(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva.
Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.
(Daniela Barone).
Il profumo dei primi anni e il rituale della moka
Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.
Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; allora era la mamma a farlo con la moka che mi cancellava la stanchezza della levataccia per recarmi a scuola.
Lei non mi teneva compagnia perché ogni mattina, verso le dieci e mezza, invitava tre vicine di casa che con la tazzina in mano si dilettavano a spettegolare nella pausa dalle fatiche domestiche. Quando ero a casa mi sollevava vederla distesa e sorridente con loro perché sapevo quanto le sue ossessioni mentali le rendessero dolorosamente arduo il vivere quotidiano.
Un rivelatore di vita: gravidanze, rimpianti e primi amori
Fu la prima gravidanza a segnare una svolta nella mia ‘storia di caffè’. Non ancora certa di aspettare un bambino, cominciai a nutrire una forte avversione per questa bevanda: impossibile berla e percepirne l’aroma senza provare disgusto. Che strano! Avvenne la stessa cosa nelle due gravidanze successive; evitai così di fare il test Predictor, sicura di essere in dolce attesa.
Quanti i caffè bevuti nei primi anni di matrimonio, quando regnava l’armonia fra me e mio marito. Pian piano accantonai però la bevanda forte in favore di insulse tisane di valeriana che attutivano il mio disagio crescente e la mia insoddisfazione di moglie.
Ritornai ad apprezzarlo a 36 anni, quando presi l’abitudine di bere l’espresso macchiato al bar davanti alla scuola dove insegnavo; era l’occasione per fare quattro chiacchiere con i miei colleghi ma soprattutto per guardare con una sorta di adorazione G., l’insegnante con cui avevo avuto una breve relazione. In quella tazzina c’era tutto il mio spasmodico bisogno d’amore quasi adolescenziale e la mia sofferenza per non essere ricambiata.
La gabbia e il primo assaggio di libertà
Dieci anni dopo, quando mi ero risposata, avevo avuto il trasferimento in un liceo. Mio marito mi aveva obbligato a lasciare la scuola professionale dove l’organico dei docenti era prevalentemente di sesso maschile e la sua gelosia era tale da non lasciarmi la minima libertà.
La nuova scuola era dotata di un baretto, come lui stesso aveva scoperto. «Se vengo a sapere che ci vai, fra noi è finita. Solo le donne poco serie frequentano i bar. Tu sei mia moglie e mi devi rispettare, ricordatelo». aveva sibilato rabbiosamente.
Dopo qualche anno avevo però trovato il coraggio di disobbedirgli recandomi al piccolo bar per bermi un caffè macchiato all’intervallo. Si trattava solo di un assaggio di autostima, di una ribellione embrionale; intravidi però uno spiraglio di libertà, quasi fossi stata un animale a cui viene aperta la gabbia soltanto al momento dei pasti ma che riesce prima o poi a riacquistare la libertà.
I caffè del mondo e la dolcezza della maturità
Quanti i caffè storici visitati nei miei viaggi di donna libera. Dal sontuoso Caffè Pedrocchi di Padova all’Antico Caffè Greco della Capitale celebrato da Guttuso, questi luoghi arredati elegantemente mi riempirono di gioia nel consumare la mia adorata bevanda, fumante e macchiata in inverno, fredda e cremosa in estate.
Oggi, pensionata e nonna, non mi nego il piacere di un buon caffè ogni mattina, da sola o in compagnia di un’amica. Continuo a preferire l’espresso del bar a quello della mia macchinetta che proprio non ce la fa a produrre la deliziosa nuvoletta di schiuma di latte.
È ormai diventato il simbolo dello scorrere degli anni: come scriveva il poeta Thomas Stearns Eliot «Ho misurato la mia vita a cucchiaini di caffè». Però per me esso rappresenta anche la gradevole lentezza del quotidiano, il piacere delle piccole cose e, se consumato in compagnia, l’emblema della convivialità.
Che dire poi del cortado, il caffè macchiato che amo consumare a Madrid in compagnia dei miei nipotini? Certo l’aroma e il gusto non sono paragonabili a quelli del caffè italiano ma è comunque piacevole berlo mentre sorseggiano una spremuta di arance bionde come le loro testoline.
L'ombra della malinconia e il ricordo di mio padre
Quanti ricordi mi suscita questo liquido scuro e forte. Serbo ancora la vivida immagine della minuscola moka rossa con cui preparavo il caffè a mio papà, ormai vecchio e debilitato nella mente e nel corpo. Ogni sera dopo cena ripeteva la solita frase che avevo sentito per tanti anni e che allora risuonava dolorosamente patetica: «Se non lo bevo, non dormo».
La risatina compiaciuta di quando era ancora in gamba era diventata una specie di raschiamento di gola, il ruvido inizio di un colpo di tosse. Girava a lungo la saccarina nella tazza, immerso forse in pensieri confusi del suo passato, dopo di ché afferrava il suo bastone e si alzava per andare a letto.
L’avrei sentito recitare nel dormiveglia i nomi dei suoi colleghi oramai scomparsi per poi abbandonarsi ad un sonno profondo anticipatore di morte. Mi torna alla mente l’opera malinconica di Hopper Automat in cui una donna tiene la testa china su una tazzina di caffè: ha il volto coperto in parte da un largo cappello giallo e lo sguardo assente.
Pur trovandosi in un luogo affollato, lei appare totalmente estraniata dalla realtà. Un po’ come mio padre, smarrito nei meandri della sua oscura senilità.
Un rituale di bellezza tra arte e vita
Il caffè mi incanta e mi sorprende ogni volta che lo bevo. Intransigente come pochi, lo prediligo caldo ma non bollente, servito preferibilmente in una tazza grande. oppure in una tazzina bassa e larga. Il suo ciclo, dalla coltivazione alla raccolta delle bacche e alla torrefazione, è lungo ma riflette il processo della maturazione umana.
Questo messaggio viene enfatizzato nella serie giapponese Oltre l’addio il cui vero protagonista sembra essere proprio il caffè. Yasuke incontra e s’innamora di Kazu grazie ad esso. Il giovane osserva: «Bere caffè potrebbe non risolvere il problema ma rilassarsi può far apparire la situazione un po’ meno brutta. Può anche aiutarti a vedere cose che non avevi notato prima. Credo che il caffè abbia questo potere».
Per l’artista americana Karen Eland il caffè mischiato con l’acqua sostituisce addirittura i colori usati tradizionalmente nei dipinti. La sua Monna Lisa, ribattezzata scherzosamente Monna Latte, tiene fra le mani una tazzina di caffellatte. Opera certo irriverente, la sua, ma capace di creare momenti indimenticabili proprio come il mio irrinunciabile caffè macchiato quotidiano, foriero di pioggia scrosciante o di arcobaleni magici.



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