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Quale panino

Il bambino che si porta da casa un panino da mangiare alla mensa scolastica: sono tante le storie personali e familiari. Che varrebbe la pena conoscere a fondo

di Marina Zinzani

Il confronto con gli altri è spesso crudele, perfino da un panino, un panino portato da casa si vede la differenza fra le persone, può parlare un panino, parlare di denaro che manca, di una famiglia in difficoltà, di un lungo viaggio e di sogni svaniti, di un costo della mensa che non si riesce a sostenere.
Può dire anche altro un panino portato da casa, può raccontare la contestazione di un cibo preparato da altri, della ricerca di un prodotto più genuino, chissà, o può raccontare di allergie, paure, problemi di salute. O ancora può raccontare la voglia di libertà dei genitori, che non vogliono sottostare a regole che non riescono a capire, che sembrano scontrarsi contro un diritto elementare, il mangiare ciò che si vuole.
Il bambino che si porta il panino da casa rappresenta quindi qualcosa, racconta una storia il suo gesto, gesto che può portarlo a sentirsi diverso in quel momento, è indubbio. Ma possono esserci tante ragioni per quel gesto.  Sì, si dovrebbe favorire l’integrazione venendo incontro alle famiglie più disagiate, il senso di emarginazione che può esserci nel mangiare un panino in solitudine o con dei compagni, ma non alla mensa, può diventare un comportamento che racconta l’esclusione, anche la povertà. E questo può diventare una sottolineatura dell’essere, un piccolo marchio.
Quante storie e verità possono esserci quindi dietro un panino, dietro il non mangiare alla mensa. Anche se, anche se le cose fondamentali di un individuo non sono queste, il suo rapporto con gli altri non può misurarsi con il servizio mensa, occorrerebbe un po’ più di leggerezza nel trattare queste cose, anche di rispetto di un diritto elementare dell’individuo.

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