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Lo strano giorno di Mario


Racconto
di Vespina Fortuna

Era uno strano giorno. Di quelli che, già appena alzato, ti chiedi se sia il caso di continuare a lottare o lasciare che tutto vada in malora e chi si è visto si è visto.
Il cielo era capriccioso, pieno di nuvole grigie e rosa appiccicate a bella posta per farsi ammirare più che per segnalare il bello o il cattivo tempo che avrebbero portato.


Mario lo osservò per un po’ mentre intingeva svogliatamente i biscotti nel tè al latte, chiedendosi se tornare a letto o prepararsi e uscire. Ormai era in pensione da un annetto e cose importanti da fare non ne aveva più e quelle poche rimaste le scansava, per godersi il sacrosanto riposo che gli spettava dopo i tanti anni di servizio. La pensione non era una semplice vacanza come tante, di quelle che fai una o due volte l’anno con moglie, figli e cane. Era diversa. Non c’era stata partenza né l’incubo del ritorno al cantiere. Era una vacanza a tempo indeterminato, così come era stato il suo lavoro, per tutta la vita.


Aveva sempre lavorato come un cane, dal mattino alla sera e tornato a casa, aveva avuto solo la forza e, a volte neanche quella, di respirare un po’ d’aria fresca e sgranchirsi le gambe, a passeggio sul lungomare col suo cane. In tutti quegli anni non aveva avuto forza, tempo né denaro a sufficienza per coltivare un interesse da poter sviluppare adesso che avrebbe potuto, in quelle giornate casalinghe vuote e senza senso.
Il cane gli si sedé accanto, non per chiedere cibo, sapeva che non si doveva fare, ma piuttosto perché sembrava che avesse intuito la malinconia che stava pervadendo il suo compagno di una vita. Gli posò il muso sulle gambe ed emise un leggero suono di disapprovazione, come per scuoterlo un poco dai tristi pensieri. Mario lo guardò con dolcezza, rassicurandolo con gli occhi.


Finì di mangiare e decise di cominciare la giornata nel modo più leggero e spensierato possibile, lavò la tazza, rassettò la cucina e s’incamminò per il lungo e stretto corridoio contando le porte delle stanze che vi si affacciavano, una a una, come se le vedesse per la prima volta e si chiedesse chi mai le aveva abitate, un tempo.
Quella di sua madre, quella dei suoceri, quella del figlio, la camera da pranzo, il soggiorno... Tutte vuote, da anni. Ad uno ad uno, se ne erano andati tutti lasciandolo solo con i suoi pensieri e il cane. Persino sua moglie aveva preferito andarsi a riposare per l’eternità, dopo aver accudito i propri genitori, quelli del marito e svezzato quell’unico figlio che le aveva dato più dolori che gioie.
Adesso la casa era immersa nel silenzio, solo il suono delle unghie di Billy sul pavimento e quello strascicato delle sue pantofole. Erano due esseri tristi e soli senza nessun’altra aspettativa se non quella di raggiungere, un giorno, i propri cari.
Era quasi arrivato al bagno, quando sentì Billy che annusava con  grande interesse, si voltò incuriosito a guardarlo e lo trovò fermo, davanti la stanza che una volta era stata dei suoceri, ad annusare l’aria che usciva da sotto la porta. “Vieni via!” gli ordinò perentorio. Ma quello, che quando avvertiva qualcosa non lo smuovevi neanche con le cannonate, emise un suono di diniego, quasi un ringhio, per essere stato disturbato. Anziché obbedire al comando, cominciò a grattare sulla porta, rischiando di far saltare la vernice bianco avorio che Mario  aveva dato da non più d’un paio di mesi, quando aveva deciso di ammazzare il tempo rinfrescando la casa. “Che cerchi? Non c’è niente là dentro, vieni via” gli ripeté, stavolta meno convinto. Alla seconda risposta negativa di Billy, Mario decise di assecondarlo ed aprire, così che quello si potesse convincere e lui rassicurare di non avere intrusi in casa. Abbassò la maniglia e spinse, ma la porta non si aprì.


Allora pensò che la vernice avesse fatto da collante con l’altra anta e dette una spallata per staccarle, ma nulla. La porta era chiusa a chiave dall’interno! Ma, allora, Billy aveva sentito giusto! Chi c’era in quella stanza? Bussò ripetutamente, con un senso d’angoscia. Aveva Billy a difenderlo, ma non poteva sapere chi o cosa avrebbe trovato. Nessuno rispose. Allora batté con più forza, usando il palmo aperto della mano. Nessuno. Billy lo guardò poi riprese a grattare e annusare  sotto la fessura.
Il padrone di casa, allora, si spazientì, andò nello sgabuzzino e cercò tra i ferri del mestiere. Certo, gli dispiaceva forzare quella porta verniciata di fresco, ma che poteva fare? A quel punto non era curiosità o timore, ma necessità di sapere chi vivesse con lui, a sua insaputa. Tornò a breve con una mazzetta da 20 chilogrammi ed un cacciavite molto robusto, infilò il secondo nel piccolo spazio fra le due ante della porta e picchiò forte sul fondo del manico. All’improvviso, una vocina urlò: “Fai piano! Basta! Sto aprendo!” 
Mario posò l’orecchio sull’uscio, per accertarsi che non avesse immaginato quelle parole e, a conferma di aver udito bene, vide Billy che si ritraeva e girava il muso da un lato, porgendo anche lui l’orecchio alla porta.
La chiave cominciò a girare crocchiando due volte. La maniglia si abbassò lentamente.
Il padrone di casa stava fermo con la mazzetta a mezz’aria e lo sguardo stordito, mentre Billy gli si era parato davanti per difenderlo.
Un bambino di sei o sette anni, con lo sguardo annoiato ed il nasino sporco, li guardava con aria pietosa. “Chi sei? Che ci fai in casa mia?” Il piccolo sembrava non avere abbastanza coraggio per rispondere, poi si decise “Sono Mario e questa è la mia camera.”


A quelle parole, il vecchio Mario si sentì cadere addosso cent’anni tutti assieme. Come poteva essere? Lo osservò meglio. E sì, quel frugoletto sembrava proprio la sua fotografia di una settantina di anni fa! Fu allora che guardò la stanza con più attenzione: le pareti erano rivestite da una carta a piccoli fiori azzurri, intervallati da righe verticali color malva. Appeso al muro, un piccolo quadro che ricordò di avere vinto ad un concorso di aritmetica, a scuola. Dal soffitto, all’altezza dei piedi del letto, quasi al centro della stanza, dal lampadario scendeva una mongolfiera di tela appesa ad una molla. Quanti viaggi pindarici aveva fatto su quel pallone! Con l’atlante in mano, era volato ovunque, superando montagne altissime ed oceani infiniti!
Il vecchio dovette sedersi per timore di perdere i sensi, poi domandò “Da quanto tempo stai qui?” “Dal 1935, quando sono nato!” Un altro giramento di capo e un senso di nausea lo obbligarono a tenersi alla spalliera della sedia. Billy, intanto, con aria rassegnata, si era accucciato  accanto al comodino di legno scuro e, di tanto in tanto, sbuffava.
Il bambino sembrava annoiarsi, prese un album da disegno e cominciò a colorare un paesaggio disegnato in precedenza, era il solito paesaggio che fanno i bambini, con una casa, una chiesetta con l’immancabile campanile svettante, la stradina che sembra più assomigliare ad un ruscello in piena, gli alberelli di mele rosse vermiglio, il cielo azzurro e le rondini con le ali spiegate.
Il vecchio Mario guardò il pavimento di mattoni esagonali posti con colori alternati nero e rosso. Riconobbe quello sbeccato, fra tutti. Dunque, era proprio la sua stanza! E quel bambino era lui da piccolo! Non poteva che essere così. Gli osservò il collo che, piegato, mostrava una piccola cicatrice. Era una bruciatura che gli aveva fatto il nonno, quando a colpa del Parkinson aveva lasciato cadere dalle dita il sigaro acceso mentre cercava di fargli una carezza. Istintivamente andò a cercarla sul suo collo vecchio e rugoso, la trovò, era ancora là, dopo anni e anni.


Avrebbe voluto fare mille domande a quel bimbo, ma non sapeva più cosa chiedergli. Fece un giro per la stanza, a passo lento e accarezzò il suo vecchio scrittoio a scomparsa, si soffermò davanti all’armadio a due ante che non osò aprire, forse temendo di violare uno spazio privato e non più suo.
Voleva uscire da quel posto statico e silenzioso dove il tempo sembrava non scorrere. Decise che sarebbe stato meglio richiamare Billy,  tornarsene nella parte restante della casa e richiudersi quella porta alle spalle, fingendo di non averla mai oltrepassata.
Chiamò il cane, ma quello non gli rispose, restandosene immobile e preso nei propri pensieri. Lo chiamò ancora e ancora, ogni volta alzando il tono della voce, come mai aveva fatto. Alla fine, il bimbo lo guardò pietoso e gli disse “Basta, non urlare, lui non può più sentirti.”
“Come? Che dici?”
“Avete oltrepassato la porta della vita. Adesso stiamo tutti qui, insieme, per l’eternità.”
Mario si avvicinò al suo cane, lo accarezzò e, mentre lo faceva, sentì che la sua mano perdeva il tatto. Alzò gli occhi per cercare quelli del bambino, ma non vide più nulla, né sentì nulla. Aveva perso tutti i suoi sensi. Prima di addormentarsi ebbe un ultimo pensiero di rammarico “Perché ho voluto scardinare quella porta? Perché Billy ha insistito che l’aprissi? Ma non fece in tempo a darsi una risposta, la porta si richiuse, la chiave girò per due volte ed i pensieri smisero di esistere.

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