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La fascinazione del male

di Marina Zinzani

“Noi e loro” è un film francese che racconta la storia di un padre, Pierre, vedovo, con due figli. Un figlio, Louis, è uno studente modello, che sarà ammesso alla Sorbona. Con sacrifici, perché la famiglia non è ricca (il padre lavora nelle ferrovie) Louis vuole costruirsi il suo futuro, vuole farcela a realizzare i suoi sogni. L’altro figlio, Fus, non è ancora riuscito a terminare gli studi per diventare metalmeccanico, e rimane nella sua realtà provinciale, con il padre.
Il padre è interpretato da Vincent Lindon (che ha ricevuto per questo film la coppa Volpi al Festival del cinema di Venezia), attore straordinario che ancora una volta ci regala il ritratto di un uomo qualunque, forse un perdente, uno sconfitto, ma con una sua dignità, con i suoi ideali.
Ed è con questi ideali, di onestà, di dialogo, di rivendicazione dei propri diritti nelle lotte sociali, con il principio della legalità, che il padre cerca di affrontare quello che scopre di Fus: il ragazzo è entrato a far parte di un gruppo di estrema destra, in cui la violenza è un valore dominante. Pierre cerca di imporsi, usa la sua autorità di padre per impedire la deriva del figlio, alza la voce. Cerca un dialogo impossibile, perché dall’altra parte vede una persona che non riconosce più, violento anche con lui. L’ideale della violenza si è impadronito del ragazzo, i suoi amici l’hanno contagiato, fino a renderlo irriconoscibile. 
Non può finire bene. E il prezzo da pagare per tutti sarà altissimo. 
La sensazione di un male che si propaga, che prende la mente del giovane e si irradia come metastasi nella fragile famiglia, già provata dalla morte della madre, è una sensazione di impotenza, di incredulità, di annichilimento. Il padre ha cresciuto i due figli allo stesso modo, tutti e due erano ragazzi normali prima che Fus fosse contagiato da quelle persone, da quegli ideali di violenza e sopraffazione.
Cosa può fare un padre, quando vede il proprio figlio prendere una strada che lo porterà verso il baratro? Il volto di Lindon rispecchia perfettamente l’inquietudine, la paura, l’avvilimento, la solitudine profonda. Nessuno può fare nulla per risolvere la cosa, lui non può fare nulla. Il suo mondo si è sgretolato, la fascinazione del male sembra una pianta aliena che attecchisce, che continua ad espandersi, una pianta che non ha memoria, in grado di alterare la mente e la realtà, e ciò che di tragico è accaduto nella storia dell’umanità.
Il male è entrato nella famiglia, in punta di piedi, attraverso le amicizie trascinanti di Fus, e poi d’impeto come un pugno in piena faccia, male in grado di distruggere un uomo, il padre, che ha cercato fino ad allora di reggere il lutto della moglie e di creare una sorta di normalità con i figli. Normalità che si è espressa anche condividendo con loro la passione per il calcio, come se questo fosse un elemento di condivisione, di complicità e di leggerezza, e lo era, in fondo. Quel male avrà un effetto terribile anche sul figlio minore, e il padre lo sa, sa che anche lui, bravo, diligente, sarà segnato per sempre dalle vicende del fratello.
Film duro, di disincanto, di orrore, raccontato attraverso ciò che succede nell’intimità di una famiglia, nell’influenza che ha un componente sull’altro, nella sofferenza di un padre impotente, nel disagio di un fratello che non riconosce più il fratello-amico con cui ha condiviso una vita. Il male ha vinto, ha cambiato la loro vita.
Eppure un padre è sempre un padre. Quello che c’è sempre. Quello che cerca di dare un senso a tutto, anche alle cose più estreme. Quello che si interroga, alla fine, e si chiede se poteva, doveva fare di più. Il suo sentimento va oltre, va all’essenza, al primordiale. Un figlio non si può abbandonare.
Tema di grande attualità, per il tema della violenza che si respira, e allo stesso tempo tema antico: la pecora nera della famiglia, due figli cresciuti nello stesso ambiente, dagli stessi genitori, ma che hanno preso strade opposte, di cui una pericolosa, un figlio che appare perfetto e l’altro che soffre per questo paragone, pur non voluto né sottolineato.
Tema antico la difficoltà di dialogo fra generazioni, un mondo che appare superato, con i suoi valori compromessi, a cui si guarda ormai con disillusione, e un nuovo mondo che rompe col passato, che nega il passato e le sue tragedie e si avvicina a derive pericolose.
Come spesso succede nei film di Vincent Lindon, il protagonista è un eroe silenzioso, vincolato ad una quotidianità dura, senza romanticismi e colpi di fortuna, che cerca di fare del suo meglio, di fare quello che può. In questo spazio ristretto ci si riconosce, ci si identifica, c’è empatia con il suo disagio che è spesso anche il nostro. Non siamo ad Hollywood, con un lieto fine nell’aria. Questa è vita reale raccontata, in cui uno può contare solo sulle proprie forze per farcela.

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