(Introduzione a Daniela Barone). Il ricordo di un’infanzia fatta di tram e sogni modesti si intreccia con il resoconto di un pellegrinaggio carico di speranza e tensione. In questo racconto, il "primo viaggio" di una bambina diventa la cornice di un incontro ravvicinato con il sacro e con la severità di un uomo diventato leggenda, svelando le fra-gilità e le contraddizioni di una famiglia in cerca di risposte.
(Daniela Barone).
La partenza e il sogno del Sud
Quando ero molto piccola io e la mia famiglia ci spostavamo in tram e in seguito in filobus. Papà mi portava a volte sulla sua moto per brevi giri nei dintorni. Aveva uno stipendio modesto, perciò poter comprare un’automobile sembrava davvero un sogno irraggiungibile.
Fui quindi entusiasta quando un giorno mi annunciò che avremmo fatto presto un viaggio molto lungo in treno: saremmo andati al sud, in Puglia e precisamente, a San Giovanni Rotondo. Mi piacque il nome di quel paese e non chiesi nemmeno il perché di quella destinazione.
Mi bastava sapere che avremmo preparato le valigie e dormito per la prima volta fuori casa. La mia trepidazione per la partenza contrastava però con l’atmosfera in famiglia: papà era trafelato per i preparativi, mentre la mamma aveva un’aria distante, a tratti addirittura affranta.
Il lungo tragitto verso l'ignoto
Alla stazione Principe mio padre si mise subito alla ricerca di un facchino che caricasse sul treno i nostri bagagli. Finalmente salimmo sul vagone e ci sedemmo su scomodi sedili di legno. «Se penso che dovremo viaggiare così per tante ore, mi sento male, Nino» si lagnò la mamma.
Papà la consolò, premuroso come sempre. «Passerà presto, Carmen. Cerca di stare tranquilla, ora.» Dopo qualche ora il treno si fermò ad una stazione. Lui scese a comprare da un omino dei panini e del latte caldo per me.
La mamma addentò qualcosa svogliatamente e chiese a papà di passarle l’acqua. Doveva assolutamente prendere una pastiglia perché il mal di testa era diventato insopportabile. «Speriamo di non essere partiti per niente, Nino. Ci riceverà?» chiese la mamma angosciata.
Papà la rassicurò prontamente. La mediazione di padre Alberto, frate di San Barnaba, avrebbe sicuramente dato i suoi frutti. Papà ne era convinto.
L'arrivo nel paese delle provole
La prima cosa che vidi quando riaprii gli occhi dopo un lungo sonno, fu il tavolino di un bar. Papà doveva avermi portato in braccio ancora addormentata fino al primo posto di ristoro. Ci rifocillammo con caffellatte e qualche biscotto, dopodiché chiesi alla mamma di accompagnarmi a fare la pipì.
Fuori ci attendevano un cielo azzurrissimo e un sole caldo. Il nostro alberghetto era proprio di fonte a una salumeria. Come erano strani i negozi di questo paese dal nome buffo, pensavo. E tutte quelle cose bianche appese cosa erano mai?
Lo chiesi incuriosita a papà. «Eh, hai visto come sono grandi? Sono provole, dei formaggi di qua» mi spiegò in tono allegro. La mamma non sembrava colpita per niente. Aveva un’aria stanca e preoccupata.
«Domani la messa è alle otto, Nino. La confessione sarà appena prima, lo sai. Sono prenotata» aveva precisato con tono piagnucoloso. Andammo a letto molto presto quella sera: ci attendeva una mattinata lunga e impegnativa.
Nella chiesa gremita
Quella domenica mattina, mentre entravo nella grande chiesa gremita, mi domandavo perché fossimo venuti a messa proprio qui, in un posto così lontano. A me piaceva la chiesetta tranquilla di San Barnaba, dove le panche erano di un bel legno scuro e lucido, le vetrate avevano dei colori meravigliosi e si sentiva un buon profumo d’incenso. I fraticelli, poi, erano bonari, addirittura simpatici.
«Anche qui ci sono i frati, hai visto?» mi fece notare papà ad alta voce. Lui non sapeva bisbigliare, pensai divertita. Fu subito zittito da un gruppetto di vecchiette dietro di noi, tutte vestite di nero. Intanto la mamma lanciava occhiate ansiose al confessionale dove, di lì a poco, sarebbe arrivato Padre Pio.
L'incontro con il frate severo
Finalmente lui giunse. Sulle prime lo confusi con le vecchiette dietro di noi: pur avendo il saio marrone come i frati di San Barnaba e sandali di cuoio ai piedi, portava un velo nero sul capo e mezzi guanti scuri. Aveva un’espressione severa, per nulla benevola.
Di lui si diceva che avesse i palmi delle mani sanguinanti come quelli di Gesù crocifisso e che facesse dei miracoli. Colsi la mamma inginocchiarsi devotamente al confessionale ma fui subito distratta dai melodiosi canti d’ingresso della liturgia. Non so quanto tempo fosse trascorso.
Ogni tanto lanciavo un’occhiata verso di lei ma riuscivo a vedere soltanto i suoi riccioli rossi che ondeggiavano stranamente. Chissà cosa mai avesse da raccontare al frate. Sicuramente le sue rivelazioni dovevano aver colpito il confessore e la mamma probabilmente stava vivendo un momento di grande disagio.
Una rottura improvvisa
Ad un certo punto la confessione ebbe fine, così mia madre venne verso i nostri posti. La guardai stupefatta: stava singhiozzando disperatamente. Papà la condusse con decisione verso l’uscita e io trotterellai spaventata dietro di loro cercando di aprirmi un varco fra i numerosissimi fedeli.
«Quando gli ho detto che spesso non vado a messa per motivi di salute, mi ha cacciato» disse piano la mamma in preda alla disperazione. Guardai papà. Ci mise un attimo a reagire, poi esplose: «Questa è l’ultima volta che vengo dietro alle tue cavolate, Carmen. Ricordatelo bene. Con santi, preti, frati e suore ho chiuso, hai capito?» Era la prima volta che vedevo papà in preda al furore.
Impallidito, strattonava la mamma che continuava a ripetere come in una litania che ‘lui’ era un santo e leggeva nell’anima delle persone.
«Come no, sicuro. Non ha letto però nell’anima della povera disgraziata che sei, Carmen.»
Non capivo nulla. Guardavo il viso paonazzo della mamma. Ora, per fortuna, aveva smesso di singhiozzare.


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