Pagine Letterarie

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(foto ap)

sabato 18 agosto 2018

Rock Hudson

La vita come maschera

di Marina Zinzani

Quando si pensa a Rock Hudson si pensa all’Aids, ad una vita di facciata, all’omosessualità nascosta fino a quando è stato possibile.
La rivelazione portò i giornali ad andare indietro, a ritrovare la sua storia, l’attore che piaceva alle donne, amato dalle mamme, sognato come compagno ideale.
Il mondo del cinema aveva costruito per lui, come per altri attori, una maschera che potesse essere vendibile, la creazione a tavolino del divo americano che piace alle masse, l’uomo che tutte le donne vorrebbero avere, virile e rassicurante. Quando il suo celibato cominciava a durare un po’ troppo, e nessuna donna ufficiale si vedeva al suo fianco, gli trovarono una moglie, la sua  segretaria, con cui inscenare la coppia innamorata. Finalmente anche Rock Hudson si era sposato. Durò solo tre anni, ma andava bene lo stesso. Ad Hollywood matrimoni e divorzi andavano a braccetto, e quindi nessuno ci fece caso. Lui rimaneva l’uomo che seduceva, che faceva innamorare, l’uomo giusto.
Essere una persona giusta ha portato spesso a tragedie interiori, il non poter rivelare la propria natura ha sempre avuto prezzi molto alti. Una commedia tragica la sua, commedia in cui impersonava di giorno un uomo ideale, mentre di notte viveva un’altra realtà, quella che gli apparteneva. Sdoppiarsi, recitare anche nella vita.
Tenne segreto per un po’ di avere l’Aids, in modo discutibile, mettendo a rischio delle persone. Era deperito, dimagrito in modo impressionante, dimenticava le battute sul set di “Dynasty”.  Si parlò di anemia, di anoressia, di cancro al fegato. Andò in un ospedale vicino a Parigi e lì la verità emerse, fu dirompente, gli fu fatto il vuoto attorno. L’ospedale in cui era ricoverato si svuotò. Per tornare negli Stati Uniti dovette prenotare tutti i posti di un aereo solo per lui, perché nessuna compagnia lo accettava fra i passeggeri. 
Poche persone non lo abbandonarono, una di queste fu Liz Taylor. “Tutto il mio amore e le mie preghiere sono con lui”, disse l’attrice mentre era ricoverato a Parigi. Avevano girato insieme “Il gigante”, lei sapeva del suo segreto e non lo aveva mai rivelato.
Reagan ignorò la sua richiesta di aiuto, la moglie Nancy gli impedì di aiutarlo. Hudson diventò da un giorno all’altro un appestato. Dell’Aids allora si sapeva poco, si sapeva che era una condanna a morte, che stava decimando molte persone, soprattutto nel mondo gay. Lui appariva ora  come personaggio fasullo che per tutta la vita aveva recitato,  il suo matrimonio fu mostrato come un buffo tentativo di copertura.
Dobbiamo pensare però a come possa avere vissuto. Lui ed altri come lui, in un ambiente come quello di Hollywood in cui l’omosessualità di attori del suo tempo emerge ora da continue rivelazioni. Una vita non sua, un’inquietudine, un dramma silenzioso. La paura del giudizio degli altri, anche degli amici (come Reagan e la moglie). La paura di vedere la carriera frantumata e il prezzo così alto, non solo economico, per togliersi la maschera. La paura di perdere la propria dignità di persona, violata da giudizi grossolani e feroci. In sostanza, il dramma di molti omosessuali.
L’Aids lo costrinse a dire la verità, a rivelare al mondo il suo segreto. E da allora il mondo prese coscienza di questa realtà, cambiò la percezione della malattia, come se la tragedia personale fosse servita a qualcuno, perlomeno a prendere coscienza, a prevenire, a raccogliere fondi, a trovare nuove cure.
Hollywood e i suoi eroi di cartapesta, dentro persone con drammi, con inquietudini. Rock Hudson fu uno di questi eroi, ma anche persona coraggiosa alla fine, che ha lasciato in tutti un segno profondo.

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