martedì 30 novembre 2021

Le regole del cuore

Commento a "Movida e alcol, viaggio nella notte dei giovanissimi"


di Marina Zinzani

Quando si leggono notizie che riguardano i giovani, come il precoce consumo di alcol, ci si chiede cosa manchi, cosa non abbia funzionato nella loro formazione. Dove sia andato il più normale rispetto per un luogo non proprio, per gli abitanti di quel luogo che si ritrovano la mattina dopo bottiglie vuote, sporcizia, degrado, e inoltre non hanno potuto riposare la notte. Come altre notti, anche se la mattina dopo devono andare a lavorare. Il mancato riposo è un danno, non è una cosa da poco, a lungo andare porta a delle conseguenze, oltre al nervosismo e alla rabbia. 
Pervade il senso di non essere più padroni della propria piccola realtà, fatta di un quartiere che magari un tempo era tranquillo, e che oggi si trasforma sull’onda della movida. Divertirsi. Sballarsi. Con ogni mezzo artificiale possibile. È la moda. Conformarsi a tutti i costi. E pensare anche alla droga che gira sotto casa non è una cosa divertente.
Ci si sente impotenti, e si ricordano i propri tempi, il padre che alzava la voce se si aveva risposto male a qualcuno, o non diceva nulla ma fulminava con un’occhiata. C’era un’idea del rispetto che non era fatta solo di forme, il buongiorno, il buonasera alla vicina di casa, ma c’era una sensibilizzazione alle esigenze dell’altro, e se questa sensibilizzazione veniva circostanziata da regole il risultato finale era positivo lo stesso: la regola permetteva il mantenimento della libertà dell’altro. Nel caso in questione che si può far sì baldoria la sera, ma la gente ad una certa ora deve dormire.
Pochi rimpiangono il pre ’68, in cui la figura del padre dominava su tutto. Non venivano rispettate le esigenze di chi stava sotto questa figura e doveva subire le sue decisioni, fare i conti con le sue aspettative, la sua figura autorevole non veniva messa in discussione.
Purtroppo da un estremo si arriva spesso ad un altro estremo, e le rivoluzioni difficilmente finiscono bene, lo insegna la storia. Si abbatte un potere, ma ne arriva un altro, più subdolo, che sembra liberatorio. Ma sono altri lacci, altre violenze, condizionamenti psicologici, e quando lo si capisce è troppo tardi.
Forse Pasolini lo aveva intuito, forse quando parlava di omologazione aveva visto il futuro. Quel futuro che ha portato al guardare ora alle nuove generazioni e ai loro eccessi, uno dei quali l’alcol. Il corpo così segnato dal bere in giovane età cosa diventerà avanti negli anni? Quali conseguenze fisiche ci saranno? Non esiste neanche l’idea di preservare la propria salute, perché su di tutto prevale quell’omologazione che porta a non avere pensieri propri, l’importante è stare nel gruppo, non essere emarginati, non esprimere un’opinione diversa, non tentare un altro comportamento per non essere additati e forse denigrati. L’importante è non rimanere soli.
Il post ’68, andando ad abbattere la figura del padre, ha reso fluido ogni potere. Talmente fluido che non lo si riconosce, l’educazione non trova particolari punti di riferimento, il rispetto insegnato forse da piccoli non viene applicato, il mondo è loro, in una sorta di egocentrismo in cui questi giovani sono cresciuti, fin da quando sono nati. 
A chi ha vissuto il post ’68 ma con i genitori che la pensavano ancora come i loro nonni, ed ha combattuto per un’emancipazione delle idee, che sa cosa significhi “l’uccisione del padre”, processo necessario per trovare la propria identità, la propria strada, a chi ha vissuto le battaglie di allora, rimane un senso di smarrimento, perché quelle battaglie sembra abbiano prodotto ben poco. I genitori non hanno saputo trasmettere delle cose essenziali ai figli e si è creato un vuoto dilagante, che i giovani cercano di riempire con l’idea effimera ed avvilente di un divertimento a tutti i costi, appunto artificiale. Un tempo era il ballo, incontrare persone, innamorarsi, l’attesa. L’attesa anche di un motorino, di un capo di abbigliamento.
In questo mondo invece pieno di oggetti, si sente che manca tanto altro. La capacità di emozionarsi, l’attenzione all’arte, al bello, agli altri. Certo, la vita è ben complicata, e crescere i figli oggi non è cosa facile, la madre deve fare mille lavori, dentro e fuori casa, il padre non alza più la voce, anche giustamente, cerca di essere amico, di parlare con il figlio, e la linea più comune che si segue è quella di seguire gli altri. Un amico fa una cosa, i genitori glielo permettono, e anche quei genitori restii e dubbiosi alla fine cedono. Come se qualcuno avesse deciso per loro, gli altri, qualcun altro che alla fine educa il proprio figlio.
Un potere misterioso, non individuabile solo nella mamma o nel padre di quell’amico, ma qualcosa di più subdolo, per cui alla fine si cede per stanchezza, per quieto vivere, per cui c’è una sorta di resa. D’altronde il ragazzo non deve restare solo, è giusto che stia con degli amici, non può diventare un asociale. Anche se quello che accade spesso ai loro figli è cosa sconosciuta, solo intuita.
Il cammino difficile non può essere definito solo da regole scritte. C’è molto da fare. Educare ai sentimenti, non solo iscrivere i giovani ai tanti corsi, per farli sentire parte di qualcosa che fanno tutti. E i sentimenti si apprendono in modo misterioso, per svariate vie. Anche in solitudine. L’empatia verso gli altri è un percorso che alla fine porta alla comprensione delle fragilità altrui. Delle necessità altrui. Che alla fine porta al rispetto, senza regole imposte, se non quelle che uno si dà, quelle del cuore.

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