considerare non sicuri persino gli Stati Uniti perché vi è ammessa la pena di morte? Cioè, insicuri proprio gli Usa, civilissimi e democratici? Si chiede retoricamente colui.
Ci vorrebbe più accortezza. Dispiace avvisare il ministro: l’Italia non può concedere – per rispetto dei principi costituzionali – l’estradizione, se il soggetto imputato rischia in quel paese, fossero anche gli Stati Uniti, la pena di morte.

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